Un progetto di Pronto Intervento Sociale a Salerno

La presentazione il 30 gennaio nel Salone di Marmi di Palazzo di Città

Redazione Irno24 28/01/2023 0

Lunedì 30 gennaio, alle ore 10:00, nel Salone dei Marmi di Palazzo di Città, a Salerno, si terrà la conferenza stampa di presentazione del PROGETTO PRINS, finanziato all’Ambito territoriale S5 (Comune di Salerno capofila) con risorse europee erogate dal PON INCLUSIONE (FSE 2014-2020), per un valore complessivo di euro 197.000.

Interverranno: il Sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, l'Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Salerno, Paola de Roberto, l'Assessore Politiche Sociali del Comune di Pellezzano, Annalaura Villari, il Direttore dell'Ambito Territoriale S5, Giovanni Salerno, i rappresentanti degli Enti attuatori del PRINS.

Il progetto è rivolto a persone in condizioni di povertà estrema o marginalità e ha l’obiettivo prioritario di potenziare l’erogazione e l’accesso ai servizi per i soggetti in difficoltà, anche e soprattutto mediante l’organizzazione di una rete che consenta di operare sul territorio con un approccio integrato di assistenza agli utenti e garantire la fruizione di diritti costituzionalmente garantiti, valorizzando la dignità delle persone.

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Redazione Irno24 16/04/2026

"Ri-Vestiamo Salerno", il riciclo tessile diventa speranza per la LILT

Trasformare ciò che la società scarta in una risorsa preziosa, non solo per l’ambiente ma per la salute di un intero territorio. È il cuore pulsante di "Ri-Vestiamo Salerno - La moda che non si spreca, ma rinasce", la cui prima edizione è stata presentata ufficialmente questa mattina presso la sede di Salerno Pulita. Grazie al supporto operativo di Salerno Pulita e alla collaborazione con il progetto "Non fare lo sbronzo", gli studenti del "Trani" (sede annessa del Convitto Nazionale) e del "Galilei-Di Palo" hanno recuperato materiali tessili dismessi e li hanno modellati con creatività e competenza tecnica.

Il risultato di questo impegno è straordinario: il "Trani" ha prodotto ben 25 tra abiti e accessori, mentre l’istituto "Galilei-Di Palo" ha realizzato circa 10 capi unici, tra cui spicca l'ingegnoso recupero delle mascherine chirurgiche residue del periodo pandemico, ora reinventate come eleganti sacchetti profumati. Tutte queste creazioni saranno le protagoniste assolute della sfilata evento in programma sabato 18 aprile alle 18:30 presso il Centro Sociale di Salerno.

Durante la serata, i capi potranno essere scelti dai presenti attraverso una raccolta fondi dedicata: un modo per portarsi a casa un pezzo unico di design sostenibile, contribuendo direttamente a una causa nobilissima. L’intero ricavato sarà infatti devoluto alla Lilt di Salerno per sostenere l'instancabile lavoro del dottor Pistolese e dei suoi volontari nelle attività di prevenzione oncologica in tutta la provincia.

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Annamaria Parlato 11/09/2026

Tavolo per "una": il piacere di mangiare da soli e concedersi attenzione

Esiste una mise en place che per molto tempo abbiamo considerato incompleta: quella apparecchiata per una sola persona. Una sedia, un bicchiere, un piatto e nessuno dall’altra parte. Nell’immaginario della ristorazione italiana, quella scena è stata spesso associata alla solitudine, a un appuntamento saltato, a una persona “senza nessuno con cui uscire”, quasi che il piacere di andare al ristorante avesse bisogno, per essere legittimo, di essere condiviso.

Oggi, però, qualcosa sta cambiando e il fenomeno del solo dining, cioè la scelta consapevole di mangiare fuori da soli, sta assumendo dimensioni tali da non poter essere più liquidato come una semplice moda. Il dato più citato arriva da OpenTable: negli Stati Uniti, le prenotazioni per una persona sono aumentate del 29% nell’arco di due anni; nello stesso periodo, la crescita registrata è stata del 14% nel Regno Unito e del 18% in Germania. Il dato, però, va letto con attenzione: quel 29% non significa che siano aumentate del 29% le persone single, né che il 29% degli americani vada al ristorante da solo. Misura una specifica categoria di comportamento, cioè le prenotazioni per una persona sulla piattaforma OpenTable, e proprio questa distinzione è importante per evitare una delle semplificazioni più frequenti quando si parla del fenomeno.

Anche l’indagine realizzata da OpenTable e KAYAK nel 2024 fotografa un cambiamento significativo: il 60% degli intervistati statunitensi ha dichiarato di aver mangiato da solo in un ristorante con servizio al tavolo nei 12 mesi precedenti e la percentuale sale al 68% tra Gen Z e Millennials; il 52% dei consumatori statunitensi dichiarava, inoltre, di prevedere almeno un’esperienza di dining in solitaria nel corso dell’anno. Ancora più interessante è la motivazione: per il 34% degli intervistati, il principale motivo per scegliere il ristorante da soli è il desiderio di me time, il tempo dedicato a se stessi, mentre il 20% indica la possibilità di mangiare secondo i propri orari. È qui che il fenomeno diventa culturalmente interessante, perché il tavolo per una persona non sembra rappresentare necessariamente l’assenza di qualcun altro, ma la presenza consapevole di se stessi.

La differenza è sottile soltanto in apparenza: mangiare da soli perché non si ha nessuno con cui uscire è una condizione; scegliere di mangiare da soli perché si desidera farlo è un comportamento completamente diverso. La prima può essere vissuta come solitudine, la seconda come autonomia. E proprio la ricerca scientifica sulla solitude invita a non confondere automaticamente stare soli con sentirsi soli. Uno studio pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin ha evidenziato che la solitudine volontaria può avere effetti differenti rispetto all’isolamento non desiderato e che, quando la persona sceglie consapevolmente di stare sola, possono emergere condizioni di rilassamento e riduzione dello stress.

Una ricerca più recente, pubblicata nel 2026 sul Journal of Health Psychology, ha rilevato che le competenze legate alla “positive solitude”, cioè la capacità di vivere positivamente il tempo trascorso da soli, hanno un ruolo significativo nella relazione tra soddisfazione di vita ed esperienza emotiva. Non significa naturalmente che stare soli faccia sempre bene: la solitudine indesiderata e l’isolamento sociale sono fenomeni completamente diversi e possono avere conseguenze negative. Proprio per questo, la variabile decisiva sembra essere la volontarietà. In altre parole, non è il numero di persone sedute al tavolo a determinare il benessere, ma il significato che attribuiamo a quel momento.

Anche il comportamento dei consumatori sembra confermare questa trasformazione. OpenTable rileva che, nel periodo analizzato, i clienti che prenotano per una persona hanno una spesa media individuale di 84 dollari, il 48% in più rispetto alla spesa media pro capite degli altri commensali. È un dato particolarmente interessante per il mondo della ristorazione, perché ribalta anche un pregiudizio commerciale: il cliente solo non è necessariamente un cliente meno interessante. Al contrario, può essere una persona disposta a concedersi un’esperienza gastronomica completa, a scegliere un ristorante per il piacere personale e, non dovendo mediare la scelta con altre persone, a ordinare esattamente ciò che desidera.

Lo stesso studio OpenTable-KAYAK mostra, inoltre, che il 27% dei consumatori sarebbe disposto a invitare altri commensali soli al proprio tavolo e il 22% tende a conversare con il personale o con altre persone presenti nel locale: il solo dining, dunque, non coincide nemmeno necessariamente con il desiderio di isolamento. Il ristorante può diventare uno spazio intermedio: un luogo pubblico nel quale stare temporaneamente da soli senza essere socialmente isolati. È una distinzione importante anche dal punto di vista sociologico, soprattutto perché le strutture familiari stanno effettivamente cambiando, ma sarebbe sbagliato utilizzare questo dato come unica spiegazione del fenomeno.

In Italia, secondo l’Istat, nel biennio 2024-2025 le famiglie unipersonali sono diventate la tipologia familiare più diffusa e rappresentano il 37,1% dei nuclei; vent’anni prima erano il 25,9%. Le persone che vivono sole rappresentano il 16,9% della popolazione e la quota è aumentata in tutte le fasce d’età. Le proiezioni demografiche Istat indicano inoltre che entro il 2050 le famiglie composte da una sola persona potrebbero arrivare al 41,1% del totale, contro il 36,8% attuale. Ma anche in questo caso occorre evitare un’equazione troppo semplice: vivere da soli non significa essere single, essere single non significa sentirsi soli e mangiare da soli non significa necessariamente vivere soli. Sono tre condizioni differenti che possono sovrapporsi, ma non sono sinonimi.

Negli Stati Uniti, per esempio, il Pew Research Center ha rilevato che nel 2023 il 42% degli adulti non viveva con un coniuge o un partner, una percentuale scesa leggermente rispetto al 44% del 2019; tra le donne la quota era del 44%, contro il 40% degli uomini. Anche questo dato conferma quanto sia complesso utilizzare la categoria “single” per spiegare il solo dining: le relazioni affettive, la convivenza e il comportamento al ristorante appartengono a piani diversi. Il fenomeno sembra invece inserirsi in una trasformazione più ampia del rapporto contemporaneo con il tempo personale. Smart working e lavoro ibrido hanno modificato gli orari, i viaggi di lavoro hanno moltiplicato le occasioni di trovarsi fuori casa senza compagnia, le città hanno reso più naturale frequentare spazi pubblici individualmente e una parte delle generazioni più giovani ha progressivamente smontato l’idea che cinema, viaggio, aperitivo o ristorante debbano necessariamente essere attività di gruppo.

La pandemia, secondo diversi osservatori del settore, ha probabilmente accelerato questo processo, portando molte persone a riconsiderare il rapporto con il proprio tempo e con le attività che prima ritenevano difficili da fare da sole. E c’è poi una questione tutta femminile che merita di essere affrontata senza retorica. Per una donna entrare da sola in un ristorante, soprattutto la sera, è ancora percepito in alcuni contesti come qualcosa che deve essere spiegato: si presume che stia aspettando qualcuno, che sia lì per lavoro, che abbia un appuntamento più tardi oppure che la sua presenza solitaria nasconda una storia da raccontare. È proprio questo il retaggio culturale che dovrebbe essere superato. Il tavolo per una non dovrebbe essere una prova di coraggio, una medaglia di indipendenza né tantomeno una dichiarazione di “emancipazione”.

Se trasformassimo il solo dining in una nuova performance sociale, finiremmo paradossalmente per sostituire un tabù con un altro. Non serve dimostrare di essere abbastanza indipendenti da andare al ristorante da sole: basta averne voglia. Una donna può sedersi, consultare la carta, ordinare un calice di vino, scegliere un piatto importante, concedersi un dessert, leggere, osservare la sala oppure semplicemente non fare nulla. Può occupare un tavolo senza dover giustificare la propria presenza. E questo è forse il punto più interessante del fenomeno: il vero cambiamento non consiste nel fatto che oggi ci siano più persone single, perché i dati demografici raccontano soltanto una parte della storia; non consiste nemmeno nel trionfo dell’individualismo, parola spesso utilizzata per descrivere ogni trasformazione delle abitudini contemporanee. Il solo dining può essere molto più semplicemente un atto di piacere personale.

Mangiare fuori è un’esperienza gastronomica, ma anche un modo di abitare il proprio tempo: scegliere un ristorante, sedersi, aspettare il proprio piatto, assaporarlo senza dover conversare necessariamente con qualcuno, concedersi attenzione. In questo senso il tavolo per una non è vuoto: è occupato da una persona che ha deciso di dedicarsi un momento. E forse dovremmo smettere di considerarlo una conquista, perché non c’è nulla da conquistare nel sedersi da soli davanti a un piatto. Non è una prova di forza, non è necessariamente solitudine, non è il manifesto di una società egoista e non è nemmeno la conseguenza inevitabile dell’aumento dei single.

È, molto più banalmente e molto più profondamente, una possibilità. Quella di stare bene con se stessi anche quando non c’è nessun altro da aspettare. E forse la vera evoluzione culturale sarà proprio questa: arrivare al punto in cui una donna sola al ristorante non farà più notizia, non susciterà curiosità e non avrà bisogno di essere definita coraggiosa, indipendente o “single”. Sarà semplicemente una cliente, seduta al suo tavolo, che ha scelto di mangiare ciò che desidera, nel posto che desidera, nel momento che desidera. E questo, più che il trionfo dell’individualismo, potrebbe essere semplicemente il trionfo della libertà di stare bene con se stessi.

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Redazione Irno24 19/06/2025

Il Comune di Salerno redige il PEBA per una città più accessibile

Il Comune di Salerno ha avviato la redazione del Piano per l'Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), per indirizzare i futuri investimenti per una migliore accessibilità di spazi ed edifici pubblici. Il PEBA nasce con l’intento di mettere al centro della propria azione “tutti i cittadini” e il loro diritto ad una “città accessibile e sicura”, nell’ambito delle azioni finalizzate allo sviluppo sostenibile della città stessa.

Il piano consentirà di avere una mappatura completa e dettagliata di tutte le criticità/barriere ancora esistenti in tutti gli edifici e spazi pubblici e stabilire i criteri di priorità e la programmazione degli interventi per l’eliminazione delle stesse.

"I cittadini - spiega il sindaco Napoli - avranno trenta giorni per presentare le loro osservazioni. Alla fine di questi trenta giorni, verranno esaminate tutte le valutazioni, sviluppando quelle ritenute idonee. Il piano sarà quindi rivisto alla luce di queste osservazioni e approvato in Consiglio Comunale".

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