Forme e colori delle stoffe ivoriane si fondono nelle creazioni di Lucia Napoli
L'impulso alla ricerca archeologica del padre Mario Napoli portò alla scoperta della Porta Rosa
Anna De Rosa 20/05/2023 0
La dottoressa Lucia Napoli, oggi creatrice di bigiotteria con stoffe africane, ha lavorato per il Comune di Salerno, prima per le Politiche Sociali, poi è stata Responsabile dell’Archivio comunale, un lavoro che l’ha affascinata e incuriosita, avendo avuto un padre archeologo - Mario Napoli - che è stato un intellettuale a tutto tondo, amico di poeti e artisti.
Mario Napoli fu chiamato nel 1960 a dirigere la Soprintendenza di Salerno. Il suo nome è indissolubilmente legato alla scoperta, nel 1968, della Tomba del Tuffatore, in seguito alle campagne di scavo condotte nell’area di Paestum. Ma del Napoli archeologo si ricorda soprattutto il forte impulso alla ricerca archeologica nell’area di Elea-Velia, che portò alla scoperta della famosa Porta Rosa.
Dove sei nata? Di cosa ti occupi?
Sono nata a Napoli, ma sin da piccola sono venuta vivere a Salerno. Sono una felice pensionata, nel corso della mia esperienza lavorativa mi sono occupata per molti anni di problematiche sociali, per poi essere trasferita ad occuparmi dell’archivio e ho iniziato a dedicarmi alla storia di Salerno. Il mio lavoro mi ha insegnato che creare occasioni di crescita culturale per le persone e i cittadini è un ottimo metodo per prevenire disagi. La cultura serve per far “crescere” le persone.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
E' nato per caso, seguivo mia figlia che, come tutte le ragazze, aveva iniziato a creare bjioux utilizzando vari materiali (cuoi, fimo, alluminio). Poi ha sposato un ragazzo della Costa d’Avorio, è andata a vedere il suo paese ed è tornata con bellissime stoffe. Qui è scattata la scintilla, da allora ho iniziato a creare bjioux, accessori e tante altre cose con le stoffe (cuscini, tavolini, quadri, sciarpe).
Quali abilità hai appreso e quali hai sviluppato, cosa ti caratterizza?
Per la realizzazione delle mie creazioni inizialmente mi sono fatta aiutare da mia figlia, poi ho ripreso ad usare la macchina da cucire lasciata ad impolverarsi per molti anni, e grazie ai miei errori ho migliorato le mie creazioni. Ma la cosa che maggiormente mi caratterizza, nella mia voglia di realizzare oggetti, è trasmettere anche agli altri tutto quello che sto imparando sulla cultura di quei paesi: ho iniziato a studiare il significato delle stoffe, questo è stato anche un modo per potermi avvicinare alla cultura di mio genero.
Come nasce una tua opera? Cos’è per te l’ispirazione?
Quando ho una nuova stoffa mi lascio trasportare dai colori e dalle forme dei disegni per decidere cosa realizzare; un bjioux, un cuscino, una borsa o qualsiasi cosa possa mettere in risalto forme e colori.
Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?
Provo a far conoscere un piccolo spaccato della cultura di quelle terre; una delle mie preoccupazioni è di non appropriarmi di una cultura che non è la mia, per cui spesso, principalmente quando accompagno con una didascalia ciò che creo, condivido prima con mio genero. Mi gratifica molto il fatto che qualche cittadino africano riconosca le stoffe e si fermi a parlare con me, apprezzando il modo di approcciarmi al lavoro che svolgo.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
E' la stoffa che mi ispira, ma molte volte sono anche le richieste di chi mi segue a suggerirmi cosa realizzare.
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Annamaria Parlato 24/03/2022
Strategie di rilancio del territorio con la d.ssa Felici, Presidente CTG Picentia
Le sorti della ripresa turistica e culturale sono ancora in bilico, anche in questo 2022. L’importanza del binomio turismo e promozione però è stata finalmente percepita, sia in ambito pubblico che privato, e questo grazie al bisogno di venir fuori da una crisi profonda che da tre anni ha fatto sprofondare l’economia italiana nel baratro con poca via d’uscita. Tutela del paesaggio, sostenibilità energetica e innovazione digitale dovrebbero essere le armi vincenti per poter essere competitivi e risanare le lacune createsi nei settori della cultura e del turismo.
Per superare le problematiche lasciate dall’emergenza Covid e dalla guerra che sta devastando la nazione ucraina, le mete turistiche italiane dovranno reinventarsi e offrire ai viaggiatori nuovi modelli di vacanza. Irno24 ha intervistato a tal proposito la d.ssa Maria Guglielmina Felici, ex funzionario della Soprintendenza ai Beni Storico-Artistici di Salerno, attualmente impegnata nel sociale e attivamente presente nella vita associazionistica cittadina in qualità di Presidente del Gruppo CTG Picentia. Portavoce di lodevoli iniziative finalizzate al rilancio della cultura, le abbiamo sottoposto alcune domande per capire quali potrebbero essere le strategie messe in campo dal Centro Turistico Giovanile in merito alla promozione della provincia salernitana.
1) Lei è stata un funzionario della Soprintendenza. Di cosa si occupava precisamente durante i suoi anni di servizio?
Ho avuto la fortuna di occuparmi di molteplici settori, dalla Biblioteca alla ricerca archivistica per l’imposizione di vincoli ai beni di particolare pregio della nostra Provincia, dall’Ufficio Studi al Settore Ispettivo sul territorio di competenza. In quest'ultimo ambito ho potuto conoscere a fondo le due zone di cui mi sono occupata: il Vallo di Diano, con la Certosa di Padula; il Cilento con i suoi borghi e le sue preziose ma poco conosciute testimonianze artistiche, oltre che paesaggistiche, delle quali sanno più i viaggiatori del nord Europa (che praticando trekking e cicloturismo si addentrano nei sentieri montani per raggiungere poi le coste) di quanto non ne sappiano i viaggiatori italiani.
Ho esercitato la mia professione con grande fierezza e curiosità ed in ognuna delle attività ho cercato di mettere il massimo delle mie risorse. Un capitolo a parte occupa l’attività da me svolta nella Certosa di San Lorenzo in Padula, di cui sono stata Vice direttrice per alcuni anni, sotituendo anche l'allora Direttrice (compianta) dott.ssa Giovanna Sessa. Con altre colleghe abbiamo progettato la mostra work in progress ‘Le Opere e i Giorni’ , curata dal prof. Achille Bonito Oliva, che si è poi svolta nel triennio 2001-2003, continuandosi poi nell’altra ‘Fresco Bosco’.
2) Come è cambiata la gestione dei beni culturali da dieci anni a questa parte? E quanto si è fatto per il patrimonio?
Credo siano stati due i fattori che hanno profondamente cambiato il modo di operare delle Soprintendenze che, di fatto, si sono progressivamente allontanate dal territorio di competenza. Il primo è sicuramente costituito dalla scelta, operata a mio parere lucidamente, di lasciare che gli organici degli Uffici Centrali e Periferici si svuotassero, senza che nuove figure professionali andassero prima ad affiancare, poi a sostituire il personale che, man mano, lasciava le Amministrazioni per andare in pensione.
Il secondo fattore, collegato strettamente al primo, è stato quello determinato dalla vasta campagna di fango sul Pubblico – stessa sorte è toccata a Scuola e Sanità, per dirne alcune – che ha convinto le persone a credere indiscriminatamente che una massa di mangiapane a tradimento fosse lì ad impedire la libera espressione personale. Via i controllori per poter avere mano libera sul territorio. Per questo si è arrivati all’ipotesi di sopprimere le Soprintendenze. Naturalmente questo è un mio parere personale ma credo ragionevolmente vero, come dire buttiamo via il bambino con l’acqua sporca che, indubbiamente, era abbondante ma che nessuno mai si è curato di gettare.
3) La carriera universitaria è molto lunga, gli sbocchi lavorativi spesso insufficienti. Cosa consiglierebbe ad un giovane laureando in Beni Culturali che vorrà poi intraprendere la professione di conservatore?
Torno alla risposta precedente in quanto la nostra politica ha creato un paradosso, aprendo un percorso universitario dedicato, con specializzazioni che vanno dalla creazione di figure professionali quali Storici dell’arte o Conservatori, o raffinatissime professionalità di cui dovremmo essere fieri, in quanto l’Italia è stata e rimane un faro per gli altri Paesi che guardano alla nostra cultura con rispetto. Rispetto che manca del tutto a noi che con Istituti unici come l’Istituto Centrale del Restauro o l’Opificio delle Pietre Dure, giusto per citarne due, lascia che giovani molto formati vadano a lavorare all’estero.
So di Restauratori e di Archeologi e Storici dell’Arte trasferitisi in Egitto, Armenia, Grecia e Turchia, o nella vicina Germania. E’ anche passato il concetto che queste professionalità non meritino compenso ed un’Amministrazione pubblica locale, che non cito per pudore, ha pubblicato un bando rivolto a Restauratori che, a loro spese ed acquistando anche materiali, avrebbero dovuto restaurare gratuitamente i beni storico artistici di quella stessa Amministrazione. A chi, ben sapendo quali fossero le difficoltà dell’inserimento, ha scelto di intraprendere questi studi per inseguire una passione, dico di non arrendersi e di lottare e studiare per partecipare a concorsi ormai indifferibili.
4) Musei e Cultura hanno subito un duro contraccolpo dalla pandemia, qual è la sua opinione?
Sono ottimista: presto si tornerà alla normalità e le opere d’arte si saranno riposate, respirando senza essere devastate dalla scelta della massificazione della cultura, che non equivale alla formazione culturale. I siti archeologici, i musei, le aree protette sono realtà fragili che meritano cura e rispetto e non invasione di truppe di visitatori spesso inconsapevoli. Nel contempo si è cancellata la gratuità dell’ingresso agli ultrasessantacinquenni, iniziativa a mio parere dissennata. Ricordo quando mio papà a Roma portava i nipoti al Museo o quando, ormai solo, si dilettava a visitarli per poter continuare a sentirsi vivo. E’ chiaro che alla base della scelta c’è un puro calcolo matematico basato sull’innalzamento dell’età media degli italiani.
5) Ci spiega cos’è il Centro Turistico Giovanile?
Una volta andata in pensione, la scelta di aderire all’Associazione Centro Turistico Giovanile, e la creazione a Salerno del Gruppo Picentia APS, ha significato dare in qualche modo continuità al precedente impegno lavorativo. Devo ringraziare per questo la prof.ssa Adele Cavallo, oggi Presidente del Comitato Provinciale CTG Salerno, per avermene data l’opportunità. Il CTG è infatti una grande ed importante Associazione Nazionale, con ramificazioni territoriali fatte di Gruppi, Comitati, Case per Ferie. La sua attività è prevalentemente rivolta alla promozione di un turismo lento, consapevole, rispettoso e rivolto essenzialmente a percorsi meno conosciuti ma, non per questo, meno importanti nel panorama della cultura italiana.
Ho imparato infatti, nel mio lavoro, che in ogni Paese, Borgo, realtà dove si aggregano persone, c’è uno scrigno fatto di storia, testimoniata da manufatti, chiese, palazzi, attività presenti e passate, cibi. Dobbiamo smettere di rivolgere i nostri sguardi verso schermi freddi e riprendere ad incontrarci per poter guardare, col naso all’insù ed all’ingiù, tutto quanto ci circonda. Il CTG, pur nella sua laicità, essendo aperto a tutti, racchiude in sé i valori del Cristianesimo perché la contemplazione del bello ed il rispetto del Creato ci portano a conoscere l’immagine di Dio. Per questo e per le altre finalità il CTG è accreditato presso la CEI.
Finalità del CTG sono anche la valorizzazione dei Beni culturali che possono essere affidati in gestione da parte delle Soprintendenze in applicazione dello Statuto e del Protocollo d’Intesa firmato tra Ministero BB.CC. e CTG. Il Gruppo Picentia ha firmato un Protocollo d’Intesa con la Soprintendenza che intende coadiuvare nel compito di diffusione della conoscenza dei Beni Culturali, soprattutto tra le giovani generazioni.
6) Quali progetti ha in attivo il suo gruppo di associati sulla provincia di Salerno?
Formato un gruppo è necessario trovare un’aggregazione di persone disposte ed interessate a seguire un progetto; il nostro fomat vincente, attorno al quale si è formato il gruppo, è stato e rimane senz’altro il progetto "Di Food in Tour". Nato dall’idea della nostra socia, ed ora anche Vicepresidente del Gruppo Picentia APS, Annamaria Parlato, storica dell’arte (di quelle che non mollano) e specializzata in materia di Enogastronomia, settore che l’ha portata a divenire una giornalista conosciuta ed apprezzata nel settore, "Di Food in Tour" coniuga i beni culturali alle eccellenze enogastromiche del territorio. Durante una domenica, i nostri soci e simpatizzanti partecipano con il Picentia ad un tour in un paese e ne conoscono storia, beni culturali, tradizioni, cibi, ed attività imprenditoriali nascenti o consolidate. Ogni tappa è condotta insieme all’Amministrazione comunale del luogo visitato che ci accoglie e conduce in questo itinerario di cui fanno parte anche diversi momenti conviviali: dall’accoglienza all’assaggio di prodotti tipici, al pranzo, all’osservazione dei procedimenti produttivi.
Durante quasi 2 anni abbiamo percorso i Picentini ed ora siamo alla scoperta della Valle dell’Irno. Ultima tappa è stata quella di Fisciano, prossima sarà quella di Mercato San Severino. I partecipanti all’evento si dicono sorpresi dalla ricchezza dei luoghi, a volte assolutamente sconosciuti ai più, e dalla competenza di giovani membri di associazioni locali, che ci fanno da guida con entusiasmo. Anche assistere al ciclo di produzione dell’olio o della birra, o della trasformazione della nocciola, o gustare una fresca mela annurca, diventa un’esperienza che non ha prezzo.
Oltre a "Di Food in Tour", il Picentia ha realizzato "Salerno a Passi nella Storia", progetto che, partendo dalla Mappa a passi dell’artista Tony Ponticiello, alias Mister Time, carta di cui siamo stati sponsor fin dalla sua prima edizione, cammina per le viuzze del Centro storico, raccontando storie e leggende miste a brani di conoscenza derivata dalla pratica maturata nei lunghi anni in Soprintendenza. Curiosità per gli addetti ai lavori e divulgazione di una cultura persa negli anni. Oggi le cartine di Salerno ci portano a visitare locali e strutture ricettive dove consumare, ma sono scarne di informazioni sui Beni Culturali. A condurre il gruppo le tre ACA, Irene Russo, con le curiosità sulle erbe della Scuola Medica, Annamaria Parlato, ed io stessa.
Un altro progetto realizzato ed in itinere è "Tra Terra e Cielo", che ci ha portato a Campagna dove una volta abbiamo camminato su un percorso montano ed un’altra abbiamo conosciuto il Giardino dei Semplici del Santuario di Maria SS. di Avigliano. Qui don Carlo Magna ha, con Walter Iannotti dell’UPI, riportato il Convento alla sua originaria funzione di centro di accoglienza e cura dell’anima e della persona. Con l’UPI abbiamo ora siglato un Protocollo d’intesa che ci vedrà uniti su altri progetti. Con lo stesso Santuario, che è entrato nella Rete "Laudato sii", abbiamo in programma iniziative che portino Soci CTG da tutta Italia a soggiornarvi.
7) Cos’è la figura dell’ACA introdotta dal CTG a livello nazionale, quali sbocchi lavorativi?
Gli ACA sono Animatori Culturali Ambientali, ciò che li differenzia da una guida turistica. L’ACA anima un percorso dando spunti di conoscenza e riflessione e rendendo l’esperienza del tour piacevole e partecipata. Questa figura è nata all’interno del CTG e siamo stati formati per raggiungerne lo status; ogni anno sono previste ore di aggiornamento teorico e di esercizio pratico che varrà il rinnovo della tessera di ACA. Alcune Regioni come, ad esempio il Veneto, hanno riconosciuto questa figura inserendola negli albi regionali, offrendo a chi ne sia in possesso la possibilità di essere impiegati non solo all’interno dei Gruppi CTG, come oggi avviene, ma anche con le scuole o altre realtà del posto. In questo modo, insieme alla guide turistiche, contribuiscono alla diffusione della conoscenza del territorio ed alla sensibilizzazione dei valori ad essa collegati.
8) Pensa che dopo una pandemia e l'atroce guerra in corso possa esserci di nuovo la ripresa del turismo nei nostri territori?
Non c’è alcun dubbio, noi italiani siamo sempre pronti al viaggio e a gustare un buon piatto tipico o a bere un buon vino locale. Speriamo si sia capito anche che, al di là del turismo fuori dai confini nazionali, ci sono tante realtà di eccellenza che vale la pena conoscere ed apprezzare per godere di una bella vacanza. Inutile dire che i turisti stranieri non aspettano altro che poter tornare. Bisogna solo comprendere che il turista ha diritto ad avere un trattamento rispettoso e che oggi, in cui nessun luogo è lontano, se il turista non viene coccolato non tornerà. Il turismo di qualità è quello a cui dobbiamo tendere per non cannibalizzare il territorio.
9) Lei è più sostenitrice della linea della tutela o della valorizzazione?
Credo che i due temi camminino insieme perché, senza tutela, non sarà possibile la valorizzazione. Un bene culturale danneggiato da un restauro sbagliato o da un intervento irrispettoso sarà perso per sempre. Dunque la tutela, fatta in modo intelligente senza rigidi atteggiamenti proibitivi in assoluto, ma nel rispetto delle norme del Codice dei Beni Culturali, darà alle prossime generazioni la possibilità di godere di un patrimonio culturale di immenso valore, quale è quello diffuso su tutto il territorio della nostra bella Penisola. Prendiamo i più bravi tra i giovani che in questi anni si sono laureati e specializzati nel settore e ricostruiamo le Soprintendenze, restituendo agibilità e dignità alla ricerca ed alla competenza.
Annamaria Parlato 30/10/2023
Umanità celata da un velo di malinconia, Vivian Cammarota espone a Baronissi
Due settimane dall’inaugurazione, trenta opere esposte e ancora dodici giorni per poter visitare la mostra fotografica “Presenze” di Vivian Cammarota, fotografa, performer e coreografa nativa di Giffoni Valle Piana, la città nota per il Festival del Cinema dei Ragazzi.
Gli scatti allestiti alle pareti del Museo FRaC di Baronissi sono incredibili, rappresentano dieci anni di ricerca e maturità artistica di Vivian, sono “emozioni in cui è il cuore a dominare lo sguardo”, secondo il testo del depliant che accompagna la mostra (scritto da Carlo Pecoraro), sono “immagini/testimonianze di un’esperienza vissuta nella sua percezione emotiva che resta, come lo è per ogni esperienza creativa, inesprimibile”, come scrive Massimo Bignardi, curatore della mostra.
La mancanza di colore semplifica l'immagine, concentrandosi sull'essenza del soggetto, creando un senso di purezza e chiarezza. Le fotografie in bianco e nero spesso evocano un senso di atemporalità, poiché non sono legate a periodi specifici, sono un collegamento tra passato e presente, enfatizzano il contrasto tra le diverse parti dell'immagine, creando un impatto visivo più forte, evidenziando forme, linee e dettagli.
La scelta del bianco e nero da parte di Vivian ha reso le immagini più astratte, consentendo al pubblico di concentrarsi sui motivi, sulle forme, sulla composizione e sugli aspetti emotivi. È stata una scelta artistica versatile, che continua a essere ampiamente utilizzata nel mondo della fotografia per la sua capacità di trasmettere messaggi e sensazioni in modo unico, ma anche mistero e atmosfera, aprendosi all’interpretazione dell’osservatore.
Un aspetto notevole di questa mostra è la diversità delle immagini esposte. Si possono trovare paesaggi mozzafiato, ritratti coinvolgenti e scatti che catturano momenti fugaci della vita urbana o quotidiana. Questa varietà permette al pubblico di immergersi in una vasta gamma di esperienze visive, offrendo un'occasione per riflettere su quanto sia variegato il mondo che ci circonda. La composizione e l'estetica delle fotografie sono eccezionali. Ogni immagine è stata attentamente composta, con un occhio per i dettagli e una profonda comprensione della luce e della prospettiva. Questo ha portato a una serie di immagini che sono visivamente coinvolgenti e trasmettono emozioni e storie in modo potente.
Un altro elemento che spicca in questa esposizione è la capacità dell’artista di catturare momenti effimeri e trasformarli in opere d'arte durature. Le immagini possono raffigurare momenti di felicità, tristezza, sorpresa o contemplazione, e in tal modo permettono di riflettere sulla complessità delle emozioni umane e dell’esistenza. Ogni immagine cattura un frammento unico del nostro mondo e ci invita a riflettere su quanto sia meraviglioso e complesso. Ci sono immagini che rivelano la fragilità della vita, altre che esplorano la gioia e la connessione umana, mentre alcune sfidano i confini tra realtà e fantasia.
Questa capacità di raccontare storie attraverso le immagini è un'indicazione della profondità e della complessità dell'arte fotografica esposta. “Presenze” è un'esperienza visiva emozionante e ispiratrice, che merita di essere visitata da chiunque ami l'arte della fotografia. Al di là dell’osservazione e dell’analisi critica di ogni scatto, è stato significativo intervistare Cammarota per capire con maggiore dovizia di dettagli cosa abbia cercato di esprimere attraverso questa mostra e cosa abbia rappresentato per lei un evento così importante nella sua carriera di fotografa.
Mi puoi spiegare brevemente il percorso formativo che ti ha portato a sposare la fotografia?
Non ho studi prettamente fotografici, sono autodidatta, ma ho avuto modo di osservare e confrontarmi con diversi professionisti della fotografia. Tuttavia, credo che i percorsi formativi conseguiti si siano lietamente contaminati, canalizzandosi in un’unica forma espressiva che è appunto la fotografia. La Danza Classica è stato il mio primo grande amore e, dopo aver conseguito il diploma accademico con il passo di addio, mi sono dedicata alla formazione (anche con maestri internazionali) del Teatro fisico-performativo e del Teatro Danza.
Per molti anni il teatro è stata la mia professione ed ho realizzato anche diverse regie-coreografie. La danza e il teatro sicuramente hanno contribuito a sviluppare in me la cosiddetta “visione periferica”, cioè l’amplificazione dello sguardo: l’osservazione totale in scena è fondamentale per sincronizzarsi con i colleghi di scena, i tecnici audio-luci e il pubblico. Entrambe le discipline, inoltre, mi hanno insegnato ad avere una maggiore consapevolezza e padronanza dello spazio.
Per quanto concerne il percorso di studi, la scelta scolastica delle superiori (di cui mi sono poi pentita) si è rivolta ad un tecnico per geometri, però traendo le somme probabilmente gli studi tecnici hanno influito positivamente nella composizione tecnica della fotografia. Successivamente mi sono laureata al Davimus (Discipline delle arti visive della musica e dello spettacolo) con tesi in drammaturgia (sull’ultimo spettacolo di Julian Beck del Living Theatre, avendo collaborato per alcuni anni con attori storici della compagnia). Gli esami di Storia dell’Arte, con annesse ricerche personali con visite nei Musei, hanno sicuramente arricchito la mia visione e la mia sensibilità.
La tua personale si intitola "Presenze". Cosa sono e chi rappresentano?
Il Titolo “Presenze” è stato scelto dal Professore Massimo Bignardi, curatore della mostra, il quale con la sua prestigiosa esperienza e la sua sensibilità ha colto in pieno il mio sentire. Le “Presenze” per me rappresentano ciò ho sempre “ricercato” nella fotografia, in quanto non amo molto fotografare senza la presenza di figure umane, a meno che non siano luoghi dismessi in cui si percepisce che c’è stato un vissuto.
Credo, dunque, che le “presenze” per me rappresentino una continua ricerca di umanità celata da un velo di malinconia; infatti, ritraggo spesso figure raccolte in momenti di riflessione e di solitudine, forse la fotografia del fisarmonicista parigino che suona accanto alla scritta “alone” svela la narrazione dell’esposizione, come ha osservato Carlo Pecoraro. Le “presenze” però possono rappresentare tutto, nel senso che per ogni osservatore può cambiare il modo di percepire quelle “presenze”.
La scelta del bianco/nero?
Probabilmente esistono determinate foto che nascono, anche inconsciamente, già in bianco e nero senza che io decida, probabilmente perché per anni mi sono nutrita, quasi ossessivamente, di immagini fotografiche dei grandi maestri francesi della metà del novecento, come Bresson, Brassai, Erwitt, Doisneau, Man Ray. Il bianco e nero, inoltre, credo che evidenzi l’autenticità e la drammaticità della fotografia, oltre ad esaltarne il soggetto, in quanto non vi è la dispersione visiva dei colori e, dunque, l’emozione che si intende suscitare è sicuramente più immediata.
Quanto è stato importante per te esporre al FRaC?
Rappresenta una tappa molto importante nella mia vita, giunta in un momento in cui ne avevo veramente bisogno, per motivarmi e avere nuovi stimoli creativi. Essere presentata dal Professor Bignardi per me è stato praticamente un sogno che si è realizzato. E anche la presentazione del giornalista Pecoraro mi ha davvero commosso.
È dunque un’emozione indescrivibile presentare la mia prima mostra personale in un Museo prestigioso come il FRaC, anche se allo stesso tempo mi sento messa a nudo, come se mi fossi spogliata per mostrare al pubblico la mia vera essenza, compresa le fragilità, come se fossero tanti pezzi dell’anima e del cuore, senza filtri, cioè senza alcuna finzione o maschera che invece utilizzavo in teatro.
In che maniera l'ambiente esterno influenza il tuo lavoro?
La creatività ha continuamente bisogno di stimoli esterni, ma a volte gli stimoli non sono necessariamente viaggi si possono trovare anche interiormente, dipende da quel che si sta vivendo in quel momento, di solito le foto migliori le ho scattate in stati emotivi abbastanza positivi in cui vi era speranza e vitalità in me. Mentre nei periodi difficili ho vissuto un vero “blocco” con il mezzo fotografico.
Hai trovato ispirazione in città come Napoli, Parigi, Marsala; c'è anche la Costiera Amalfitana, quali sensazioni hai percepito?
Sono tra le città che amo di più, Parigi in primis, poi c’è tanta Venezia, come ci sono tante città toscane e poi Napoli, che amo tanto e in cui ho vissuto per alcuni anni. Marsala, la costiera amalfitana, aggiungo Procida, ma anche la stessa Salerno sono luoghi di mare molto poetici.
Tu sei anche coreografa e hai frequentato il teatro. Nei tuoi scatti si percepisce questo interscambio culturale tra i due ambiti...
Sì, tutto il percorso formativo è confluito nella fotografia. Tra le altre cose ho conseguito una specializzazione in training fisico avanzato e “presenza” scenica. I maestri di questa disciplina ci insegnavano a lavorare molto sulla “presenza”, facendoci concentrare sul respiro, il vuoto e il silenzio, per acquisire una piena consapevolezza del proprio corpo ed entrare in empatia con gli altri, perché se non ci si “libera” delle proprie ansie non si può ascoltare il proprio sentire e diventa difficile entrare in sintonia con gli altri. Il Teatro, inoltre, mi ha insegnato a “togliere”, cercare di eliminare tutte le sovrastrutture per ritrovare la vera essenza. Probabilmente è ciò che mi accade con la fotografia, prediligendo, infatti, pochi elementi.
A che progetto stai lavorando al momento e cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
Sto lavorando a un progetto contro la violenza sulle donne, in modo, credo, molto originale, ma non posso aggiungere altro. Poi mi piacerebbe riprendere a viaggiare e avere altre occasioni espositive in altre città, quindi uscire di nuovo dalla provincia. Un sogno nel cassetto è quello di riuscire a fare qualche viaggio fotografico intercontinentale e vorrei farlo come un vero lavoro di reportage, magari per qualche agenzia importante, e dunque esser accompagnata da una troupe di professionisti.
Pensi che la fotografia possa aiutare a svelare certe cose o a preservarle dallo scorrere del tempo?
Sì, certo; credo che sia tra i mezzi più immediati della comunicazione che resta indelebile nel tempo, i video possono essere dimenticati, le immagini no.
I tuoi ritratti sono molto delicati, ovattati, non chiassosi, anche in contesti legati alle grandi metropoli. Hai voluto attutire le disuguaglianze o è una tua condizione interiore ed intimista?
Hai veramente colto in pieno. Per me la fotografia rappresenta un vero “rifugio per l’anima” dal caos in cui siamo catapultati, ma anche dal trambusto interiore, per questo la mia ricerca del silenzio, dell’essenziale e del sospeso nella fotografia. Credo sia senza dubbio una condizione interiore ed intimista, ma probabilmente inconsciamente la parola “disuguaglianza” per me non esiste, per cui sono ritratte sullo stesso piano un po’ tutte le condizioni umane, dalla mendicante alla borghesia, dagli scugnizzi agli artisti. E lo stesso vale per i luoghi, non c’è distinzione.
Ci sono fotografi o artisti che senti particolarmente vicini a te?
Non oso fare paragoni, sicuramente una fotografa che ho amato molto è stata Francesca Woodman e adoro l’arte metafisica di Giorgio De Chirico. In realtà ciò che sento molto vicino a me è la musica, nello specifico la musica jazz, come Bill Evans, Stan Getz, Chet Baker.
Concludendo, chi scrive si rivolgerebbe a Vivian, prima di salutarla, dicendo: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”.
Anna De Rosa 11/07/2022
La rinascita interiore di Agata Senatore fra arte e letteratura
L'autrice salernitana Agata Senatore è semplicemente se stessa nel raccontare e raccontarsi nei suoi libri, perché ha realizzato i suoi sogni artistici. Agata Senatore appartiene all’arte e alla letteratura. Nella sua esperienza letteraria emergono gli elementi di una rinascita interiore, grazie alla quale viene a bilanciarsi il suo rapporto con le persone.
Agata racconta nei suoi libri e nei suoi quadri la sua infanzia, la sua adolescenza, la famiglia, le amicizie, con un narrare fluido, scorrevole, piacevole, anche con ironia, elaborando una profonda riflessione sulla vita. La Fede è più forte della verità, per Agata la fede è verità, e la verità merita la ribellione di fronte al pregiudizio, al moralismo, soprattutto se falsi.
Dove sei nato/a? Dove vivi?
Sono di Salerno e vivo a Salerno.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Sia per la pittura che per la scrittura all’età di 11 anni, per la voglia di esprimere le miei emozioni e sensazioni.
Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?
Il mio primo libro, intitolato "I perché di Edda", nasce dalla lettura del mio primo diario, dove descrivo tutti i viaggi fatti con mio padre e la mia famiglia; descrivo i vari sentimenti come l’amore e l’amicizia, con il mio scritto cerco di comunicare le mie emozioni e convinzioni.
Cosa pensi del sistema dell’editoria del nostro Paese?
Per me le istituzioni sono assenti, se ci fosse più impegno da parte di tutti si potrebbe fare senz’altro meglio, promuovere più iniziative letterarie.
Come hai vissuto la pandemia? Progetti futuri?
Per adesso ho realizzato tre libri che mi hanno dato soddisfazioni; nel secondo, "Sulle orme del padre", sempre tratto dai miei diari, ho inserito la biografia di mio padre e poi ho raccontato tutte le difficoltà che ho avuto con la morte di mia madre, parlando anche dei miei sogni; nel terzo libro, “Senza titolo”, mi sono raccontata dai 7 fino a 16 anni, aggiungendo uno scritto di un anonimo e, come sempre, una piccola raccolta di mie poesie. Ovviamente ho intenzione di dipingere e scrivere ancora.
La pandemia l'ho vissuta con tranquillità perché io sto bene con me stessa, quindi mi piace stare a casa; la "reclusione" mi ha portata a pregare di più e aiutare ancora di più il prossimo, e ad amare le piccole cose di cui Dio ci fa dono.