Design, pittura, architettura: i molti talenti di Marilina De Carolis

"Una mia opera nasce da una sorta di scintilla interiore che si propaga come energia"

Anna De Rosa 30/08/2023 0

La sua passione per l'arte associata alla pittura, alla ceramica e all’architettura discende dagli studi e dagli interessi che hanno ruotato intorno a queste esperienze, strettamente legate tra di loro sul piano della percezione visiva, ai suoi stimoli di ricerca sulla composizione e scomposizione dell’immagine per analizzarne e individuarne la struttura, il tipo ed il modello rappresentativo, per poi ricrearlo in una realtà “immaginaria” di un mondo cromatico.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata a Salerno. Ho vissuto per 15 anni a Cava de' Tirreni, adesso vivo a Salerno.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Ho conseguito la maturità artistica, perfezionando i miei studi di architettura e design, così come quelli della ceramica e scultura. Il mio percorso artistico è nato spontaneamente fin dalla mia giovane età ed è stata un'abilità espressa con grande naturalezza.

Quali abilità ti caratterizzano?

Tutte le mie emozioni e le mie idee le ho trasmesse su fogli e tele attraverso la pittura e il disegno, inoltre manipolando l'argilla. Sono una donna poliedrica e perfezionista, fin da giovane ho lavorato nel campo artistico e architettonico come disegnatrice e progettista; ho avuto esperienze come designer, elaborando prototipi per stilisti di moda con un mix di diversi materiali: seta, lino, iuta, pelle, ceramica.

Ho collaborato con vari artisti e aziende di ceramiche, riproducendo calchi di scultori e dipingendo pannelli antichi di artisti importanti di fine 800 e primi 900, che altrimenti sarebbero scomparsi con il tempo. Mio nonno, per dipingere, ricavava i colori dalle erbe e i fiori, tutti in famiglia abbiamo l'estro artistico. Ho imparato bene quello che so fare grazie alla caparbietà nello studio accurato di ogni tecnica ed alla voglia di sperimentare tutto ciò che si può realizzare di nuovo.

Come nasce una tua opera?

E' una sorta di scintilla interiore che si propaga come energia, dandomi l'ispirazione, e si trasforma in arte con colori e forme. Mi ispirano tutti i soggetti. Amo osservare la vita reale, cogliere l'attimo del sorgere del sole con i suoi colori brillanti, le sfumature del tramonto, l'odore dell'asfalto bagnato, il cinguettio degli uccelli, il fruscio delle foglie immerse in una folata di vento, le espressioni e gli atteggiamenti delle persone. Cerco di comunicare tutte le emozioni della realtà di tutti i giorni, attraverso colori e linee ben definiti che danno alla mia opera una precisa espressività.

I riferimenti artistici che ti hanno influenzato?

Vincent Van Gogh, che esprime i suoi sentimenti attraverso colori accesi e pennellate decise; Gustav Klimt, con le sue linee precise, colori definiti e l'uso dell'oro che lo portano fuori dai canoni tradizionali; Antoni Gaudì mi ha sempre affascinato per la sua capacità di creare edifici utilizzando forme naturali, con lo stesso procedimento con cui uno scultore crea un oggetto o un pittore crea una tela; Leonardo da Vinci, genio indiscusso, pittore e inventore, un riferimento per la sua poliedricità e la sua curiosità nelle scoperte e il suo perfezionismo e la voglia di spingersi sempre avanti.

Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

L'arte dovrebbe essere maggiormente valorizzata, bisogna impegnarsi più seriamente coinvolgendo anche piccoli centri di provincia con iniziative che esaltino l'arte in tutte le sue forme.

Cosa ti ha lasciato la pandemia?

I due anni di pandemia per me hanno rappresentato un momento di riflessione e introspezione; ho rivalutato l'essenza delle cose importanti, il rapporto con me stessa e con gli altri. Tutto quello che con la vita frenetica avevo perso. Mi ripropongo per il futuro di continuare ad impegnarmi nella mia arte e farla conoscere.

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Annamaria Parlato 25/04/2023

Viva la vida! Una nuova Frida Khalo nelle tele di Paola Quatrale

Da Baronissi grida appassionate e atti rivoluzionari, quelli di Paola Quatrale, classe '73, moglie, mamma, insegnante di materie umanistiche, esperta di grafica e pittrice, che non hanno trovato barriere e confini ma che si sono diffusi a macchia d’olio per porre in essere una ribellione attenta e pregna di significati subliminali attraverso il progetto "FridⒶM".

Un omaggio su tela che la Quatrale ha voluto dedicare ad uno dei capisaldi dell'arte contemporanea, la pittrice messicana Frida Kahlo, che con la sua arte ha cambiato radicalmente sia la pittura dell’America Latina sia il pensiero socio-politico dagli anni '30 sino ai giorni nostri. I dipinti di Kahlo sono stati un riflesso delle sue esperienze personali, incluso il suo dolore fisico ed emotivo. Ha sofferto di poliomielite da bambina ed è stata coinvolta in un grave incidente d'autobus da adolescente, che l'ha traumatizzata per tutta la vita, causandole atroci sofferenze.

Frida ha saputo mescolare temi tradizionali messicani e stile contemporaneo, contribuendo a dare impulso al ruolo delle donne nel mondo dell'arte. Il suo stile è stato influenzato dalle culture indigene del Messico e dalle correnti artistiche europee, come realismo, simbolismo e surrealismo. Gli autoritratti di Frida Kahlo erano molto più che semplici rappresentazioni di se stessa o del mondo che la circondava. Piuttosto, le sue opere d'arte fungevano da strumento di espressione, un modo per lei di tradurre visivamente i suoi ricordi e le idee complesse che attraversavano la sua mente.

I suoi autoritratti, in particolare, erano carichi di dettagli nascosti e ricchi simbolismi che, una volta scoperti, rivelavano una visione più profonda dell'artista. Uno degli autoritratti più significativi di Kahlo fu “Autoritratto con collana di spine e colibrì”, che secondo alcuni storici dell'arte fu la dimostrazione che la Kahlo fosse resuscitata e avesse iniziato una nuova vita. A riprova di ciò, il colibrì viene sistemato tra i suoi capelli. La collana di spine intorno al collo simboleggiava il dolore che aveva sopportato nella sua vita.

La Quatrale, partendo dalla conoscenza approfondita del “modus pingendi” della Kahlo, ha esibito con la sua mostra una rilettura dei più celebri autoritratti di Frida, mettendo in luce gli aspetti del suo tormentato vissuto dai toni magici e misteriosi ma intrisi di fascino, colore e “verdad”. E se Frida è nata con una rivoluzione, quella del 1910, vediamo invece l’artista Quatrale cosa ha voluto trasmetterci attraverso la sua arte, che è quasi una riconciliazione con il mondo circostante, con le proprie radici, senza abbandonare mai il passato ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro. Le opere di Paola Quatrale sono già state esposte a Napoli, Pontecagnano, Pisa e Castiglione del Genovesi.

E' interessante che per la mostra "FridⒶM" tu ti sia ispirata a Frida Kahlo, pittrice, attivista e personaggio di spicco nel panorama culturale latino e successivamente del mondo intero. Perché hai pensato proprio a lei?

Il mio interesse per Frida è nato in modo casuale, ma forse non troppo, era solo in attesa di venire al mondo. Prima di impugnare il pennello e miscelare colori, ho percorso km di sudate carte: ho letto biografie, romanzi, lettere e diari di e su Frida che, immediatamente, mi hanno catapultato nel suo “magico realismo”. Inoltre, attraversando il suo mondo d’immagini, mi sono ritrovata al cospetto di un’icona che ha immortalato, con la sua arte e la sua vita, l’essenza della libertà. Da qui l’idea della mostra e del titolo FRIDⒶM.

Il 17 settembre 1925 è stata per Frida Kahlo una data significativa: sia una tragedia che una rinascita. A te è mai capitato di rinascere dopo una fase della tua vita, non per forza negativa?

Nella vita si muore e si rinasce continuamente. L’incidente a 18 anni fa morire la Kahlo, che si stava preparando a diventare medico, ma farà nascere Frida, l’artista, l’attivista e l’icona che il mondo intero conosce. La “tragedia” recente che mi ha scombinato la vita – come a tutti noi – è stata la pandemia, soprattutto durante il primo lockdown, che mi ha obbligato a fermarmi e riprogrammare il mio tempo, che ho messo immediatamente a disposizione dell’arte, il mio primo amore. Un evento che ha costretto la Quatrale a farsi da parte e lasciare spazio a PQ, come firmo le mie tele.

Nella vita sei insegnante. Ti trovi più a tuo agio a scuola o vestendo i panni dell'artista?

Passare dalla penna ai pennelli è un attimo. Impugno entrambi con la medesima determinazione e abnegazione. In fondo, il verbo “insegnare” si declina sia da dietro una cattedra sia dinanzi a un cavalletto: sono modi diversi per lasciare un “segno”, un privilegio carico di responsabilità.

Sei autodidatta o hai intrapreso un iter formativo e scolastico specifico per quanto riguarda la pittura?

Ho seguito studi artistici fin dall’inizio. Ho iniziato spiando mio padre all’opera, cercando di carpire tecniche e rubando un po’ di materiali (soprattutto pennelli e colori). Alle elementari, la maestra già aveva intuito questa mia sensibilità artistica, insinuando sentimenti e velleità d’artista. Alle medie, poi, la professoressa di arte, che ancora ricordo con molta riconoscenza, mi ha incoraggiato a imboccare questa strada, fornendomi i primi strumenti per percorrerla. Mi ha condannata alla ‘divina maledizione’ dell’Arte.

Alle superiori ho scelto e voluto frequentare studi artistici, cosa che ho perseguito anche all’università: prima dal punto di vista tecnico-pratico, poi critico-teorico, al fine di avere una formazione completa, senza lasciare mai nulla al caso. Ma si sa che il caso regna sovrano nella vita come nell’arte. Per questo sono tanti i maestri che ho incrociato nel mio percorso, fino ad arrivare a me stessa.

Quali sono i tratti salienti della tua pittura?

Ogni progetto ha le sue esigenze tecnico-espressive. In questo momento ho la necessità di esprimere delle emozioni e dei concetti, ed è da ciò che scaturisce poi la tecnica usata. Evito di entrare nei dettagli per non annoiare. Dico solo che, per quanto concerne il progetto, ho utilizzato tecniche e tratti specifici, perché ho voluto fin da subito fare esplodere i colori, quelli del Messico, soprattutto della sua rivoluzione.

Come Frida, la quale ha sempre sostenuto di essere nata non nel 1907 ma nel 1910, anno della rivoluzione (non a caso la prima tela del mio progetto s’intitola "Mexico MCMX"), anche FridⒶm nasce da una sorta di ribellione. Quindi tecniche e colori sono stati utilizzati e piegati al fine di manifestare quest’esigenza. E si sa che ogni rivoluzione, come la libertà, ha i suoi toni forti e tratti decisi.

Anche tu come Frida sei un'attivista nel tuo piccolo: quale messaggio politico pensi di lanciare attraverso la tua arte?

C’è un libro di Vincenzo Trione dal titolo “Artivismo” che può rispondere a questa domanda: ogni gesto artistico è, o dovrebbe essere, una denuncia, un gesto rivoluzionario, un atto di disobbedienza civile. Si parla tanto di cittadinanza attiva, tutti siamo chiamati a contribuire alla tutela del bene comune. Anche l’arte deve fare la sua parte, anzi soprattutto essa deve ‘attivarsi’ per tenere vive e vigili le coscienze. Il professor Trione lo dichiara esplicitamente: «La loro [quella degli artisti] missione è combattere per la verità, per la condivisione, per la libertà». Questo è FridⒶm.

Analizzando le tue opere si evince che FridⒶm è la rivolta delle donne, è la resistenza delle minoranze discriminate e oppresse. Il pensiero vola immediatamente verso le donne ucraine e iraniane che stanno soffrendo terribilmente. Quanto è potente secondo te l'arte in generale e sino a che punto potrebbe influenzare la società affinché si possa porre un freno e una fine a tali scempi?

Ironia della storia: le prime grandi discriminazioni sono state fatte ai danni di una maggioranza, le donne, in fondo anche dei popoli, per tutelare i privilegi di oligarchie maschiliste e tiranniche. Comunque, al di là di maggioranza e minoranza, la mia arte, il mio impegno artistico, prima di tutto sono una rivendicazione dei diritti delle donne, siano esse iraniane, ucraine, afgane, nigeriane e di ogni altra etnia o provenienza. FridⒶm è un modo per manifestare vicinanza e solidarietà a tutte le “mie amate sorelle”, come sosteneva l’attivista giapponese Nakajima Shōen. Oltre a manifestare e denunciare, ho voluto anche raccontare che esistono tutt’oggi società virtuose di stampo matriarcale, che rappresentano la vera alternativa al sistema socio-economico capitalista e maschilista.

Per questo, tutte le mie Frida sono un costante richiamo alle donne tehuane - ho dedicato a esse una serie di tele dal titolo, non a caso, Tehuane - le quali hanno dimostrato che una comunità guidata dalle donne, e basata sul dono e la condivisione, come quella dell’istmo del Tehuantepec, può rappresentare l’alternativa all’imperialismo machista. Non saprei dire quale potere abbia l’arte dinanzi agli orrori delle cronache, se abbia la forza di frenare o addirittura arrestare tali scempi; di una cosa però sono certa: che denunciare, informare e fare emergere verità storico-politiche possa innescare un cambiamento. Il potere è solo nelle “mani” del popolo, dei cittadini, non fra le “dita” dell’arte.

Hai ammesso di aver assorbito il motto di Frida "Viva la Vida": dove trovi tutte le energie per affrontare le difficoltà che la vita quotidianamente mette davanti al nostro cammino?

L’energia che mi ha spinto a ribadire quella frase tanto nota, «Viva la vida», mi arriva direttamente da Frida, che ho cercato di tradurre con le mie opere. Ad esempio, nella tela “Io ho in mente me”, faccio appello a quel sacro ‘egoismo’, premessa necessaria per amare gli altri, partendo da se stessi. Come diceva Frida: «Innamòrati di te, della vita e dopo di chi vuoi». Ma quel vigore scaturisce anche dal dolore e dalla sofferenza di una colonna spezzata, che nella mia tela si trasforma in “Colonna portante”: la sofferenza che diviene forza, resilienza e addirittura supporto.

La sofferenza come “Passione”, un luogo sacro della vita, che ho cercato di dare forma in alcuni ritratti: la “Passione di Frida” e “Santa Frida”. Tale sacralità confluisce nell’opera che chiude il mio progetto, “Viva (la) Frida”, un inno alla vita che vuole essere il manifesto di un essere completo, in armonia con se stesso e con gli altri, in una sorta di perfezione androgina cui allude Platone.

Pensi di continuare a dipingere, magari puntando ad altri progetti futuri da realizzare?

Non è mai l’artista che decide, ma è l’opera che si serve dell’artista quando e se vuole nascere.

Ringraziandoti per la schiettezza e la disponibilità nel rispondermi, chiudiamo con un'ultima domanda: la Quatrale è più Frida o Paola in questo momento?

Prima di tutto, sono io a ringraziare Te, Direttore, per avere dato spazio e voce alle mie Frida e a quello che rappresentano: il diritto/dovere di essere FridⒶm. E ringrazio tutti i lettori del Tuo quotidiano. Chi è la Quatrale? Pirandellianamente, lotto ogni giorno per liberare l’essere dalla prigione di un nome.

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Annamaria Parlato 24/03/2022

Strategie di rilancio del territorio con la d.ssa Felici, Presidente CTG Picentia

Le sorti della ripresa turistica e culturale sono ancora in bilico, anche in questo 2022. L’importanza del binomio turismo e promozione però è stata finalmente percepita, sia in ambito pubblico che privato, e questo grazie al bisogno di venir fuori da una crisi profonda che da tre anni ha fatto sprofondare l’economia italiana nel baratro con poca via d’uscita. Tutela del paesaggio, sostenibilità energetica e innovazione digitale dovrebbero essere le armi vincenti per poter essere competitivi e risanare le lacune createsi nei settori della cultura e del turismo.

Per superare le problematiche lasciate dall’emergenza Covid e dalla guerra che sta devastando la nazione ucraina, le mete turistiche italiane dovranno reinventarsi e offrire ai viaggiatori nuovi modelli di vacanza. Irno24 ha intervistato a tal proposito la d.ssa Maria Guglielmina Felici, ex funzionario della Soprintendenza ai Beni Storico-Artistici di Salerno, attualmente impegnata nel sociale e attivamente presente nella vita associazionistica cittadina in qualità di Presidente del Gruppo CTG Picentia. Portavoce di lodevoli iniziative finalizzate al rilancio della cultura, le abbiamo sottoposto alcune domande per capire quali potrebbero essere le strategie messe in campo dal Centro Turistico Giovanile in merito alla promozione della provincia salernitana.

1) Lei è stata un funzionario della Soprintendenza. Di cosa si occupava precisamente durante i suoi anni di servizio?

Ho avuto la fortuna di occuparmi di molteplici settori, dalla Biblioteca alla ricerca archivistica per l’imposizione di vincoli ai beni di particolare pregio della nostra Provincia, dall’Ufficio Studi al Settore Ispettivo sul territorio di competenza. In quest'ultimo ambito ho potuto conoscere a fondo le due zone di cui mi sono occupata: il Vallo di Diano, con la Certosa di Padula; il Cilento con i suoi borghi e le sue preziose ma poco conosciute testimonianze artistiche, oltre che paesaggistiche, delle quali sanno più i viaggiatori del nord Europa (che praticando trekking e cicloturismo si addentrano nei sentieri montani per raggiungere poi le coste) di quanto non ne sappiano i viaggiatori italiani.

Ho esercitato la mia professione con grande fierezza e curiosità ed in ognuna delle attività ho cercato di mettere il massimo delle mie risorse. Un capitolo a parte occupa l’attività da me svolta nella Certosa di San Lorenzo in Padula, di cui sono stata Vice direttrice per alcuni anni, sotituendo anche l'allora Direttrice (compianta) dott.ssa Giovanna Sessa. Con altre colleghe abbiamo progettato la mostra work in progress ‘Le Opere e i Giorni’ , curata dal prof. Achille Bonito Oliva, che si è poi svolta nel triennio 2001-2003, continuandosi poi nell’altra ‘Fresco Bosco’.

2) Come è cambiata la gestione dei beni culturali da dieci anni a questa parte? E quanto si è fatto per il patrimonio?

Credo siano stati due i fattori che hanno profondamente cambiato il modo di operare delle Soprintendenze che, di fatto, si sono progressivamente allontanate dal territorio di competenza. Il primo è sicuramente costituito dalla scelta, operata a mio parere lucidamente, di lasciare che gli organici degli Uffici Centrali e Periferici si svuotassero, senza che nuove figure professionali andassero prima ad affiancare, poi a sostituire il personale che, man mano, lasciava le Amministrazioni per andare in pensione.

Il secondo fattore, collegato strettamente al primo, è stato quello determinato dalla vasta campagna di fango sul Pubblico – stessa sorte è toccata a Scuola e Sanità, per dirne alcune – che ha convinto le persone a credere indiscriminatamente che una massa di mangiapane a tradimento fosse lì ad impedire la libera espressione personale. Via i controllori per poter avere mano libera sul territorio. Per questo si è arrivati all’ipotesi di sopprimere le Soprintendenze. Naturalmente questo è un mio parere personale ma credo ragionevolmente vero, come dire buttiamo via il bambino con l’acqua sporca che, indubbiamente, era abbondante ma che nessuno mai si è curato di gettare.

3) La carriera universitaria è molto lunga, gli sbocchi lavorativi spesso insufficienti. Cosa consiglierebbe ad un giovane laureando in Beni Culturali che vorrà poi intraprendere la professione di conservatore?

Torno alla risposta precedente in quanto la nostra politica ha creato un paradosso, aprendo un percorso universitario dedicato, con specializzazioni che vanno dalla creazione di figure professionali quali Storici dell’arte o Conservatori, o raffinatissime professionalità di cui dovremmo essere fieri, in quanto l’Italia è stata e rimane un faro per gli altri Paesi che guardano alla nostra cultura con rispetto. Rispetto che manca del tutto a noi che con Istituti unici come l’Istituto Centrale del Restauro o l’Opificio delle Pietre Dure, giusto per citarne due, lascia che giovani molto formati vadano a lavorare all’estero.

So di Restauratori e di Archeologi e Storici dell’Arte trasferitisi in Egitto, Armenia, Grecia e Turchia, o nella vicina Germania. E’ anche passato il concetto che queste professionalità non meritino compenso ed un’Amministrazione pubblica locale, che non cito per pudore, ha pubblicato un bando rivolto a Restauratori che, a loro spese ed acquistando anche materiali, avrebbero dovuto restaurare gratuitamente i beni storico artistici di quella stessa Amministrazione. A chi, ben sapendo quali fossero le difficoltà dell’inserimento, ha scelto di intraprendere questi studi per inseguire una passione, dico di non arrendersi e di lottare e studiare per partecipare a concorsi ormai indifferibili.

4) Musei e Cultura hanno subito un duro contraccolpo dalla pandemia, qual è la sua opinione?

Sono ottimista: presto si tornerà alla normalità e le opere d’arte si saranno riposate, respirando senza essere devastate dalla scelta della massificazione della cultura, che non equivale alla formazione culturale. I siti archeologici, i musei, le aree protette sono realtà fragili che meritano cura e rispetto e non invasione di truppe di visitatori spesso inconsapevoli. Nel contempo si è cancellata la gratuità dell’ingresso agli ultrasessantacinquenni, iniziativa a mio parere dissennata. Ricordo quando mio papà a Roma portava i nipoti al Museo o quando, ormai solo, si dilettava a visitarli per poter continuare a sentirsi vivo. E’ chiaro che alla base della scelta c’è un puro calcolo matematico basato sull’innalzamento dell’età media degli italiani.

5) Ci spiega cos’è il Centro Turistico Giovanile?

Una volta andata in pensione, la scelta di aderire all’Associazione Centro Turistico Giovanile, e la creazione a Salerno del Gruppo Picentia APS, ha significato dare in qualche modo continuità al precedente impegno lavorativo. Devo ringraziare per questo la prof.ssa Adele Cavallo, oggi Presidente del Comitato Provinciale CTG Salerno, per avermene data l’opportunità. Il CTG è infatti una grande ed importante Associazione Nazionale, con ramificazioni territoriali fatte di Gruppi, Comitati, Case per Ferie. La sua attività è prevalentemente rivolta alla promozione di un turismo lento, consapevole, rispettoso e rivolto essenzialmente a percorsi meno conosciuti ma, non per questo, meno importanti nel panorama della cultura italiana.

Ho imparato infatti, nel mio lavoro, che in ogni Paese, Borgo, realtà dove si aggregano persone, c’è uno scrigno fatto di storia, testimoniata da manufatti, chiese, palazzi, attività presenti e passate, cibi. Dobbiamo smettere di rivolgere i nostri sguardi verso schermi freddi e riprendere ad incontrarci per poter guardare, col naso all’insù ed all’ingiù, tutto quanto ci circonda. Il CTG, pur nella sua laicità, essendo aperto a tutti, racchiude in sé i valori del Cristianesimo perché la contemplazione del bello ed il rispetto del Creato ci portano a conoscere l’immagine di Dio. Per questo e per le altre finalità il CTG è accreditato presso la CEI.

Finalità del CTG sono anche la valorizzazione dei Beni culturali che possono essere affidati in gestione da parte delle Soprintendenze in applicazione dello Statuto e del Protocollo d’Intesa firmato tra Ministero BB.CC. e CTG. Il Gruppo Picentia ha firmato un Protocollo d’Intesa con la Soprintendenza che intende coadiuvare nel compito di diffusione della conoscenza dei Beni Culturali, soprattutto tra le giovani generazioni.

6) Quali progetti ha in attivo il suo gruppo di associati sulla provincia di Salerno?

Formato un gruppo è necessario trovare un’aggregazione di persone disposte ed interessate a seguire un progetto; il nostro fomat vincente, attorno al quale si è formato il gruppo, è stato e rimane senz’altro il progetto "Di Food in Tour". Nato dall’idea della nostra socia, ed ora anche Vicepresidente del Gruppo Picentia APS, Annamaria Parlato, storica dell’arte (di quelle che non mollano) e specializzata in materia di Enogastronomia, settore che l’ha portata a divenire una giornalista conosciuta ed apprezzata nel settore, "Di Food in Tour" coniuga i beni culturali alle eccellenze enogastromiche del territorio. Durante una domenica, i nostri soci e simpatizzanti partecipano con il Picentia ad un tour in un paese e ne conoscono storia, beni culturali, tradizioni, cibi, ed attività imprenditoriali nascenti o consolidate. Ogni tappa è condotta insieme all’Amministrazione comunale del luogo visitato che ci accoglie e conduce in questo itinerario di cui fanno parte anche diversi momenti conviviali: dall’accoglienza all’assaggio di prodotti tipici, al pranzo, all’osservazione dei procedimenti produttivi.

Durante quasi 2 anni abbiamo percorso i Picentini ed ora siamo alla scoperta della Valle dell’Irno. Ultima tappa è stata quella di Fisciano, prossima sarà quella di Mercato San Severino. I partecipanti all’evento si dicono sorpresi dalla ricchezza dei luoghi, a volte assolutamente sconosciuti ai più, e dalla competenza di giovani membri di associazioni locali, che ci fanno da guida con entusiasmo. Anche assistere al ciclo di produzione dell’olio o della birra, o della trasformazione della nocciola, o gustare una fresca mela annurca, diventa un’esperienza che non ha prezzo.

Oltre a "Di Food in Tour", il Picentia ha realizzato "Salerno a Passi nella Storia", progetto che, partendo dalla Mappa a passi dell’artista Tony Ponticiello, alias Mister Time, carta di cui siamo stati sponsor fin dalla sua prima edizione, cammina per le viuzze del Centro storico, raccontando storie e leggende miste a brani di conoscenza derivata dalla pratica maturata nei lunghi anni in Soprintendenza. Curiosità per gli addetti ai lavori e divulgazione di una cultura persa negli anni. Oggi le cartine di Salerno ci portano a visitare locali e strutture ricettive dove consumare, ma sono scarne di informazioni sui Beni Culturali. A condurre il gruppo le tre ACA, Irene Russo, con le curiosità sulle erbe della Scuola Medica, Annamaria Parlato, ed io stessa.

Un altro progetto realizzato ed in itinere è "Tra Terra e Cielo", che ci ha portato a Campagna dove una volta abbiamo camminato su un percorso montano ed un’altra abbiamo conosciuto il Giardino dei Semplici del Santuario di Maria SS. di Avigliano. Qui don Carlo Magna ha, con Walter Iannotti dell’UPI, riportato il Convento alla sua originaria funzione di centro di accoglienza e cura dell’anima e della persona. Con l’UPI abbiamo ora siglato un Protocollo d’intesa che ci vedrà uniti su altri progetti. Con lo stesso Santuario, che è entrato nella Rete "Laudato sii", abbiamo in programma iniziative che portino Soci CTG da tutta Italia a soggiornarvi.

7) Cos’è la figura dell’ACA introdotta dal CTG a livello nazionale, quali sbocchi lavorativi?

Gli ACA sono Animatori Culturali Ambientali, ciò che li differenzia da una guida turistica. L’ACA anima un percorso dando spunti di conoscenza e riflessione e rendendo l’esperienza del tour piacevole e partecipata. Questa figura è nata all’interno del CTG e siamo stati formati per raggiungerne lo status; ogni anno sono previste ore di aggiornamento teorico e di esercizio pratico che varrà il rinnovo della tessera di ACA. Alcune Regioni come, ad esempio il Veneto, hanno riconosciuto questa figura inserendola negli albi regionali, offrendo a chi ne sia in possesso la possibilità di essere impiegati non solo all’interno dei Gruppi CTG, come oggi avviene, ma anche con le scuole o altre realtà del posto. In questo modo, insieme alla guide turistiche, contribuiscono alla diffusione della conoscenza del territorio ed alla sensibilizzazione dei valori ad essa collegati.

8) Pensa che dopo una pandemia e l'atroce guerra in corso possa esserci di nuovo la ripresa del turismo nei nostri territori?

Non c’è alcun dubbio, noi italiani siamo sempre pronti al viaggio e a gustare un buon piatto tipico o a bere un buon vino locale. Speriamo si sia capito anche che, al di là del turismo fuori dai confini nazionali, ci sono tante realtà di eccellenza che vale la pena conoscere ed apprezzare per godere di una bella vacanza. Inutile dire che i turisti stranieri non aspettano altro che poter tornare. Bisogna solo comprendere che il turista ha diritto ad avere un trattamento rispettoso e che oggi, in cui nessun luogo è lontano, se il turista non viene coccolato non tornerà. Il turismo di qualità è quello a cui dobbiamo tendere per non cannibalizzare il territorio.

9) Lei è più sostenitrice della linea della tutela o della valorizzazione?

Credo che i due temi camminino insieme perché, senza tutela, non sarà possibile la valorizzazione. Un bene culturale danneggiato da un restauro sbagliato o da un intervento irrispettoso sarà perso per sempre. Dunque la tutela, fatta in modo intelligente senza rigidi atteggiamenti proibitivi in assoluto, ma nel rispetto delle norme del Codice dei Beni Culturali, darà alle prossime generazioni la possibilità di godere di un patrimonio culturale di immenso valore, quale è quello diffuso su tutto il territorio della nostra bella Penisola. Prendiamo i più bravi tra i giovani che in questi anni si sono laureati e specializzati nel settore e ricostruiamo le Soprintendenze, restituendo agibilità e dignità alla ricerca ed alla competenza.

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Anna De Rosa 24/10/2022

I valori universali nelle "fiabastrocche" di Maria Pia Busiello

Maria Pia Busiello, docente specializzata nell'insegnamento di sostegno per gli alunni portatori di disabilità, nonchè Presidente dell'Associazione "Le Strade per il futuro", è appassionata scrittrice di pensieri con poche rime e filastrocche, ispirati da situazioni, cose e persone.

Attraverso il “gioco letterario”, offerto dal magico mondo della letteratura d’infanzia, l’autrice riesce a suggerire un’importante riflessione sui valori universali della famiglia, dell’amore, del diritto alla fanciullezza e alla realizzazione dei propri sogni, troppo spesso occultati e relegati nell’angolo dell’oblio.

Componente del gruppo teatrale "La Messainscena", che con spettacoli di beneficenza raccoglie contributi per finanziare progetti a favore di alunni con disabilità, è promotrice del riciclo creativo, che ha come obiettivo la trasformazione di materiali vari, che altrimenti andrebbero destinati alla pattumiera, in oggetti simpatici e a volte anche utili.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata nella provincia di Napoli ma vivo a Salerno.

Quando e come è cominciato il tuo percorso creativo? Perché la voglia di scrivere?

E’ nato con me, fin da piccola ho avuto la passione per l'arte e la scrittura creativa.

Come nasce una tua opera? Cos’è per te l’ispirazione?

Nasce dal quotidiano; cose, persone, situazioni particolari sono la mia fonte di ispirazione, sono una osservatrice.

Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere? Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

Il quotidiano mi ispira tantissimo, virtù e - ahimè - vizi del genere umano; io comunico sdrammatizzando, attraverso uno stile semplice e divertente come quello delle mie “fiabastrocche”: la fusione del nucleo narrativo della fiaba con assonanze, rime e allitterazioni tipiche delle filastrocche.

Case editrici, critici, istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?

La mia opinione non è molto felice, in quanto considero questo settore come una giungla, sono poche le case editrici che valutano obiettivamente il valore di un testo; diversamente, la maggioranza delle case editrici sono solo degli specchietti per le allodole, con l'intento unico di un proprio tornaconto, limitandosi ad un'azione unitamente di stampa e non di vera valorizzazione degli autori e delle loro opere.

Progetti futuri?

Una nuova edizione della mia prima pubblicazione dal titolo "Una piccola e semplice storia d'amore", una nuova raccolta di fiabastrocche ed una silloge a tema amoroso.

Usi i social per promuovere la tua arte?

Si. in modo particolare Facebook.

Come hai vissuto il periodo della pandemia? cosa ti ha lasciato?

Sicuramente non è stato un periodo semplice, però grazie alla scrittura ed alla mia creatività tutto è stato meno pesante. Mi sono adoperata inoltre ad intrattenere online con dirette Facebook, rallegrando con le mie fiabastrocche grandi e piccini. Inoltre, questo periodo di "cattività" mi ha dato la possibilità di perfezionare la tecnica del riciclo creativo.

Se potessi disporre di una bacchetta magica, quale problema al mondo risolveresti e perché?

Senza ombra di dubbio, la guerra; con la mia bacchetta magica vorrei illuminare le menti dei potenti ad agire per la pace e non per sete di potere.

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