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Anna De Rosa 25/05/2022 0

L'arte "da indossare" di Erica Longobardi e i suoi progetti post pandemia

L’arte di Erica Longobardi e di suo marito viene richiesta da tutta Italia, da Potenza a Milano, addirittura in Cina; i loro sono pezzi unici, interamente disegnati e dipinti a mano. Il giusto riconoscimento per chi è coraggioso e investe su se stesso.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata è cresciuta Salerno, da qualche anno vivo a San Gregorio Magno, dove soprattutto i giovani della mia età mi hanno subito accolta e resa partecipe di molti eventi nel campo artistico; però nel cuore ho sempre la mia Città natale, un legame indissolubile: se chiudo gli occhi per un attimo, mi sembra di stare lì sulla spiaggia ad ascoltare il rumore del mare, sentire l'odore del sale e il sole che ti avvolge. Quando mi capita di tornare per me è sempre una grande gioia, come se fosse la prima. La mia anima è divisa tra mari e monti.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

E' iniziato durante l'adolescenza, c'è la classica fase in cui devi scegliere che scuola frequentare e chi diventare. E in cuor mio sapevo già di essere un'artista, perché l'arte te la senti addosso finché non le dai modo di liberarti; però è anche vero che bisogna affinare le tecniche. I miei genitori, soprattutto mia madre, mi hanno sempre appoggiato nelle scelte, infatti ho svolto gli studi al liceo artistico Filiberto Menna dove mi hanno dato la possibilità di partecipare a svariate mostre, di cui conservo ancora attestati.

Purtroppo, col crescere anche i problemi economici crescevano e per tale motivo non ho potuto intraprendere la via dell'accademia e quindi da quel momento in poi c’è stato un periodo di standby. La mia arte è iniziata a rifiorire quando ho incontrato mio marito, anche lui artista, e insieme abbiamo deciso di aprire un negozio unico, "arte da indossare" come lo definisco io.

Abbigliamento di ogni genere, dipinto unicamente a mano su commissione; il negozio si sarebbe chiamato "Brainstorm", una tempesta d'idee, che poi si sono realizzate. Abbiamo aperto e le persone hanno ordinato dei pezzi da tutti Italia, addirittura delle scarpe in Cina: pezzi unici, interamente disegnati e dipinti a mano con colori specifici per tessuti. Purtroppo però il nostro sogno è andato in frantumi causa Covid; un momento non facile per nessuno, un momento critico che ci ha portato alla chiusura.

Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?

Le mie opere nascono sempre in periodi particolari della vita, nei dipinti che ho realizzato chi li guarda poteva sentire il mio stato, la mia essenza, l’urlo di tutte le emozioni perché ogni volta su un dipinto, ma soprattutto sui capi, era come se stessi regalando piccoli pezzetti di cuore in giro per il mondo. I soggetti che scelgo sono volti, animali, fiori, anche se in realtà sono loro che scelgono me.

I riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato

Nel corso del tempo devo dire che sono andata in fissa per Van Gogh, ricordo soprattutto i suoi primi quadri di cui nessuno parla mai che esprimevano tanto di lui, come i mangiatori di patate; questi uomini e donne molto simili a scimmie, con le mani sporche di terra e spaccate dal lavoro, mi fanno pensare che la sua vita non è stata per nulla facile. Un’altra artista che mi ha ispirato è Frida Kahlo, non nelle opere ma bensì come persona, donna, simbolo di libertà e di rinascita.

Artisti, galleristi, istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Purtroppo non è molto facile inserirsi nel sistema, bisogna farsi strada con le unghie e con i denti e molto spesso, come in tutti i campi, ci sono sempre quindi bisogna stare attenti a chi promette troppo, molto spesso bisogna scendere a compromessi per non parlare del fatto che se non trovi i giusti canali e le persone giuste non è detto che arrivi in alto. Quello che si dovrebbe fare è dare più voce all'artista e apprezzare l'arte che trasmette, non modificarlo per farlo diventare commerciale.

Progetti futuri? Cosa ti ha lasciato la pandemia?

Questi due anni mi hanno lasciato un vuoto, una ferita aperta; la situazione della pandemia ci ha messo alle strette perché non eravamo più in grado di sostenere le spese del negozio. Fra i progetti per il futuro c'è riprendere a dipingere, infatti sto iniziando con dei laboratori d’arte per bambini in modo che comincino a rapportarsi con essa, tirando fuori il lato creativo, artistico, inventivo, stravagante, perché l'arte comprende tutto.

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Anna De Rosa 09/05/2022 0

La sfida avvincente dello "scrittore-artigiano" Domenico Notari

Domenico Notari è architetto e scrittore. Suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste italiane, statunitensi ed elvetiche: «Nuovi Argomenti», «Linea d’ombra», «Achab», «Webster Review», «TriQuarterly» e «Viola» sono stati trasmessi dalla Radio Svizzera. Ha fatto parte della nuova leva di narratori, sceneggiatori e registi chiamati dalla Rai a rappresentare una porzione d’Italia attraverso la radio. Ne è scaturito il documentario a puntate "Salerno, un archivio della memoria" per la serie Centolire.

È autore dei romanzi "9, la rabbia del rivale" (Castelvecchi, 2018) e "L’isola di terracotta" (Avagliano 2000; Marlin 2019), giunto alla quarta edizione. Ha fondato e dirige dal ‘98 una delle prime scuole di scrittura narrativa del Meridione: "L’officina del racconto". Ha insegnato Scrittura creativa all’Università di Salerno. Con Newton Compton ha pubblicato "Breve storia del Regno di Napoli" (2019), poi audiolibro per Audible (2021), e "La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés" (2021).

Dove sei nato? Dove vivi?

Sono nato a Capriglia di Pellezzano e vivo a Salerno.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Sono convinto che il percorso formativo di un artista inizi già dall’infanzia. E per quanto mi riguarda è cominciato intorno ai 6 anni con la lettura accanita di qualsiasi cosa – libro o fumetto – avesse le sembianze di una storia avventurosa o di una fiaba. Sono stato favorito in questo da una biblioteca di famiglia ben fornita. I volumi con le illustrazioni in tricromia della Scala d’oro Utet – quella originale degli anni Trenta – sono stati i miei primi maestri.

Un altro esercizio formativo per un artista è la distrazione. E io mi sono esercitato molto con questa pratica: a scuola ero sempre distratto, nonostante i rimproveri di genitori e maestri. La distrazione è stata sempre demonizzata. Solo oggi, gli psicologi riconoscono che favorisce la creatività, la formazione del sé e la percezione degli altri.

Quando, poi, da adulto ho letto “L’inventore di sogni” di Ian McEwan, mi sono riconosciuto in pieno nel personaggio di Peter Fortune, il ragazzino che sogna a occhi aperti. Gli adulti lo considerano un ragazzo difficile perché è molto distratto, ma non sanno che Peter cresce proprio attraverso quei sogni: gli danno il coraggio necessario per affrontare le difficoltà della vita. Forte di quest’esperienza, i miei laboratori di scrittura creativa, nella scuola primaria, favoriscono sempre la distrazione in classe.

Perché la voglia di scrivere?

All’inizio della carriera, è stata una sfida, emulare gli scrittori che amavo: Calvino, Rodari, Buzzati, i miei primi modelli di scrittura. E sono partito imitando il loro stile; un po’ come quei pittori che nei musei copiano le tele dei grandi maestri. Oggi, invece, scrivo con uno stile mio quelle storie che da lettore vorrei leggere. Do forma a quanto tumultuosamente si agita dentro di me e cerco di trasmetterlo a quante più persone è possibile.

Cos’è per te l’ispirazione?

L’ispirazione è un’idea fissa, un pensiero in nuce che ti accompagna prepotente per giorni, mesi, finché non le dai la forma di una storia. E la storia che viene fuori sulla carta (racconto o romanzo) è frutto, poi, di un lavoro ostinato, maniacale e monacale, dello scrittore-artigiano. Direi un lavoro di cesello della pagina, di “ogni” pagina scritta.

Sandro Veronesi ha colto perfettamente la mia idea di lavoro nello “strillo” di copertina che accompagna i miei ultimi volumi: «La forza di Domenico Notari è sempre stata quella dell’artigiano (il sarto, il ceramista, il vetraio) che siede davanti alla materia grezza e sa che il raggiungimento della forma desiderata è solo questione di tempo». Ecco: ispirazione e inventiva, ma anche molta pazienza e duro lavoro.

Come nasce una tua opera?

Dopo che l’ispirazione ha preso forma, diventando un’idea strutturata, passo ad abbozzare una trama mediante appunti. Ho un bellissimo quaderno nuovo per ogni romanzo in fieri: una grafica accattivante invoglia i pensieri. Non mi metto subito al PC per scrivere la storia; non navigo a vista, senza avere una rotta. Ho bisogno, invece, di partire già con un finale, con un punto fermo, che naturalmente nel corso della scrittura vera e propria può cambiare, modificarsi strada facendo. In questa prima fase, per acciuffare idee o soluzioni ai problemi che sorgono man mano, utilizzo una sorta di brainstorming con me stesso, un “botta e risposta” con il mio alter ego grazie allo straniamento.

Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere?

Inizialmente nulla. Nessun messaggio preconcetto, Dio ce ne scampi! Voglio solo emozionare i miei lettori. Quella stessa emozione che provo io nel momento in cui affiora sulla pagina, improvviso, l’inconscio. Mi interessa affascinare il lettore, tenerlo avvinto. Farlo ridere, piangere, saltare sulla sedia. Un romanzo, in fondo, è come un bonsai: è una vita in miniatura. In un centinaio di pagine è condensato il dramma di una o più persone.

Pensiamo a “Guerra e Pace”: in poco più di mille pagine sono concentrate le guerre napoleoniche, le vite di interi eserciti e i destini di intere generazioni. Se, durante la mia scrittura, sorgono istanze civili, politiche o morali, queste vengono “mostrate”, non “dette”; non sono mai esplicite: sono sempre narrativizzate, sotto forma di simboli, di situazioni, di personaggi.

Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

È il soggetto che sceglie me. In questo la penso come Picasso che affermava: “Io non cerco, trovo!”.

Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?

Penso che il sistema editoriale italiano sia schizofrenico: abbiamo un’editoria spendacciona e nello stesso tempo tirchia perché indebitata. Si parla tanto di industria editoriale, ma il sostantivo, in questo caso, è inappropriato. Nell’industria vera, c’è la volontà di produrre per vendere, e tutto scorre in questa direzione in maniera più o meno razionale. Nel caso del libro, invece, spesso non c’è razionalità. Ci sono editori, anche importanti, che si comportano ancora da artigiani, fanno prevalere le proprie paturnie, le proprie idiosincrasie, la propria visione snobistica della cultura, ma non giungono al cuore di chi legge. Nello stesso tempo pubblicano troppo, pressati dal ricatto dei distributori. Il risultato è un grosso fatturato solo sulla carta, ma non reale. In agguato, allora, l’indebitamento.

Un editore efficiente e razionale, invece, dovrebbe essere di qualità nei contenuti che pubblica, e nello stesso tempo risoluto a giungere al cuore di chi legge. Ovvero commerciale nella promozione e nella distribuzione di quanto ha stampato, abbandonando ogni forma di boria e snobismo. Devo dire che la mia esperienza con la Newton Compton va proprio in questa direzione: massima libertà, apertura anche alla sperimentazione letteraria di chi scrive; e nello stesso tempo una macchina efficiente a disposizione: promozione, distribuzione capillare e vendita, sia nelle librerie fisiche che online.

Progetti futuri? Aspettative di successo per il tuo libro/libri?

Spero di continuare la serie del commissario Donnarumma, edita da Newton Compton, in cui racconto la mia Salerno; magari con traduzioni all’estero. Amo, come il mio protagonista, la Salerno-Jekyll: sonnolenta, decorosa, accogliente, così come ne detesto la poliedrica sorella criminale Hyde, la città di Bengodi, dello spaccio, dei cento bar, dei cento pub, delle discoteche. La Salerno dell’usura e delle attività commerciali che muoiono e rinascono; il tempo di un “bucato” bianco e splendente. La città è un personaggio fondamentale in un giallo che si rispetti e, in questo caso, è anche l’occasione per riversare sulla pagina l’impegno civile e politico di chi scrive. Far conoscere all’estero la mia Salerno letteraria sarebbe, allora, un bel risultato.

La pandemia per molti è stata un tempo catartico e di introspezione personale, tu come l'hai vissuta?

Nel mio caso non è stato un periodo catartico né di introspezione; è stato, invece, un momento di riflessione politica e civile. Tutto il sistema statale è crollato o è stato demolito sotto una spinta globalista violenta, che è cresciuta con gli anni. Tutte le nostre certezze e i nostri punti di riferimento sono venuti meno. I due romanzi che sono riuscito a scrivere, durante l’isolamento forzato, sono anche il frutto di queste riflessioni e di questi sentimenti forti.

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Anna De Rosa 26/04/2022 0

La suggestione dell'attimo felice negli scatti di Giovanna Rispoli

Giovanna Rispoli è una fotografa, che durante l’adolescenza, ai tempi del Liceo Artistico di Salerno, ha avuto la fortuna di avere professori che sono stati e sono tuttora grandi artisti e critici d’arte. Si è fatta notare per il suo spirito di partecipazione alla realtà culturale di Salerno. Per una serie di motivi, ha vissuto un lungo periodo di silenzio creativo, interrotto circa due anni fa, quando si è rivestita di una “pelle nuova” ed ha ritrovato il suo spirito artistico e sono arrivate partecipazioni a collettive con le sue fotografie.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata a Salerno e vivo a Pellezzano.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Nel lontano 1985, quando scelsi di iscrivermi al Liceo Artistico. Gli anni della mia formazione completa li ho avuti negli anni '90, quando, ancora liceale, frequentavo gli studi di alcuni maestri d’arte come Matteo Sabino e Sergio Vecchio. Due grandi maestri di cultura a 360 gradi. Da loro ho imparato molte tecniche pittoriche, a mescolare i colori, a preparare tele, ma soprattutto ad osservare la natura, gli oggetti, a sentire ad ascoltare i loro racconti, le loro esperienze culturali artistiche. Da loro ho imparato praticamente come si crea un’incisione, un murale, un mosaico, un restauro di un quadro, un vaso di ceramica, come si fotografa.

Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?

Ho costruito una macchina fotografica con la quale potevo scattare foto e svilupparle io. Una passione innata, ma la grande ispirazione l’ho avuta osservando i paesaggi marini, i tramonti, facendo lunghe passeggiate al mare, visitando paesi. Cerco di comunicare emozioni, calma, serenità, anche paura, perché a volte la mia anima è in tempesta ed ascoltando le onde del mare mi calmo, divento serena, felice. Scelgo il soggetto dei miei lavori quando esco e sono in giro con il mio motorino, e mi fermo dove un paesaggio, un animale, un fiore, una spiaggia mi colpisce e cerco di catturare l’attimo fuggente con la mia macchina fotografica.

Gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo?

I due grandi artisti precedentemente citati, che non ci sono più. I loro insegnamenti mi hanno molto influenzato, le loro critiche positive, i loro rimproveri. I pomeriggi trascorsi presso i loro studi mi hanno formata e tramite loro ho avuto modo di conoscere e frequentare gallerie (Il Catalogo, Verrengia), il Museo Frac e critici d'arte come Massimo Bignardi e Rino Mele e altri.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Qui al Sud è un po' provinciale, c’è poca cultura, la gente segue di più cose futili e poco una bella mostra, si pensa solo al locale dove andare a sentire musica e cenare. Eppure nella Valle dell’Irno, a parte Salerno, ci sono complessi museali importanti come il Museo Eremo dello Spirito Santo di Capriglia e il convento di San Francesco di Baronissi.

Progetti futuri? Cosa ti ha lasciato la pandemia?

I miei progetti mi impegnano a seguire la mia evoluzione e ricerca artistica attraverso la fotografia. In questi due anni di pandemia ho imparato ad ascoltare il mio essere, i miei sentimenti, desideri, valori, nozioni; la solitudine ha scatenato la mia voglia di vivere, di ripresa, di rimettermi in gioco, di vivere di nuovo per le strade e fotografare gli attimi, i momenti, le persone, gli oggetti, i tramonti, le albe, il mare calmo, in tempesta, gli animali, i fiori, la natura, tutto ciò che è bello, che stimola serenità, felicità, gioia, pace, tranquillità.

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Anna De Rosa 15/04/2022 0

Paesaggi ad acquarello ed equilibri geometrici, ecco Pino Giannattasio

Le esperienze artistiche di Pino Giannattasio riflettono il suo carattere posato, sempre alla ricerca della forma e della tecnica per esprimere nel modo migliore il suo mondo. Sperimentatore di diversi materiali come cartone, ferro, ceramica, Giannattasio spazia dalla pittura alla grafica, dai paesaggi ad acquerello - che esprimono la sua poesia cromatica che accarezza le architetture delle case e dei monumenti - alla ricerca geometrica di equilibri e perfezioni. Ha partecipato a numerose collettive, conseguendo riconoscimenti.

Dove sei nato? Dove vivi?

Sono nato a Salerno, dove vivo.

Come è cominciato il tuo percorso artistico?

Ho cominciato a dipingere cogliendo l’occasione di un concorso artistico organizzato dalla Prof.ssa Grassi, Presidente dell’Accademia Internazionale d'Arte & Cultura "Alfonso Grassi".

Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?

Sin dall’inizio del mio percorso artistico ho cercato di trasmettere con le mie opere quello che era il mio stato d’animo al momento della creazione. Si possono così notare differenze notevoli fra i quadri: vi è un periodo di calma e apprezzamento del bello, che si identifica con le molte produzioni ad acquarello; un periodo sperimentale, in cui mi sono cimentato nelle opere geometriche e con forti colori, giocando fra le tinte primarie e secondarie; mi sono poi dilettato con tecniche nuove, lasciandomi guidare dalla fantasia.

I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?

Sono affascinato dall’arte giapponese espressa da Hiroshige e Hokusai, dai dipinti dell’inglese Turner e dell’americano Hopper. Rimanendo invece a Salerno, mi è sempre piaciuto il Prof. Sabino.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea dalle nostre parti?

Purtroppo nelle realtà locali c’è poca partecipazione da parte delle Istituzioni, cosa che non permette un’adeguata sponsorizzazione degli artisti e delle loro opere. Raramente vengono promosse iniziative gratuite, che permetterebbero di far conoscere una grande quantità di artisti, e tanto meno viene dato grande risalto a quelle organizzate dalle associazioni o da singoli promotori. Bisognerebbe far presente che l’arte non è un bene solo di nicchia, ma è una vera e propria terapia dell’anima aperta a tutti.

Progetti futuri?

Al momento non ho in programma nulla di definito. In questi due anni, quando è stato possibile, ho partecipato a mostre collettive in città e riprenderò quanto prima la produzione di opere.

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Anna De Rosa 01/04/2022 0

Le emozioni creative di Anna Vitaliano: "L'arte avvicina la mente al cuore"

Anna Vitaliano ha sempre avuto la passione per l’arte e soprattutto per il disegno. "Grazie" al lockdown ha ripreso a dipingere per esorcizzare il brutto momento che si stava vivendo e subito ha prodotto opere. "L’esplorazione del lato più creativo di sé - spiega Anna - sostiene la vita quotidiana di molte persone, perché l’arte avvicina la mente al cuore. E questo mi ha aiutato a fronteggiare personalmente la pandemia: ho trasformato il non potere abbracciare e toccare le persone, ho sentito le mie emozioni creativamente e le ho messe su tela".

Dove sei nata? Dove vivi? Come è iniziato il tuo percorso artistico?

Sono nata a Nocera Inferiore e vivo a Salerno. Sin dall'asilo, inconsciamente, mi immergevo nei colori per creare una mia dimensione fantastica, dove passavo intere ore, che potesse rispecchiare tutto ciò che avevo dentro e che volevo esternare. Ho sempre amato tutto ciò che riguarda l'arte e la bellezza in tutte le sue sfaccettature. Infatti, professionalmente, mi sono qualificata come consulente di bellezza. Il tutto però, in modo particolare, è esploso durante il periodo difficile del primo lockdown.

Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?

Una mia opera nasce sempre secondo il mio stato d'animo ed in base all'ispirazione del momento che sto vivendo. L'ispirazione, la maggior parte delle volte, mi viene quando mi trovo in uno stato d'animo che tocca determinate sfere emotive. Dopodiché mi isolo da tutto e da tutti, ascoltando la mia musica preferita, iniziando a mescolare i colori e volando con la fantasia, imprimendo il tutto sulla tela.

Quando dipingo mi lascio guidare dalla mia mano che prende il controllo della situazione ed ascolta, al contempo, ciò che mi comunica il cuore. E ciò vuol dire anche riuscire ad imprimere su tela come vedo io un qualcosa in modo totalmente soggettivo, riuscendo a cogliere l'attimo. Non sempre ho le idee abbastanza chiare, per questo cerco spunti di riflessione che mi possano evocare qualcosa.

I riferimenti artistici che ti hanno maggiormente influenzato?

Amo alla follia la corrente dell'Impressionismo! E come non citare, di conseguenza, il mio artista preferito in assoluto: Claude Monet con le sue amate Ninfee. Mi ha sempre smosso qualcosa dentro e credo che la mia maniera di dipingere in parte inizi proprio da lì, fino a diventare poi l'evoluzione di me stessa, di ciò che sono io sulla tela trovando una mia tecnica.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Onestamente per me è tutto un mondo nuovo, frequento la pittura relativamente da poco, quindi non sento di esprimermi al riguardo. Vivo ogni attimo nel miglior modo possibile ed ogni occasione che mi si presenta è sinonimo di crescita personale ed artistica, per emergere sempre di più.

Cosa ti ha lasciato la pandemia? Progetti futuri?

Penso che, malgrado tutto il disagio, proprio il lockdown sia stato la mia rinascita: è iniziato tutto da lì. È stato in quel tempo catartico dove è sbocciata quella parte di me che aveva bisogno di uscire e si è manifestata grazie alla pittura. Ho ripreso e ho dato la mia prima pennellata durante il lockdown, lì ho capito quanto fossi vicina all'arte e quanto mi sentissi in simbiosi con essa, quanto potesse capirmi e liberarmi di tutto ciò che avevo dentro. È stata la mia luce e lo è tutt'ora, sempre di più, dandomi anche più stimoli per vivere la vita al meglio!

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Annamaria Parlato 24/03/2022 0

Strategie di rilancio del territorio con la d.ssa Felici, Presidente CTG Picentia

Le sorti della ripresa turistica e culturale sono ancora in bilico, anche in questo 2022. L’importanza del binomio turismo e promozione però è stata finalmente percepita, sia in ambito pubblico che privato, e questo grazie al bisogno di venir fuori da una crisi profonda che da tre anni ha fatto sprofondare l’economia italiana nel baratro con poca via d’uscita. Tutela del paesaggio, sostenibilità energetica e innovazione digitale dovrebbero essere le armi vincenti per poter essere competitivi e risanare le lacune createsi nei settori della cultura e del turismo.

Per superare le problematiche lasciate dall’emergenza Covid e dalla guerra che sta devastando la nazione ucraina, le mete turistiche italiane dovranno reinventarsi e offrire ai viaggiatori nuovi modelli di vacanza. Irno24 ha intervistato a tal proposito la d.ssa Maria Guglielmina Felici, ex funzionario della Soprintendenza ai Beni Storico-Artistici di Salerno, attualmente impegnata nel sociale e attivamente presente nella vita associazionistica cittadina in qualità di Presidente del Gruppo CTG Picentia. Portavoce di lodevoli iniziative finalizzate al rilancio della cultura, le abbiamo sottoposto alcune domande per capire quali potrebbero essere le strategie messe in campo dal Centro Turistico Giovanile in merito alla promozione della provincia salernitana.

1) Lei è stata un funzionario della Soprintendenza. Di cosa si occupava precisamente durante i suoi anni di servizio?

Ho avuto la fortuna di occuparmi di molteplici settori, dalla Biblioteca alla ricerca archivistica per l’imposizione di vincoli ai beni di particolare pregio della nostra Provincia, dall’Ufficio Studi al Settore Ispettivo sul territorio di competenza. In quest'ultimo ambito ho potuto conoscere a fondo le due zone di cui mi sono occupata: il Vallo di Diano, con la Certosa di Padula; il Cilento con i suoi borghi e le sue preziose ma poco conosciute testimonianze artistiche, oltre che paesaggistiche, delle quali sanno più i viaggiatori del nord Europa (che praticando trekking e cicloturismo si addentrano nei sentieri montani per raggiungere poi le coste) di quanto non ne sappiano i viaggiatori italiani.

Ho esercitato la mia professione con grande fierezza e curiosità ed in ognuna delle attività ho cercato di mettere il massimo delle mie risorse. Un capitolo a parte occupa l’attività da me svolta nella Certosa di San Lorenzo in Padula, di cui sono stata Vice direttrice per alcuni anni, sotituendo anche l'allora Direttrice (compianta) dott.ssa Giovanna Sessa. Con altre colleghe abbiamo progettato la mostra work in progress ‘Le Opere e i Giorni’ , curata dal prof. Achille Bonito Oliva, che si è poi svolta nel triennio 2001-2003, continuandosi poi nell’altra ‘Fresco Bosco’.

2) Come è cambiata la gestione dei beni culturali da dieci anni a questa parte? E quanto si è fatto per il patrimonio?

Credo siano stati due i fattori che hanno profondamente cambiato il modo di operare delle Soprintendenze che, di fatto, si sono progressivamente allontanate dal territorio di competenza. Il primo è sicuramente costituito dalla scelta, operata a mio parere lucidamente, di lasciare che gli organici degli Uffici Centrali e Periferici si svuotassero, senza che nuove figure professionali andassero prima ad affiancare, poi a sostituire il personale che, man mano, lasciava le Amministrazioni per andare in pensione.

Il secondo fattore, collegato strettamente al primo, è stato quello determinato dalla vasta campagna di fango sul Pubblico – stessa sorte è toccata a Scuola e Sanità, per dirne alcune – che ha convinto le persone a credere indiscriminatamente che una massa di mangiapane a tradimento fosse lì ad impedire la libera espressione personale. Via i controllori per poter avere mano libera sul territorio. Per questo si è arrivati all’ipotesi di sopprimere le Soprintendenze. Naturalmente questo è un mio parere personale ma credo ragionevolmente vero, come dire buttiamo via il bambino con l’acqua sporca che, indubbiamente, era abbondante ma che nessuno mai si è curato di gettare.

3) La carriera universitaria è molto lunga, gli sbocchi lavorativi spesso insufficienti. Cosa consiglierebbe ad un giovane laureando in Beni Culturali che vorrà poi intraprendere la professione di conservatore?

Torno alla risposta precedente in quanto la nostra politica ha creato un paradosso, aprendo un percorso universitario dedicato, con specializzazioni che vanno dalla creazione di figure professionali quali Storici dell’arte o Conservatori, o raffinatissime professionalità di cui dovremmo essere fieri, in quanto l’Italia è stata e rimane un faro per gli altri Paesi che guardano alla nostra cultura con rispetto. Rispetto che manca del tutto a noi che con Istituti unici come l’Istituto Centrale del Restauro o l’Opificio delle Pietre Dure, giusto per citarne due, lascia che giovani molto formati vadano a lavorare all’estero.

So di Restauratori e di Archeologi e Storici dell’Arte trasferitisi in Egitto, Armenia, Grecia e Turchia, o nella vicina Germania. E’ anche passato il concetto che queste professionalità non meritino compenso ed un’Amministrazione pubblica locale, che non cito per pudore, ha pubblicato un bando rivolto a Restauratori che, a loro spese ed acquistando anche materiali, avrebbero dovuto restaurare gratuitamente i beni storico artistici di quella stessa Amministrazione. A chi, ben sapendo quali fossero le difficoltà dell’inserimento, ha scelto di intraprendere questi studi per inseguire una passione, dico di non arrendersi e di lottare e studiare per partecipare a concorsi ormai indifferibili.

4) Musei e Cultura hanno subito un duro contraccolpo dalla pandemia, qual è la sua opinione?

Sono ottimista: presto si tornerà alla normalità e le opere d’arte si saranno riposate, respirando senza essere devastate dalla scelta della massificazione della cultura, che non equivale alla formazione culturale. I siti archeologici, i musei, le aree protette sono realtà fragili che meritano cura e rispetto e non invasione di truppe di visitatori spesso inconsapevoli. Nel contempo si è cancellata la gratuità dell’ingresso agli ultrasessantacinquenni, iniziativa a mio parere dissennata. Ricordo quando mio papà a Roma portava i nipoti al Museo o quando, ormai solo, si dilettava a visitarli per poter continuare a sentirsi vivo. E’ chiaro che alla base della scelta c’è un puro calcolo matematico basato sull’innalzamento dell’età media degli italiani.

5) Ci spiega cos’è il Centro Turistico Giovanile?

Una volta andata in pensione, la scelta di aderire all’Associazione Centro Turistico Giovanile, e la creazione a Salerno del Gruppo Picentia APS, ha significato dare in qualche modo continuità al precedente impegno lavorativo. Devo ringraziare per questo la prof.ssa Adele Cavallo, oggi Presidente del Comitato Provinciale CTG Salerno, per avermene data l’opportunità. Il CTG è infatti una grande ed importante Associazione Nazionale, con ramificazioni territoriali fatte di Gruppi, Comitati, Case per Ferie. La sua attività è prevalentemente rivolta alla promozione di un turismo lento, consapevole, rispettoso e rivolto essenzialmente a percorsi meno conosciuti ma, non per questo, meno importanti nel panorama della cultura italiana.

Ho imparato infatti, nel mio lavoro, che in ogni Paese, Borgo, realtà dove si aggregano persone, c’è uno scrigno fatto di storia, testimoniata da manufatti, chiese, palazzi, attività presenti e passate, cibi. Dobbiamo smettere di rivolgere i nostri sguardi verso schermi freddi e riprendere ad incontrarci per poter guardare, col naso all’insù ed all’ingiù, tutto quanto ci circonda. Il CTG, pur nella sua laicità, essendo aperto a tutti, racchiude in sé i valori del Cristianesimo perché la contemplazione del bello ed il rispetto del Creato ci portano a conoscere l’immagine di Dio. Per questo e per le altre finalità il CTG è accreditato presso la CEI.

Finalità del CTG sono anche la valorizzazione dei Beni culturali che possono essere affidati in gestione da parte delle Soprintendenze in applicazione dello Statuto e del Protocollo d’Intesa firmato tra Ministero BB.CC. e CTG. Il Gruppo Picentia ha firmato un Protocollo d’Intesa con la Soprintendenza che intende coadiuvare nel compito di diffusione della conoscenza dei Beni Culturali, soprattutto tra le giovani generazioni.

6) Quali progetti ha in attivo il suo gruppo di associati sulla provincia di Salerno?

Formato un gruppo è necessario trovare un’aggregazione di persone disposte ed interessate a seguire un progetto; il nostro fomat vincente, attorno al quale si è formato il gruppo, è stato e rimane senz’altro il progetto "Di Food in Tour". Nato dall’idea della nostra socia, ed ora anche Vicepresidente del Gruppo Picentia APS, Annamaria Parlato, storica dell’arte (di quelle che non mollano) e specializzata in materia di Enogastronomia, settore che l’ha portata a divenire una giornalista conosciuta ed apprezzata nel settore, "Di Food in Tour" coniuga i beni culturali alle eccellenze enogastromiche del territorio. Durante una domenica, i nostri soci e simpatizzanti partecipano con il Picentia ad un tour in un paese e ne conoscono storia, beni culturali, tradizioni, cibi, ed attività imprenditoriali nascenti o consolidate. Ogni tappa è condotta insieme all’Amministrazione comunale del luogo visitato che ci accoglie e conduce in questo itinerario di cui fanno parte anche diversi momenti conviviali: dall’accoglienza all’assaggio di prodotti tipici, al pranzo, all’osservazione dei procedimenti produttivi.

Durante quasi 2 anni abbiamo percorso i Picentini ed ora siamo alla scoperta della Valle dell’Irno. Ultima tappa è stata quella di Fisciano, prossima sarà quella di Mercato San Severino. I partecipanti all’evento si dicono sorpresi dalla ricchezza dei luoghi, a volte assolutamente sconosciuti ai più, e dalla competenza di giovani membri di associazioni locali, che ci fanno da guida con entusiasmo. Anche assistere al ciclo di produzione dell’olio o della birra, o della trasformazione della nocciola, o gustare una fresca mela annurca, diventa un’esperienza che non ha prezzo.

Oltre a "Di Food in Tour", il Picentia ha realizzato "Salerno a Passi nella Storia", progetto che, partendo dalla Mappa a passi dell’artista Tony Ponticiello, alias Mister Time, carta di cui siamo stati sponsor fin dalla sua prima edizione, cammina per le viuzze del Centro storico, raccontando storie e leggende miste a brani di conoscenza derivata dalla pratica maturata nei lunghi anni in Soprintendenza. Curiosità per gli addetti ai lavori e divulgazione di una cultura persa negli anni. Oggi le cartine di Salerno ci portano a visitare locali e strutture ricettive dove consumare, ma sono scarne di informazioni sui Beni Culturali. A condurre il gruppo le tre ACA, Irene Russo, con le curiosità sulle erbe della Scuola Medica, Annamaria Parlato, ed io stessa.

Un altro progetto realizzato ed in itinere è "Tra Terra e Cielo", che ci ha portato a Campagna dove una volta abbiamo camminato su un percorso montano ed un’altra abbiamo conosciuto il Giardino dei Semplici del Santuario di Maria SS. di Avigliano. Qui don Carlo Magna ha, con Walter Iannotti dell’UPI, riportato il Convento alla sua originaria funzione di centro di accoglienza e cura dell’anima e della persona. Con l’UPI abbiamo ora siglato un Protocollo d’intesa che ci vedrà uniti su altri progetti. Con lo stesso Santuario, che è entrato nella Rete "Laudato sii", abbiamo in programma iniziative che portino Soci CTG da tutta Italia a soggiornarvi.

7) Cos’è la figura dell’ACA introdotta dal CTG a livello nazionale, quali sbocchi lavorativi?

Gli ACA sono Animatori Culturali Ambientali, ciò che li differenzia da una guida turistica. L’ACA anima un percorso dando spunti di conoscenza e riflessione e rendendo l’esperienza del tour piacevole e partecipata. Questa figura è nata all’interno del CTG e siamo stati formati per raggiungerne lo status; ogni anno sono previste ore di aggiornamento teorico e di esercizio pratico che varrà il rinnovo della tessera di ACA. Alcune Regioni come, ad esempio il Veneto, hanno riconosciuto questa figura inserendola negli albi regionali, offrendo a chi ne sia in possesso la possibilità di essere impiegati non solo all’interno dei Gruppi CTG, come oggi avviene, ma anche con le scuole o altre realtà del posto. In questo modo, insieme alla guide turistiche, contribuiscono alla diffusione della conoscenza del territorio ed alla sensibilizzazione dei valori ad essa collegati.

8) Pensa che dopo una pandemia e l'atroce guerra in corso possa esserci di nuovo la ripresa del turismo nei nostri territori?

Non c’è alcun dubbio, noi italiani siamo sempre pronti al viaggio e a gustare un buon piatto tipico o a bere un buon vino locale. Speriamo si sia capito anche che, al di là del turismo fuori dai confini nazionali, ci sono tante realtà di eccellenza che vale la pena conoscere ed apprezzare per godere di una bella vacanza. Inutile dire che i turisti stranieri non aspettano altro che poter tornare. Bisogna solo comprendere che il turista ha diritto ad avere un trattamento rispettoso e che oggi, in cui nessun luogo è lontano, se il turista non viene coccolato non tornerà. Il turismo di qualità è quello a cui dobbiamo tendere per non cannibalizzare il territorio.

9) Lei è più sostenitrice della linea della tutela o della valorizzazione?

Credo che i due temi camminino insieme perché, senza tutela, non sarà possibile la valorizzazione. Un bene culturale danneggiato da un restauro sbagliato o da un intervento irrispettoso sarà perso per sempre. Dunque la tutela, fatta in modo intelligente senza rigidi atteggiamenti proibitivi in assoluto, ma nel rispetto delle norme del Codice dei Beni Culturali, darà alle prossime generazioni la possibilità di godere di un patrimonio culturale di immenso valore, quale è quello diffuso su tutto il territorio della nostra bella Penisola. Prendiamo i più bravi tra i giovani che in questi anni si sono laureati e specializzati nel settore e ricostruiamo le Soprintendenze, restituendo agibilità e dignità alla ricerca ed alla competenza.

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Anna De Rosa 18/03/2022 0

La metafisica visione del reale del sanseverinese Franco Pironti

Le narrazioni artistiche di Franco Pironti, artista eclettico ed originale, attraversano variazioni cromatiche, maturano verso il senso di una metafisica visione del reale e si concretizzano in un’arte senza tempo. Pironti rappresenta una sintesi pittorica iniziata dall’espressionismo per giungere, dopo un percorso trentennale, a stabilire un risultato proiettato all’esemplificazione estrema della dimensione ed alla scelta naturale della forma.

Dove sei nato? Dove vivi?

Sono nato a Mercato San Severino il 19 gennaio 1954 e ci vivo.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico è iniziato nel 1979, quando iniziai a frequentare lo studio del prof. Pesce (mio compaesano). Iniziai a dipingere perché volevo dire qualcosa di mio e l'ispirazione, almeno nei primi anni, fu legata all'ottimismo ed alla voglia di creare qualcosa di bello.

Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?

È un po di anni che rincorro, volta per volta, una mia sintesi, quindi lascio immaginare la dannazione e l'autocritica quando devo proseguire; sono stato persino un anno fermo per poter pensare e decidere.

I riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato?

Nessun artista mi ha mai influenzato anche se li ho sempre ammirati nel loro modo di essere.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Il prof. Pesce mi diceva sempre che i galleristi sono mercanti d'arte dei quali non bisogna avere molta fiducia; penso che gli artisti abbiano poco coraggio e che le istituzioni facciano sì e no il minimo che compete loro.

Progetti futuri? Come hai vissuto la pandemia?

Per due anni non mi sono mosso da casa, la situazione non mi è pesata tanto perché sono abituato a stare solo e pensare alla pittura.

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Anna De Rosa 25/02/2022 0

L'odio che muta nella pace, il senso profondo dell'opera di Inna Lukyanytsya

Intervistare Inna Lukyanytsya è stato un piacere dettato dalla mia curiosità perché lei vive a Salerno da anni, ma viene dall’Ucraina. Il suo racconto è bello ed emotivo, in un momento molto delicato nello scenario internazionale dopo l'offensiva russa. Inna è una pittrice ucraina esperta, artista di formazione classica ma con una sua ricerca personale.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata in Ucraina e vivo a Salerno da 22 anni.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Mio padre era un bravissimo pittore. La sua passione per la pittura me l’ha trasferita quando ero ancora bambina. Nelle fredde giornate invernali, con -30 sotto zero e la neve fino 2 metri di altezza, noi due in una casa calda facevamo le gare di chi dipingeva meglio. E vincevo sempre io.

Come nasce una tua opera?

Di solito parte da zero. Adoro manualità e preferisco preparare la tela da sola, con passione e tanta pazienza. All’incirca ci vuole un mese di tempo per la costruzione e l'imprimitura. Mi piace usare una tecnica per la preparazione della tela risalente al 1400, tutta a base di prodotti naturali.

Cos'è per te l’ispirazione?

L’ispirazione sono le cose che fanno gioire l’anima e il cuore.

Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

Come diceva Picasso, “La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico”. Spesso nelle opere rappresento il cambiamento, che avviene tramite l’evoluzione che parte dal singolo ego per poi arrivare a tutti noi, intesi come un'unica unità intellettiva di persone. Nei miei dipinti narro delle tecnologie distruttive che passano alle tecno-ecologie, della guerra e dall’odio che muta nella pace, della distruzione del nostro pianeta Terra che si trasforma in rispettosa conservazione e rigenerazione.

Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

Lo scelgo spontaneamente.

I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel tempo?

I miei quadri sono di diversi riferimenti artistici e culturali: arte di tradizione ucraina, arte astratta, arte povera del riciclo, arte di impressionismo, arte classica. I pittori che amo sono Siskin, Ajvazovskij, Kandinsky, Malevic, Monet, Pollock. Artisti, galleristi, istituzioni.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro paese?

L'Italia, e in particolar modo Salerno, è la terra dell’arte. Qui il vento, il sole e il mare svegliano l’anima e ispirano a creare. In Ucraina esponevo nella galleria "Art Italia" a Donetsk. Anche qui espongo, ma conosco tantissimi talentosi pittori del posto che non hanno fortuna o possibilità economica di esporre in galleria o di pagare un famoso critico d’arte.

Progetti futuri?

Nella mia città natale c’è una strada che si chiama Viale dell’Arte, dove ogni domenica si riuniscono tutti i pittori e gli artisti del posto con le proprie opere, comprese esibizioni teatrali e musicali. Vorrei ci fosse un piccolo viale dell’arte anche qui nella città di Salerno. Un posto per artisti a 360°, un posto per promuovere arte, per creare, esporre, conoscerci e gioire.

Come hai vissuto la pandemia?

Da un lato è stato un periodo di paura e di grande dolore per le sofferenze e le morti. Dall'altro, un periodo di riacquisizione dei veri valori di vita come la famiglia, l'amicizia e l'aiuto gli altri. La vena artistica non mi ha lasciato nemmeno nel periodo pandemico. Sono volontaria di Lipu a Salerno e ho dipinto 21 "mandala" di uccelli in bianco e nero con la tecnica di una sola pennellata. Spero di poterli esporre da qualche parte per sensibilizzare le persone nei confronti dei nostri fratelli volatili, creature magiche e simbolo di libertà, di cui noi siamo stati brutalmente privati durante la pandemia.

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Anna De Rosa 09/02/2022 0

Le "Armonie" di Vincenzo Caiella fra pittura e musica

Vincenzo Caiella, nonostante le sue potenzialità creative, ha dovuto dare sempre la priorità alle esigenze della vita, dal momento che, purtroppo, l’arte non paga. Nonostante l’Italia detenga i due terzi del patrimonio artistico mondiale, sempre più spesso i creativi di casa nostra sono costretti a emigrare.

In Italia non esistono stipendi per gli artisti a livello statale, a differenza ad esempio della Norvegia, dove un supporto viene riconosciuto agli artisti e di cui si può vivere tranquillamente. Un altro mondo rispetto al nostro Paese, dove l’artista, a meno che non sia già inserito in un contesto commerciale, non ha possibilità di sicurezze economiche. Visitando il sito di Vincenzo Caiella, è possibile vedere le sue varie fasi di ricerca creativa evolutiva, ma io sono rimasta affascinata dalla serie "ARMONIE", dove donne con cuffie ascoltano musica, immerse in un fiorire di natura vivacemente cromatica.

Dove sei nato? Dove vivi?

In Molise, in un paesino chiamato Mirabello Sannitico. Vivo a Salerno, dove la mia famiglia si è trasferita nel lontano 1963.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Ho iniziato a dipingere già da adolescente, ma solo per pochi anni, poi ho ripreso in età adulta, invogliato anche dal fatto che mia figlia studiava all’Accademia Belle Arti di Napoli. Dal 2010 la mia ricerca artistica non si è più fermata, confermando l’artista che sono e che nessuno immaginava. Dopo il periodo “astratto”, ho scelto il figurativo con una tecnica pittorica tutta mia, molto particolare e molto apprezzata, con la quale ho realizzato una serie di opere dal titolo “Baci, abbracci e tatuaggi” e subito dopo, sempre con la stessa tecnica, ho realizzato la serie “Respiri”.

Poiché ritengo che nell’arte non possano esistere limiti o remore, ho iniziato ad utilizzare tecniche più tradizionali, alternando acrilico e olio, a volte utilizzandoli insieme, rappresentando soggetti anche inusuali come lo sport o personalissime prospettive della mia città. Tra Salerno e Napoli ho realizzato alcune personali e partecipato a numerose mostre, tra le quali la Biennale d’Arte Contemporanea di Salerno.

Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare? Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

L'ispirazione nasce dal caso, da un'idea che colpisce e che a volte non ha un significato esplicito. La scelta del tema è in genere è la fase più importante, in modo assolutamente naturale visualizzo mentalmente l'opera e in genere più di una sullo stesso tema. Non cerco di comunicare qualcosa, se non l'invito all'osservazione di un'immagine non banale che, se suscita un'emozione o comunque una riflessione, ha già raggiunto il suo scopo.

I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo

Tutti i grandi del passato remoto e recente mi hanno in qualche modo influenzato, è inevitabile. Ricordo un amico artista che mi disse: "Non vado a vedere mostre d'arte per evitare di essere contaminato e rischiare di perdere la mia originalità".

Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Credo che le Istituzioni debbano svolgere (e in effetti alcune volte lo fanno) il ruolo di promozione dell'arte e degli artisti emergenti o comunque promettenti, che altrimenti devono affidarsi solo a galleristi e al mercato dell'arte, che non è promozione dell'arte ma affari.

Progetti futuri? Questi due anni con la pandemia per molti sono stati un tempo sospeso e di introspezione personale, tu come lo hai vissuto?

Nella fase iniziale della pandemia ho continuato a dipingere sul tema del mare, ora ho sospeso temporaneamente la pittura e sto dedicando il mio tempo alla mia seconda fonte di ispirazione e gioia, la musica, in particolare lo studio dei classici jazz con le mie chitarre.

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Anna De Rosa 28/01/2022 0

Marco Vecchio, il sogno dell'arte attraverso la ricerca dei materiali

Nato ad Agropoli, figlio d’arte, diplomato al Liceo Artistico e laureato presso l'Università di Salerno in Storia dell'arte, Marco Vecchio vive e lavora a Salerno. Da tempo svolge una ricerca lavorando a diversi materiali, prediligendo colori materici, sabbia, smalti, tele, carte e materiali industriali fino a fonderli e a renderli parte di sé in tutte le sue sfumature.

La sua attività artistica si è andata articolando sin da giovanissimo con esperienze diversificate, che oltre alla pittura lo hanno avvicinato ad altri tipi di linguaggio come il cinema. Ha alle sue spalle un itinerario ben lungo di collettive personali e di spettacoli da performer in cui esprime l’arte a 360°. Tutti i tuoi lavori sono un inno alla creatività, eccentrici, paradossali, onirici, in poche parole: unici.

Come riesci a dare una forma alla tua fantasia, che ormai abbiamo capito essere senza freni ne’ limiti?

Penso che la creatività sia l'unica nostra vera salvezza, è una forma di energia che muove dall'interno, come Kandinsky diceva, qualcosa che non puoi implodere e che è la radice di ogni mia forma d'arte! Le storie sono molteplici: un verso in cui riconoscersi, una particolare luce del giorno, le memorie portate dal vento. Ogni cosa può essere artefice del mio creare.

Domanda tranello: quanto ti ha ispirato e ti ispira tuttora essere il figlio del grande artista e professore Sergio Vecchio?

La presenza di mio padre non è mai stata ingombrante grazie al suo modo delicato di confrontarsi con me nelle nostre diversità, così come nei nostri punti d'incontro. Mi ha sempre detto "Ora parlo ad un artista", rimarcando la dualità del nostro rapporto: l'affetto paterno da un lato, il confronto professionale dall'altro. Mi ha lasciato tutta la libertà di "trovarmi", per usare un verbo caro ad Hesse, e insieme la libertà di fare sbagli, perché maturasse la mia identità di artista, credo che alla fine amasse di me proprio quelle differenze, il mio essere altro, nonostante il dono più grande che mi ha trasferito: l'arte e l'amore per la bellezza!

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Il mio percorso creativo è stato un approccio immediato e naturale con il mondo interiore che riconoscevo appartenermi. Da piccolo amavo travestirmi, interpretare personaggi, improvvisare costumi. Il teatro di mia madre era come lo specchio per Alice. Non ho mai avuto alcuna esitazione quando scelsi il Liceo Artistico, come se avessi riconosciuto la mia stella, e quel gioco meraviglioso del bambino si è declinato nel tempo, fino a divenire parte integrante della mia vita. Credo che essere artisti sia un modo di stare al mondo e un modo speciale di sentire e di vivere.

Come nasce una tua opera? Cos’è per te l’ispirazione? Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

Come ho detto prima, ogni opera ha la sua storia. Quando dipingo "racconto" la mia età e il mio universo parallelo, mi piace farmi suggestionare da una frase, dal piacere della lettura, mi piace ascoltare un disco per essere non qui, ma altrove, farmi trasportare dal suono come da una corrente di mare. Ecco, questo può essere un inizio!

I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?

Sono tanti gli artisti che ho amato, talmente tanti da sentirmi quasi un viaggiatore del tempo. Amo tutta la storia dell'arte, senza preclusione verso generi o periodi storici. Da bambino copiavo il Picasso cubista, ero attratto dalle sue forme, dalla vitalità e dalla forza espressiva del suo segno. Crescendo poi ho amato il suo periodo blu e le figure silenti, assorte come funamboli malinconici. Credo che l'incontro con gli artisti sia un innamoramento, è una magia che non puoi spiegare.

Artisti, galleristi, istituzioni: cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Penso malissimo delle istituzioni, sono sorde e lontane, oserei dire estranee all'arte e al mio mondo! La mia assoluta sfiducia verso la politica ha origini profonde, e questi ultimi anni ne sono stati una ulteriore conferma. La mia categoria, come quella di intere classi di lavoratori, è stata totalmente ignorata, non è esistita agli occhi dello Stato e non ha avuto alcuna tutela. Siamo soli e artefici di noi stessi! Eppure l'arte è la storia del nostro paese, e più in generale lo sguardo dell'uomo sul mondo. Circa le gallerie non entro in merito, sono estraneo alle leggi di mercato e forse non mi interessano, l'artista è colui il quale, diceva Petit, non chiede mai il permesso; libertà e forza, riassunto in due parole.

Come hai vissuto la pandemia? Progetti futuri?

Questi due anni di pandemia sono stati un tempo rubato! Conoscevo la mia spiritualità anche prima, purtroppo non trovo altra lezione se non quella di realizzare quanto siamo fragili, quanto tutto possa cambiare da un giorno all'altro, come un vento che spazzi via tutto. Di me ho vissuto solo una parte, la ricerca in solitudine, ma è mancato tutto il resto: donarsi agli altri, cantare per qualcuno, comunicare. L'arte è una lingua universale perché è la voce dell'indicibile e arriva dritta; come diceva David Sassoli, non è politica, è poetica!

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