Da "Amore Espresso" a Salerno ogni chicco racconta storie e passioni

Cantarella porta in città un coffee shop autentico e una formazione che trasforma il modo di bere

Annamaria Parlato 05/12/2025 0

Con tanta passione per il caffè, Michele Cantarella inizia il suo percorso dopo il Diploma di Scuola Alberghiera, diventando barista e gestore di una caffetteria di successo in Campania. La sua esperienza si arricchisce entrando nel team di Espresso Academy, dove condivide con entusiasmo conoscenze, trucchi del mestiere e formazione su barista, brewing e sostenibilità. Oggi è anche AST Sca Trainer e Q Grader, occupandosi di consulenze e formazione con un focus sulla valorizzazione di filiere etiche e sostenibili.

Nel 2017, Michele dà vita ad "Amore Espresso", il suo coffee shop a Salerno, nato come costola di Torrefazione Castorino, presente sul territorio dal 1946. Il locale, menzianato anche nella guida 2025 del Gambero Rosso Bar d’Italia, rappresenta la sua visione del caffè: un’esperienza autentica che unisce tradizione e cultura specialty, con monorigini selezionate, estrazioni curate e un servizio che accompagna davvero il cliente. L’ambiente è semplice e accogliente, inclusivo: dal bambino con il suo bicchiere di latte all’anziano con il suo quarto di caffè macinato per la moka.

Ma Amore Espresso è anche un luogo di incontro, cultura ed energia creativa: qui il caffè dialoga con l’arte, la musica durante i Coffee Party del sabato mattina e una proposta gastronomica attenta e selezionata, che va dalla colazione al brunch, fino al pranzo veloce. Un progetto che supera il concetto classico di caffetteria per diventare spazio vivo e contemporaneo.

Da dove nasce la tua passione per il caffè e qual è la missione che ti guida ogni giorno?

Mi occupo di formazione da anni, soprattutto nei moduli Barista, Brewing e Sostenibilità. Da qualche mese sono diventato Q Grader. Parallelamente sono titolare di Amore Espresso, nato nel 2017 come costola di Torrefazione Castorino: il primo locale in provincia che all’epoca, oltre all’espresso classico, proponeva blend di arabica, specialty e metodi di estrazione alternativi; un vero punto di svolta, soprattutto durante il periodo delle chiusure Covid, in cui i metodi filtro sono stati per me una risorsa fondamentale. La missione che mi guida è semplice: il caffè è cibo, come tale va rispettato. Ogni chicco è frutto della terra e del lavoro umano: io voglio valorizzare questa catena del valore, raccontarla e difenderla.

Quali sono gli errori più comuni che si fanno quando si sceglie o si consuma un caffè?

Il problema principale è che, in genere, il caffè non si sceglie: nel mio lavoro ho sempre evitato la divulgazione “di gamba”. Preferisco parlare al cliente del caffè che sta bevendo senza demonizzare nulla, accompagnandolo con assaggi diversi così da trasformare gradualmente il suo “buono soggettivo” in un “buono oggettivo”. Un altro errore crescente è pensare che lo specialty sia una moda. Va bene che il settore cresca, ma dobbiamo chiederci: stiamo davvero educando il consumatore alla catena del valore?

Come reagisce il cliente medio quando incontra gusti nuovi e più complessi?

Nel mio locale propongo diverse opzioni: un espresso classico 70% arabica/30% robusta, un 100% arabica, un bio 80/20, un decaffeinato 80/20 anche con diversi metodi di decaffeinizzazione, due “fine robusta”, che credo rappresentino il nuovo capitolo del caffè, e tre specialty (lavato, naturale, fermentato o infuso). Da me nessuno esce “scioccato”: quando chiedono un caffè, proponiamo espresso o metodi alternativi e chiediamo quali sapori e aromi vogliono trovare. Alla fine spieghiamo loro cosa hanno bevuto. Il risultato è un cliente curioso e spesso entusiasta, perché partecipa all’esperienza.

Al bar i paghiamo una tazzina che non riflette il valore reale del lavoro. Cosa fare per una filiera più equa?

La verità è che dietro al caffè c’è una filiera lunghissima. Non è un problema di qualità o di “caffè buono o cattivo”: è un problema di prezzi e di un mercato, che spesso non riflette il valore reale del lavoro. Nelle mie consulenze capita di assaggiare caffè pessimi, che bar e caffetterie pagano quanto uno specialty solo perché il brand è famoso. All’opposto, molti scelgono il caffè più scadente perché per loro “è solo un servizio”. Per sostenere la filiera dobbiamo: pagare il giusto a monte, scegliere prodotti tracciati, uscire dalla logica del brand e basta, ma del brand che racconta cosa ci sia dentro quel pacco e ancor di più come sia arrivato a quella materia prima e rientrare nella logica della qualità reale, fare divulgazione seria.

Cosa ti sta più a cuore trasmettere a chi segue i tuoi corsi? Quali sono le competenze che un barista moderno dovrebbe avere?

Nei corsi base lo dico sempre subito: questo percorso serve o a far innamorare del mestiere, oppure a far capire che forse è il caso di cambiare strada. Chiedo ai partecipanti di darmi la loro definizione di “barista”, ascolto le risposte e poi li spiazzo dicendo: “Il barista è una persona che, non avendo trovato di meglio, si è messo a fare questo lavoro”. Ovviamente non è vero, subito lo chiarisco. Lo faccio per rompere il ghiaccio e per far comprendere quanto, invece, il nostro sia un mestiere complesso, sacrificante, e che richiede una conoscenza ampia, proprio come quella di uno chef. Un barista moderno deve: conoscere la materia prima, dal verde alla tostatura, saper assaggiare e riconoscere pregi e difetti, comprendere blend e monorigini, dominare le tecniche di estrazione, saper guidare il cliente in un’esperienza, non semplicemente “premere un pulsante”.

Come può un locale essere realmente sostenibile nel mondo del caffè?

Qualche anno fa, nel mio esame del percorso di studi sulla sostenibilità del caffé, insieme a un collega, ho sviluppato proprio il progetto di una caffetteria sostenibile. Molte idee sono bellissime ma, nella pratica, non sempre realizzabili: serve trovare compromessi e compensazioni. Buone pratiche concrete: utilizzare caffè e bevande totalmente tracciate e con filiere “corte”, collaborare con aziende agricole per il ritiro della posa esausta e riutilizzarla come ammendante, scegliere attrezzature tecnologiche ad alto risparmio energetico, eliminare il monouso dove possibile. Non basta dirsi sostenibili: bisogna dimostrarlo ogni giorno.

Quali segnali per distinguere un caffè etico da uno che non lo è?

Il primo passo è leggere bene le etichette. Più informazioni ci sono - origine, altitudine, lavorazione, cooperativa, metodo di tostatura - più significa che chi produce quel caffè vuole raccontare e garantire la filiera. Quando un’etichetta è vaga, il motivo spesso è semplice: non c’è niente da raccontare.

Qual è la tua “tazzina perfetta”? Non solo il gusto, ma il contesto, il racconto, il modo in cui viene servita.

La mia tazzina perfetta è un espresso o un caffè filtro senza punteggi, senza moda, solo origine, persone, storie, sapori. È un caffè che si abbina a un contesto, a un incontro, a un momento. Come stiamo facendo con i nostri Coffee Party, un’intuizione geniale di Emanuele Apicella, che lavora con me sia in caffetteria sia nella formazione: musica, dj set di giorno - dalle 11:00 alle 13:00 - senza alcol, ma con miscelazioni di caffè e latte. Stiamo cambiando la tendenza ancora una volta: cultura, divertimento e caffè che racconta qualcosa.

Bere un caffè è sicuramente un gesto quotidiano, ma è soprattutto un incontro con la terra, con le persone e con le loro storie. Amore Espresso, con Michele Cantarella alla guida, racconta una nuova idea di caffetteria: consapevole, inclusiva, attuale. Tra formazione, eventi, filiera etica e creatività, dimostra che anche una semplice tazzina può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo.

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Annamaria Parlato 25/04/2020

La fase 2 della pizza nella Valle dell’Irno, intervista a cinque Maestri

Delivery si, Delivery no. Questo il dilemma che ha scatenato infinite discussioni nei post e nelle dirette social degli addetti ai lavori. Pizzaioli dal grande potere mediatico si sono fatti portavoce della propria categoria per far sì che l'apertura fosse imminente, evitando ingenti catastrofi economiche e scongiurando la non riapertura di tantissime attività messe in ginocchio dalla crisi da Covid-19.

Ma a quanto pare, dopo aver gettato il sasso per solidarietà, poi hanno nascosto la mano, forse spinti da altri progetti futuri; d'altronde come si dice: ognuno si fa gli "affari" suoi. Perfino nel settore del giornalismo enogastronomico ci sono stati pareri discordanti. Il mondo della pizza si è praticamente spaccato a metà, con una buona fetta di pizzaioli pronti a ripartire nonostante il periodo di incertezza e con tutti gli altri invece contrari alla riapertura, pronti a chiedere spiegazioni e sostegni di natura economica al Governo e alla Regione Campania.

Enogastronomia, turismo e cultura hanno sofferto molto in questi 2 mesi: se non si prenderanno seri provvedimenti ci saranno immani conseguenze in quanto parliamo dei pilastri basilari su cui si regge l’economia italiana, assieme alla moda e al tessile.

Ma cosa ne pensano 5 pizzaioli della Valle dell’Irno in merito alla riapertura a partire da Lunedì 27 Aprile, comunicata tra l’altro in tempi strettissimi e basata su orari lavoratori abbastanza surreali, che li obbligherà a rispettare quotidianamente tutta una serie di misure igienico-sanitarie decisamente restrittive? E’ stata chiesta anche un'opinione rispetto a quella che sarà la “fase 3”, quando si ritornerà a pieno regime e ad una sorta di normalità apparente.

Queste le 4 domande: 1) Che tipo di pizza proponi nel tuo locale? 2) Il delivery può essere un valido aiuto o pensi ad altre soluzioni? 3) Al tavolo sarà possibile mantenere gli stessi prezzi alla stessa qualità? 4) Quale sarà la prima pizza che consiglierai ai tuoi clienti quando ci sarà la vera e propria riapertura?

Salvatore De Caro - “L’Arte della Pizza” di Mercato San Severino (SA)

1) Nel mio locale c’è una vastissima gamma di specialità e varietà di pizze, in quanto noi ci basiamo anche sul gusto dei clienti. Le pizze da proporre sono anche in base alle stagioni e ai prodotti che quest’ultima offre; ad esempio in inverno le più consigliate sono la broccoli e salsiccia e anche la mallone e porcini, mentre in estate consigliamo prodotti più freschi, per cui le pizze più indicate sono la pomodorini, rucola e grana oppure la ortolana. Ci tengo a precisare che noi utilizziamo tutti prodotti a km 0.

2) Per quanto mi riguarda si può tentare in questo periodo di ripresa se e solo se si dimezzeranno alcune tasse: l’affitto, tributi locali e tasse governative. Di sicuro preferisco di gran lunga il contatto con il cliente, sia da un punto di vista professionale sia da un punto di vista sentimentale; i complimenti dei nostri clienti sono un incentivo per migliorare e per continuare a fare questo mestiere che da 30 anni svolgo con esperienza e passione.

3) Sono contrario sia alle promozioni sia a qualsiasi riduzione della qualità. Una delle caratteristiche che ci distingue dagli altri, e che i nostri clienti amano, è proprio la qualità dei prodotti e la ricerca continua di materie prime. Questo lo conferma anche il “marchio delle eccellenze italiane” ricevuto nel 2019.

4) Consiglierò senza ombra di dubbio il mio cavallo di battaglia, ossia la VIEN’MO, sia perché è una delle pizze che mi rappresenta di più, e che prevede un mix di gusti particolari da me scelti, sia perché mi ha accompagnato in tutta la mia carriera.

Giovanni Cerrato - “Addò Ciaccio” di Mercato San Severino (SA)

1) Nel nostro locale si può gustare la pizza napoletana con ingredienti ricercati e di qualità: qualsiasi scelta garantisce un'esperienza sensoriale particolare. I clienti sono sempre unici e speciali: ci sono gli eterni indecisi, che studiano attentamente il menù e finiscono con lo scegliere gli intramontabili classici; ci sono i curiosi, che scrutano le proposte e decidono di mettersi in gioco con audaci accostamenti di sapori; ci sono i "temerari", che si affidano alla fantasia del pizzaiolo ed io accetto di buon grado la sfida di sorprenderli. Per questo la filosofia del nostro menù è "uno sguardo alla tradizione, l'altro all'innovazione".

2) L’asporto può dare ossigeno alle nostre attività, che sono chiuse ormai da più di un mese e mezzo. Gli orari e i protocolli di sicurezza da seguire saranno restrittivi e complessi da gestire. Ma rispetteremo meticolosamente ogni disposizione, per garantire un servizio che sia all'altezza degli standard richiesti.

3) Al momento pensiamo ad una ripartenza con le consegne. Per quanto riguarda il servizio ai tavoli, preferiamo aspettare ancora un po’ per evitare contagi e uscire al più presto da questa emergenza. Più che abbassare i prezzi, i clienti dovrebbero sperare ci siano rincari: il nostro settore ha subito una battuta d'arresto molto forte e la ripartenza sarà graduale e sicuramente non indolore. Ad ogni modo, non ci sarà alcuna variazione di prezzi: il nostro obiettivo è garantire sempre la qualità del prodotto, abbassare i prezzi significherebbe abbassare le prerogative della nostra offerta qualitativa.

4) Le prime pizze che consiglierei saranno la Margherita e la Marinara, povere ma ricche di sapore. E soprattutto perché non c'è rinascita (e ripartenza) se non tornando alle nostre origini, riscoprendo le nostre radici culinarie.

Mirko Patrizio - “Il Corallo” di Baronissi (SA)

1) Nel mio locale a Baronissi, nato nel 2015 dopo la sede de ‘I Patrizio’ a Mercato San Severino, gestita da mio fratello Sabatino, propongo la classica pizza napoletana. Preparo un impasto diretto ad alta idratazione e con almeno 24 ore di lievitazione, per offrire un prodotto sempre digeribile e di ottima qualità, accompagnato magari da qualche fritto tipico della cucina partenopea. Chi vuole può anche provare l'impasto preparato con farina integrale. Faccio parte dell’Alleanza dei Cuochi e dei Pizzaioli Slow Food e pongo sempre particolare attenzione e cura nella ricerca dei prodotti che accompagnano le mie pizze, valorizzando quelli tipici del territorio.

2) Tenendo conto della situazione attuale, il delivery può essere un’alternativa ad una assenza totale delle attività lavorative. Si tratta di offrire un servizio d’asporto che deve essere effettuato nel totale rispetto delle regole e con l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale, per la tutela della salute del personale e del cliente stesso. A tal proposito mi auguro che le misure generali e specifiche per i servizi di ristorazione, contenute nel protocollo di sicurezza sanitaria emanato dalla Regione, possano essere sempre di più facile applicazione e non rappresentare invece un ulteriore ostacolo allo svolgimento del nostro lavoro.

Il delivery non deve essere però considerato come un rimedio sufficiente e definitivo a fronteggiare le problematiche economiche attuali. Siamo comunque al cospetto di una situazione in cui si opera purtroppo con forza lavorativa dimezzata. Diversi addetti ai lavori potrebbero, per questo motivo, rimanere a casa e la loro condizione economica potrebbe complicarsi ulteriormente, anche perché fino ad oggi a molti di loro non è giunto nessun tipo di contributo finanziario dallo Stato.

Mi auguro si possa ritornare presto a quella che era la nostra normalità, ma per adesso bisogna adeguarsi a questa nuova realtà. Affidarsi alla tecnologia, con nuove app, in questo periodo può essere di grande aiuto. Riuscire a gestire in modo semplice ma soprattutto sicuro l’afflusso al locale dei clienti e riuscire a gestire in maniera efficace il servizio delivery diventa di fondamentale importanza.

3) Penso che il servizio ristorativo nei prossimi mesi non possa prescindere dalla qualità. Quest’ultima deve essere mantenuta agli stessi standard di sempre, anzi se è necessario bisogna elevarli, così da soddisfare in maniera esaustiva le richieste del cliente. Nessun discorso al ribasso! Le dinamiche di come potrebbe svolgersi il servizio al tavolo spaventano: pensare a camerieri con guanti e mascherine, che mantengano distanze di sicurezza con i clienti, in un contesto attuale di paura del contatto fisico, non fa ben sperare.

Oltre ad una valida offerta culinaria, ciò che vogliamo garantire da sempre al cliente è senza ombra di dubbio il ricordo di una piacevole serata trascorsa presso i nostri locali. Il nostro scopo sarà quello di assicurare, anche se in condizioni limitate, un turismo esperienziale di qualità, sfruttando a nostro vantaggio le nuove dinamiche di servizio che si presenteranno, per far sì che, gustando una buona pizza, ci si possa per un attimo “dimenticare” di ciò che succede al di fuori della sala.

Sarà sicuramente ridotto il numero di coperti per garantire un’adeguata distanza di sicurezza interpersonale, ma non la nostra proposta per il cliente. Presentando percorsi di degustazione di prodotti tipici del territorio, vogliamo che il cliente possa vivere la stessa piacevole esperienza di sempre, che diventa anzi ancor più accurata e puntuale nella ricerca della qualità. Ci “prendiamo cura” dei nostri clienti, cercando contemporaneamente di ottenere un utile adeguato alla nostra azienda.

4) La speranza è che in questa situazione ci sia una rivalutazione degli esercizi commerciali di prossimità: la pizzeria d’asporto sotto casa, la rosticceria all’angolo della strada, la tavola calda nella piazza del paese. Attività lavorative frutto di anni d’esperienza, grande professionalità e ottima qualità molto spesso penalizzate da un contesto, quello degli ultimi anni, in cui si è visto sempre di più la scelta e la preferenza per locali alla moda o per le “mega pizzerie”.

Anche se con il solo servizio d’asporto, mi auguro che le mie pizze possano far tornare il sorriso a chi ha avuto una brutta giornata e a chi sta vivendo questa brutta situazione. In tutta sincerità che cos’è la pizza se non felicità?! Quale sarà la pizza che proporrò alla riapertura? Ovviamente Lei, la Regina delle pizze: la Margherita! Il verde del basilico, il bianco del fiordilatte e il rosso del pomodoro sono i colori della nostra Italia, i colori di chi sta dimostrando di farcela ancora una volta!

Carlo Dattolo - “A Chiazz” di Solofra (AV)

1) All'interno del mio locale propongo una pizza contemporanea, lavoro insieme ai miei collaboratori un disco di pasta idratato al di sopra del 70% e con una maturazione a temperatura controllata per rendere il prodotto finale digeribile e fragrante allo stesso tempo. L'altra parte fondamentale della mia pizza è il topping, usiamo solo prodotti di alta fascia e con essi creiamo abbinamenti che variano in base alla stagione.

2) L'argomento asporto è stato tanto chiacchierato sul web in questi ultimi giorni, la mia attività si svolge principalmente con servizio al tavolo e sicuramente quest'ultimo sarà tanto danneggiato da questa emergenza; non nego che lavorare solo d'asporto inizialmente cambierà un po' tutto all'interno dell'organizzazione del mio locale, ma sicuramente ci aiuterà in minima parte a sostenere le spese fisse che sono sempre presenti all'interno dell'attività. Ripartiremo tra pochissimo per onorare tutti i nostri clienti d'asporto che ci chiedono novità quasi tutti i giorni.

3) Abbassare i prezzi e mantenere la stessa qualità purtroppo credo non sia possibile, i prodotti di fascia alta hanno un costo importante e noi continueremo con la nostra filosofia di pizza, cercheremo sicuramente di incentivare i clienti in altri modi, un punto di salvezza potrà essere l'aumento di posti a sedere all'esterno con l'aumento delle temperature e per questo ci stiamo già attivando.

4) La prima pizza che consiglierei è la NERANO. Sarà una pizza che avrà come condimento una base di zucchine cucinate secondo la tradizione, fior di latte, in uscita una fonduta di provolone del monaco e per finire bacon artigianale fatto diventare croccante con il cannello da cucina.

Alessandro Montefusco - “Casa Barbato” di Montoro (AV)

1) La nostra è una pizza napoletana contemporanea, disco sottile il giusto, diametro classico di 32 cm ma con un cornicione pronunciato ed alveolato grazie ad un impasto "studiato" ed equilibrato. La differenza sostanziale è la cottura, noi preferiamo dare una cottura leggermente più lunga rispetto ai canonici 90 secondi della "napoletana" utilizzando una temperatura di cottura un po' più bassa dei classici 480°, proprio per permettere una cottura completa degli ingredienti ed "una corretta" asciugatura" dell'impasto.

Per il nostro impasto, ma sopratutto per i prodotti e le farciture, abbiamo uno sguardo attento rivolto al territorio. Ovviamente, la nostra Agripizzeria, così come le proposte del nostro agrichef Rinaldo Ippolito per la cucina di "Casa Barbato", lega la cucina non solo alla Cipolla Ramata di Montoro ed alla Patata "Rosina", prodotti di punta della nostra azienda agricola, ma a due elementi già fondamentali prima di questa catastrofe sanitaria ed economica, e cioè "territorio" e "stagionalità" dei prodotti.

2) L'asporto senza dubbio per molte pizzerie ricopre una buona percentuale degli incassi dell'attività, anche perché con la liberalizzazione delle licenze commerciali si è dato il via ad aperture di molte pizzerie d'asporto, prevalentemente a conduzione familiare (che non prevedono servizio ai tavoli), le quali lavorano esclusivamente con il servizio d'asporto (con o senza consegne a domicilio) e che probabilmente sono la gran parte delle pizzerie presenti in Campania. Altro discorso è per le pizzerie con posti a sedere che, anche dando maggiore attenzione al servizio d'asporto/domicilio, basano comunque la propria attività ristorativa sul servizio in sala e su una proposta che vuole offrire, oltre ad un prodotto qualitativamente perfetto, anche un servizio di sala impeccabile e sempre attento alle esigenze e alle preferenze del cliente.

Questo ovviamente pesa non poco (in termini economici e di attenzione alla qualità del servizio e dell'offerta), il che presuppone impegni, maggiori e differenti, che non permettono in molti casi di "riprogrammare" la propria struttura per indirizzarla al servizio d'asporto. Bisogna partire da un presupposto: la pizza è un prodotto artigianale che richiede modalità e tempistiche non modificabili per ottenere un prodotto finale a regola d'arte.

A questo si aggiunge anche il problema legato agli spazi, che in molti locali non permette i distanziamenti probabilmente necessari, senza avere ricadute sulla capienza e quindi sugli incassi. Noi a Casa Barbato, in attesa anche di conoscere le direttive governative legate alle modalità di ripresa delle attività, e tenendo conto che non abbiamo mai incentrato la nostra Agripizzeria sull'asporto, puntiamo ad evolverci ed ad investire per la ricerca di un equilibrio che riesca a garantire ai nostri clienti la sicurezza di un'uscita spensierata al ristorante, senza rimetterci in qualità, servizio, costi e comfort. Stiamo già predisponendo un adeguato distanziamento tra i tavoli oltre alla rimodulazione dei posti a sedere, ma stiamo approntando anche uno spazio esterno che ci permetterà di fruire di spazi maggiori e ben distribuiti, questo per il prossimo periodo estivo.

3) La qualità è un elemento imprescindibile, credo anzi sia controproducente puntare ad un discorso economico a scapito della qualità, anche se con il buon intento di incentivare il cliente. Ovviamente per stabilire se i prezzi subiranno variazioni bisognerà capire anche le ripercussioni sull'intera filiera agroalimentare legata alla pizza e quindi vedere se i prezzi delle materie prime a monte subiranno variazioni significative.

Intanto, noi stiamo pensando al rinnovo dell'offerta alla carta, visto anche il sopravvenuto balzo di stagione, ma in più possiamo anticiparvi che ci saranno anche alcune novità. Con Nicola Barbato abbiamo parlato anche di questo nei nostri quotidiani aggiornamenti "a distanza" e crediamo che le crisi si affrontino anche investendo e migliorandosi, ma non crediamo che abbassando i costi si possa poi garantire la qualità ed offrire un servizio sempre migliore (e sicuro).

4) Come ho già accennato prima, di sicuro i nostri clienti alla riapertura troveranno novità nel menù, visto che andiamo incontro all'estate e la natura in campagna non si ferma davanti al Covid-19, quindi partiamo dai prodotti del nostro orto e come sempre, penseremo abbinamenti e proposte nuove e accattivanti. Quindi nessuna pizza sarà spinta più di altre, lasciamo libera scelta ai nostri ospiti di lasciarsi attrarre dalla nostra proposta gustosamente innovativa, molto innovativa! Anzi ne approfitto per invitare i lettori alla riapertura per gustare le nostre innovazioni del gusto.

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Anna De Rosa 18/12/2022

La "spericolata" creatività di Giuliano Napoli, trasformista della materia

Non è facile intervistare Giuliano Napoli, non è facile inquadrarlo in un solo settore. E' un creativo spericolato, crea opere incredibili con tecnica di riciclo di vari materiali, con infinite sperimentazioni. E' un visionario dalla percezione veloce ed alterata, incoerente e incostante, con una grande capacità di razionalizzare tutto questo. Napoli è un artista dalla creatività vivace ed empirica, che spazia e sperimenta; un trasformista della materia, ricicla tutto ciò che non serve e gli dà nuova vita.

Quando non è assorbito dal suo lavoro, raccoglie i rifiuti e li trasforma in opere d’arte ecologiche e innovative. Le sue opere si trasformano in installazioni che hanno per base di appoggio tronchi recuperati ovunque, soprattutto sulle spiagge, con giochi di luci e suoni.

Dove sei nato? Dove vivi?

Sono nato a Salerno, per un lungo periodo della mia vita ho vissuto a Roma, dove ho lavorato come clown nei reparti pediatrici e oncologici di diversi ospedali; girando un po' per l'Europa, ho portato avanti un progetto di ricerca artistica sul mondo del clown. Da qualche anno sono rientrato a Salerno e poi mi sono trasferito a Eboli, per stare vicino alla famiglia, mantenendomi però saldamente ancorato al mondo artistico del territorio salernitano.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Ho memoria di me da piccolo pronto a cantare, recitare, creare in ogni momento di ogni giorno. Poi, da grande, la mia ricerca artistica mi ha portato a fare un viaggio molto intimo sul mondo teatrale del clown, portandomi a creare spettacoli che ho portato in giro in teatro, ma in particolar modo nelle scuole di Roma, legando gli spettacoli ad un progetto di educazione alla salute e alla solidarietà.

Quando non ero nelle scuole, facevo clownterapia negli ospedali di Roma, in sinergia con le politiche sociali di Roma e con l'Università LA SAPIENZA, come docente per la Formazione di operatori sociali; nel 2004 ho anche fondato l'associazione RIDERE PER VIVERE, portando per la prima volta in Campania la comicoterapia negli ospedali napoletani Santobono e San Paolo e in quello di Mercato San Severino.

Dal 2016, la mia creatività si è spostata su una ricerca artistica completamente diversa. Ho cominciato a creare opere come denuncia di una società legata agli sprechi. Attraverso le mie opere, che uso come specchio di un mondo sempre più legato al consumismo, creo foto, video e installazioni. Realizzo le mie opere con tecniche di aggregazione di materiali di riciclo, fondendoli in installazioni cromatiche che prendono vita grazie a giochi di luci, mostrando allo spettatore universi materici, plastici, significativi secondo il tema trattato, quindi foto, luci, riciclo, rielaborazioni, musica, video e altro per esprimere l'anima del gesto creativo.

Come nasce una tua opera? Cos’è per te l’ispirazione?

L’unica costante è il saper guardare e ascoltare. Quando ho un’ispirazione, a volte è come un “fermo immagine”, un blocco momentaneo dello scorrere quotidiano, il più delle volte è un semplice inciampare su ostacoli non percepibili. Mi piace perdermi tra e nelle cose che normalmente accadono, rinnovando un’attenzione muta, come un dono, un regalo inatteso, un’immagine che ti si spacchetta nella mente, ora, per un attimo.

I riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato?

Il mio percorso artistico è anomalo. Io non ho studiato arte, ma l'ho incontrata in un momento particolare della mia vita. È stata un forte àncora alla realtà. Ho cominciato a fare sperimentazione perché diversamente il periodo che attraversavo mi avrebbe condotto lungo percorsi difficili. E allora ho riempito la vita di cose che mi davano piacere.

Poi ho scoperto che le persone che assistevano alle mie sperimentazioni vivevano con me quel rito di sospensione creativo, e da loro avevo dei ritorni che mi facevano scoprire artisti ai quali potevo fare riferimento per quello che sembrava delinearsi come mio percorso artistico. È cosi che ho scoperto Alberto Burri. Mi piace pensare che un soffio di vento abbia tenuto sospeso nel tempo un po' del suo mondo interiore, e che per caso mi sia entrato nel cuore, facendomi sentire quello che provo quando creo una mia opera.

Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

In Italia il mondo dell'arte non è considerato come andrebbe fatto. Come dicevo prima, nel mio percorso di vita ho fatto una ricerca teatrale sul clown. Questo percorso l'ho condotto a Berlino. Un'esperienza utopistica in Italia, se consideriamo che a Berlino lo stato ci ha messo a disposizione un teatro per creare, un sostegno economico, e ogni sera avevamo un pubblico che pagava il biglietto semplicemente per sostenerci: veniva a vedere cosa era stato creato durante il giorno e ci dava dei riscontri su ciò che teatralmente funzionava ed era comico. Un modo completamente diverso di fare arte. Artista e pubblico che diventano un insieme nel condividere un percorso.

Cosa ti ha lasciato la pandemia?

Per fortuna ho trovato un lavoro che mi occupa tanto tempo, ma il richiamo dell’arte è sempre forte e appena ho occasione sono presente ad eventi con performance di fotografia e altro.

Progetti futuri?

Il sogno di recuperare un paese fantasma e trasformarlo in un luogo di rinascita attraverso l'arte, per tutti quelle persone che purtroppo in un momento della loro vita hanno incontrato dipendenze di ogni genere.

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Annamaria Parlato 29/06/2022

"Dadini" è la storia di Alessandra Sessa, giovane jewelry designer salernitana

“Dadini sei tu, racconta la tua storia”. Semplice a dirsi, difficile a farsi. Partendo dal principio, il brand nasce dall’inventiva e dall’estro della giovane fiscianese Alessandra Sessa, che come tanti creativi e imprenditori, in un processo all’inverso, dal Nord rientra al Sud, restandoci. Originalità e artigianalità raffinata hanno fatto il resto, in un connubio di piacevolezza e preziosità dei materiali.

Il Quartier Generale Dadini è a Fisciano, ma gli stilosi gioielli in porcellana possono essere acquistati online o presso numerose gioiellerie italiane. La scoperta e l'uso della ceramica risalgono agli albori della storia e sono il risultato della terra fissata nella sua forma dal fuoco. Il prodotto più nobile delle componenti che costituiscono la ceramica è appunto la porcellana: caolino e feldspato, amalgamati dai cinesi, arrivano in Europa nel XIII secolo grazie agli scritti di Marco Polo. La porcellana nacque dalla lenta evoluzione degli oggetti di ceramica bianca, cotti ad alta temperatura del nord della Cina, verso il VI secolo.

Dietro quest’affascinante storia c'è chi come Alessandra ha saputo unire alle conoscenze storiche la modernità dei processi di lavorazione, conservando l’intreccio che lega manualità e materiali, per poter ottenere un gioiello unico e pensato con amore, l’amore per la propria terra e le proprie origini. Durante il lancio del Dadini, a Maiori lo scorso 2 giugno 2022, chi scrive ha avuto modo di intervistare la jewelry designer del brand, per poter raccogliere tutti gli elementi utili a far capire ai lettori come è stato creato Dadini e in cosa consiste.

Quando e perché hai deciso che saresti diventata una jewelry designer?

In realtà non ho deciso ma è stata una casualità poiché ho studiato design e un master in design del gioiello, lavorando in aziende di settore per anni, in particolar modo a Milano. Poi nel giugno 2015 ho ricevuto una telefonata da un imprenditore del Sud che mi chiedeva di portargli settanta copie di un libro che sarebbero servite ai suoi dipendenti per un workshop che si sarebbe dovuto svolgere durante il weekend. Nonostante la difficoltà della richiesta, riesco a prendere un treno al volo e ad arrivare in tempo a Salerno, mettendo in valigia tutti quei libri.

Però durante il viaggio mi lascio sopraffare dalla curiosità e inizio a sfogliare uno di questi libri sulla tematica del come fare impresa. Arrivata a Salerno, innanzitutto provo una gioia immensa nel rivedere la mia terra e la mia famiglia, e immediatamente mi fiondo in Costiera Amalfitana per sentire il profumo del mare e godere dei colori ipnotici della natura e delle maioliche. Da qui nasce il brand Dadini, da un progetto ben sviluppato e dalla voglia di rendere 3D le maioliche, qualcosa di rivoluzionario che racchiudesse il mio amato Sud. Esattamente tutto prende il via nel dicembre 2016.

Raccontaci il tuo brand tutto "Made in Italy": cosa significa Dadini?

Come dicevo, significa tridimensionalità delle ceramiche e delle maioliche dei paesi costieri in un piccolo gioiello, un micro-dado interamente realizzato in Italia al 100%.

Ci spieghi le tecniche e i materiali che usi?

Sono decalcomanie su porcellana. Al computer realizziamo prima i disegni delle maioliche graficamente, poi li stampiamo su decalco che sono prettamente per supporti ceramici e nella parte finale del processo vengono rifinite a mano, soprattutto le strisce colorate. Le maioliche poi a loro volta possono essere o colorate o preziose, quindi oro giallo o platino su porcellana. Oltre ai Dadini in porcellana ne ho creati altri in argento o in acciaio inossidabile per completare la linea di prodotti.

Se un gioiello dovesse scheggiarsi o rompersi, riusciresti a garantire al cliente anche la riparazione dello stesso?

Siamo in grado anche di provvedere alla riparazione del gioiello. Nel certificato di garanzia fornito al momento dell'acquisto al cliente nella sua scatola, assicuriamo in parte la manutenzione ma in genere consigliamo, data la delicatezza del materiale, di indossare un bracciale Dadini evitando di accostarlo ad un orologio o altri oggetti contundenti. Se poi dopo quindici giorni o un mese dall’acquisto dovesse scheggiarsi, il Dadini viene sostituito.

I tuoi sono gioielli che raccontano determinati territori della provincia di Salerno. Come è nata questa idea?

In realtà non siamo presenti solo sul salernitano ma ad oggi siamo anche in Campania, Lazio e Sicilia, e a breve Sardegna; di ogni regione, con le sue città che tocchiamo, cerchiamo di riportare sul gioiello le sue bellezze o peculiarità.

Potrebbe nascere un Dadini Valle dell'Irno?

La Valle dell’Irno non è una città e quindi no, ma ci tengo a precisare che Dadini è emozioni, ricordi, storie e quindi ci sono molti disegni impressi sui gioielli che vogliono cercare di trasmettere sensazioni, quindi non solo città e luoghi.

Pensi di creare anche una collezione nazionale, prendendo come punto di riferimento altri territori italiani?

Si, tocchiamo diverse regioni italiane e presto ne aggiungeremo altre. La massima aspirazione sarebbe quella di uscire oltre i confini nazionali e puntare agli Stati Uniti, all’Australia, al Giappone e così via, dedicando alle grandi metropoli un Dadini da collezionare.

Qual è il tuo Dadini preferito?

I Dadini li amo tutti, sono come figli perché li ho creati io, ma dovendo esprimere una preferenza amo il Dadini Amalfi perché è una maiolica super colorata che racconta del mare, del sole, dell’azzurro del cielo, della vita, della bellezza. Inoltre, ha un particolare design che se viene accostato ad altri Dadini Amalfi forma un fiore, se ruotato e messo al contrario forma un sole. Amalfi è stato il primo luogo a cui ho pensato, è il fulcro delle mie ispirazioni, nulla togliendo alle altre meravigliose città.

Altri progetti per il futuro?

Si, sto pensando di incrementare la collezione Dadini Pop con bracciali e collane non componibili, fatte di corda colorata, a differenza delle altre che invece si compongono di svariati pezzi a scelta del cliente, che mettendoli assieme crea la propria storia personale. In questo caso diventa un prodotto finito e il cliente può addirittura assistere al processo di realizzazione dello stesso, prenotandone la realizzazione presso i punti vendita con noi affiliati e seguendo il lavoro dei nostri maestri artigiani. I Dadini Pop hanno riscosso già un ottimo successo e ne aggiungeremo altri più invernali.

Altro progetto è quello di puntare alle città d’arte italiane, alle località balneari e a quelle sciistiche più famose, come ad esempio Courmayeur. Dadini non sarà solo gioielli ma anche accessori come profumi, borse, foulard dedicati alla maiolica tridimensionale marcata Dadini. Poi voglio svelare questa novità assoluta proprio ad Irno24, in anteprima. E’ nato da pochissimo anche il Dadini Ring, in pendant con i bracciali e le collane.

Chi è Alessandra Sessa in tre parole e tre aggettivi?

Alessandra è sicuramente sorrisi, mani protese e sguardi verso l’infinito. Poi è anche determinata, creativa e solidale col mondo femminile, soprattutto quando si tratta di fare squadra e rete.

E ora me la racconti un’altra storia?

Certo: “Sono più miti le mattine, il sole emana riflessi dorati nell’azzurro tenue del cielo e le bacche hanno un viso più rotondo. Il cielo è terso e il mare profuma di buono. Il castagno indossa una stola più gaia. La campagna una gonna scarlatta, ed anch’io, per non essere antiquata, mi metterò un gioiello”.

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