Cambio ai fornelli del Nobi di Fisciano, a De Martino subentra Sica
Lo chef classe 1993 reinterpreta il territorio con talento e cuore, facendo tesoro delle esperienze stellate
Annamaria Parlato 12/07/2025 0
C’è un tempo che a Nobi sembra fermarsi, come quando si attraversano i noccioleti al tramonto o ci si perde nei profumi di una cucina che parla il linguaggio della terra. All’interno della Masseria Nobile, immersa nel paesaggio rurale di Fisciano, i proprietari Ilaria Di Leo e Nicola Gregorio hanno messo in piedi una location con ristorante e pool bar, che è diventata negli anni uno spazio narrativo, multisensoriale, dove ogni dettaglio vibra di autenticità e visione. Qui la mixology si intreccia ai ricordi agricoli: i drink raccontano la memoria dei campi, dei cortili assolati, degli infusi casalinghi.
L’avventura è partita da un Campari Spritz fresco e balsamico, accompagnato da focaccine di semola tiepide ai pomodorini semidry: l’ingresso è iniziato con leggerezza, aromaticità, con una stretta di mano garbata e promettente. A guidare oggi la cucina e la banchettistica è lo chef Gerardo Sica, fiscianese di Penta, classe 1993, già forte di un percorso importante: dal Don Alfonso 1890 al Faro di Capo d’Orso con Andrea Aprea, passando per il Brown’s Hotel di Londra by Heinz Beck, i Tre Olivi di Giovanni Solofra, La Chiaracia e La Bagnaia. Al Nobi è subentrato al collega Michele De Martino e ha portato una cucina centrata, viva, che parte dalla memoria contadina ma esplora accostamenti e consistenze con eleganza.
“Il mio punto d’inizio è la tradizione, ma la tecnica non sarà mai il mio finale”: così Sica definisce il suo approccio. Ed è proprio questo il cuore pulsante del suo pensiero culinario. Il benvenuto alla cena ha previsto tre assaggi: crocchetta di ossobuco, servita dentro il suo osso, accompagnata da pesto al dragoncello, erbe mediterranee e nocciole. Un boccone denso, carnale, che ha accarezzato il palato con la sua cremosità, mentre le erbe fresche e le note tostate hanno bilanciato e pulito il palato. Si è passato poi a piccole golosità sorprendenti per forbitezza e precisione: il fiore di zucca in tempura giapponese, sorprendentemente croccante e leggerissimo, con un ripieno di ricotta e pepe nero profumato di limone e basilico, a lasciare in bocca una sensazione quasi floreale.
Il crostino con acciuga Don Tonino 1942 e burro di bufala agli agrumi è stato un'esplosione salina e agrumata, un perfetto equilibrio tra forza marina e grassezza morbida, alleggerito dalla scorza che ha ricordato i giardini di limoni d’inizio estate. Gli antipasti hanno spinto il racconto su livelli più strutturati. La zuppetta tiepida mare e monti è stato un viaggio nella Campania più intima: legumi e cereali dell’azienda agricola Nobile si sono fusi con la cianfotta di ciurilli e cucuzzielli, in un dialogo delicato con il gambero bianco, frutti di mare, spuma al lemongrass e crumble di fresella. C’è stato calore, dolcezza, un gioco tra morbidezza e croccantezza, tra comfort food e guizzo creativo.
Poi il carpaccio di manzo al tè Matcha: la carne si è sciolta letteralmente, mentre il tè matcha le ha regalato profondità erbacea; l’insalatina di rinforzo e la maionese alla senape di Digione hanno riportano l’assaggio a una tensione acida e vibrante, a retaggi d’oltralpe, la cialda ai semi ha chiuso con la nota rustica. Il primo è stato un inno alla Nerano, rivisitata con tagliolini all’uovo autoprodotti, una crema bianca di zucchine e formaggi, julienne di fiori di zucca e salsa al Provolone del Monaco. Qui lo chef ha giocato sulla rotondità e sulla dolcezza vegetale, interrotta da punte sapide e da un finale lievemente affumicato. Il piatto, pur nella sua apparente semplicità, si è manifestato in un crescendo di consistenze: la pasta avvolgente, le chips di zucchine con il loro appetitoso crunch, la salsa stratificata.
Il secondo, ricciola in veste di bietola, è parso un esercizio di leggerezza: il pesce cotto con precisione chirurgica, la bietola avvolgente come un mantello vegetale e la spuma al salmoriglio ha introdotto una nota agrumata e quasi fumé che ha rinfrescato il piatto; i fagioli, cremosi, hanno creato una ì base accogliente e terrosa. Ad accompagnare la cena un Béchar 2024 Fiano di Avellino DOCG della Cantina Antonio Caggiano: vino minerale, pieno, con note di frutta gialla, fiori bianchi e un finale lievemente tostato, che ha esaltato le componenti vegetali ed erbacee dei piatti senza sovrastare la delicatezza marina. Un compagno perfetto che ha saputo sostenere e – in certi momenti – esaltare.
Il dolce – Fragola, Bufala e Rosmarino – è stato quel finale che non ci si aspetta: profumato di estate e orto, con le fragole marinate in osmosi, la spuma di latte di bufala aromatizzata al rosmarino, il crumble al cacao e mandorla, e quella polvere di fragole per un tocco glamour alla Ziggy Stardust. Un boccone evocativo e leggero, in cui ogni elemento ha sommessamente lasciato la scena al gioco di profumi e consistenze. Una grappa barricata, scorzette di pompelmo bio Masseria Nobile candite e glassate al cioccolato fondente, gelatine all'arancia con buccia di lime e via per la strada dei ricordi.
Nobi è questo: un luogo dove si mangia bene, ma soprattutto si medita. Ogni piatto ha una voce, ogni sorso racconta un gesto rivisto con occhi nuovi. È la sintesi riuscita di un progetto in cui la bellezza della semplicità incontra le profondità della tavola. Un’esperienza completa, sensoriale, fatta di equilibrio, ricordi e passione. E chi sa assaggiare con attenzione, qui, troverà molte storie da portare via con sé.
Potrebbero interessarti anche...
Redazione Irno24 03/05/2022
"Pizzium" scende al Sud ed apre sul Corso di Salerno
Pizzium, concept di pizzerie napoletane che conta attualmente 28 store, prosegue la sua espansione con l’apertura del primo punto vendita a Salerno, il primo assoluto nel Sud Italia. Dal 23 aprile, in Corso Vittorio Emanuele 211, la nuova pizzeria accoglie, con i suoi 87 coperti e un dehor di circa 40 posti, gli amanti della pizza all’interno del locale dallo stile partenopeo.
Le pizze e gli abbinamenti sono creati da Nanni Arbellini, maestro pizzaiolo napoletano di grande esperienza e socio fondatore, che propone un menù unico caratterizzato da sapori autentici, proponendo la pizza napoletana classica in abbinamento alle eccellenze gastronomiche italiane. La selezione si amplia con bruschette sfiziose, Panuozzum e dolci regionali che spaziano dal babà napoletano al cannolo siciliano. Inoltre, anche a Salerno sarà disponibile l’offerta di O’Shop, la selezione al dettaglio di prodotti regionali IGP e DOP: i clienti potranno fare una spesa veloce e di qualità in pizzeria.
Per i clienti che vorranno gustare la propria pizza comodamente a casa, sarà attivo il servizio delivery tramite l’app di Glovo o d’asporto anche online su ordina.pizzium.com. Infine, i clienti più appassionati potranno unirsi alla famiglia dei Pizzium Lovers e scaricare sul proprio smartphone la Pizzium Lovers Card, una carta fedeltà totalmente digitale con cui accumulare punti pizza e ricevere tante sorprese dedicate.
Annamaria Parlato 26/07/2023
Salerno, ritualità religiose e gastronomiche collegate alla chiesa di Sant'Anna
La storia del culto di Sant'Anna, la madre di Maria e la nonna di Gesù Cristo, risale a diversi secoli fa ed è stata influenzata da tradizioni religiose, leggende e devozioni popolari. Le prime tracce del culto di Sant'Anna si trovano nel cristianesimo orientale, in particolare nella Chiesa ortodossa, dove Sant'Anna è stata venerata fin dai primi secoli del cristianesimo. Tuttavia, è nel Medioevo che il culto di Sant'Anna si diffuse ampiamente in tutto il mondo cristiano.
Il culto di Sant'Anna fu alimentato da scritti apocrifi e tradizioni popolari che narravano la sua storia come madre della Vergine Maria e nonna di Gesù. Questi testi non facevano parte del canone ufficiale della Bibbia, ma furono ampiamente letti e influenzarono la devozione a Sant'Anna. La venerazione di Sant'Anna crebbe ulteriormente grazie alla promozione di ordini religiosi e movimenti spirituali, che sottolineavano l'importanza della sua figura. Nell'arte e nell'iconografia, Sant'Anna fu spesso rappresentata con Maria e Gesù, simboleggiando la genealogia e il ruolo cruciale che aveva nella storia della salvezza.
La Chiesa cattolica ha svolto un ruolo significativo nella diffusione del culto di Sant'Anna. Nel 1584, Papa Gregorio XIII inserì la festa di Sant'Anna nel calendario liturgico romano, rafforzando ulteriormente la sua importanza nel culto cattolico. Con il passare del tempo, il culto di Sant'Anna si è diffuso in tutto il mondo cristiano, con la costruzione di chiese, santuari e luoghi di pellegrinaggio dedicati a lei. Le celebrazioni della festa di Sant'Anna, il 26 luglio, si sono sviluppate in diverse tradizioni locali, riflettendo l'influenza culturale e la diversità delle comunità che onorano questa Santa.
Oggi, Sant'Anna è ancora oggetto di devozione e venerazione in molte chiese cristiane. La sua figura è associata a diversi aspetti della vita, come la protezione delle donne in gravidanza, delle madri e delle nonne, e viene invocata per intercessione in diverse situazioni di vita. Secondo la tradizione cristiana, Sant'Anna era la madre della Vergine Maria e quindi la nonna di Gesù Cristo. Era sposata con un uomo di nome Gioacchino, e la coppia visse a Gerusalemme. Tuttavia, nonostante la loro profonda devozione, Sant'Anna e suo marito erano senza figli, cosa che all'epoca era considerata una disgrazia. Un giorno, entrambi ricevettero una visione divina: un angelo annunciò a Gioacchino che il suo desiderio di diventare padre sarebbe stato esaudito e, nello stesso periodo, Sant'Anna ebbe una visione simile in cui un angelo le annunciò che sarebbe rimasta incinta.
La coppia ricevette questa notizia come una benedizione divina e Sant'Anna rimase incinta. Lei e Gioacchino diedero alla luce una figlia, che chiamarono Maria. Ella sarebbe poi diventata nota come la Vergine Maria, la madre di Gesù Cristo. Sant'Anna giocò un ruolo importante nell'educazione e nell'insegnamento religioso di Maria, preparandola a svolgere il suo futuro ruolo come madre di Gesù. Secondo alcune tradizioni, Sant'Anna morì quando Maria era ancora giovane, ma la sua influenza e il suo esempio spirituale continuarono a essere un'ispirazione per sua figlia.
A Salerno è molto sentito dai fedeli il culto di questa Santa, tant’è che viene festeggiata e venerata nella Chiesa di Sant’Anna al Porto. La processione di Sant’Anna al Porto, che si svolge per le vie dei rioni Porto e Pioppi il 26 luglio, una volta arrivava fino alla stazione ferroviaria. Molti erano i fedeli che offrivano ceri e non mancavano le cènte a forma di barca che le donne portavano sulla testa, una tradizione ormai in disuso. La paranza, la squadra dei portatori della statua di Sant’Anna, era composta di pescatori ed operai del porto, comunque gente di mare.
Spesso, durante la processione, la strada veniva sbarrata da un tavolo coperto da un drappo o da un fine ricamo, sul quale si posava la statua per la benedizione e l’offerta di denaro. Al rientro in chiesa, nello spazio antistante, la paranza, tra lo scoppio di mortaretti e il suono della banda, faceva tre giri su se stessa e poi di corsa imboccava la porta della chiesa. La chiesa sorgeva dove un tempo vi fu il convento dei Carmelitani di Santa Teresa, che fu fondato sotto il titolo di Santa Maria di Porto Salvo, ad opera di Fra Nicolò Maria di San Giuseppe e dell'arcivescovo Alvarez, con “istrumento del 14 gennaio 1682 per notar Giuseppe Pinto di Salerno”. I successivi atti erano iniziati già nel 1678. Il suolo fu ceduto dal parroco di Santa Trofimena a Carmine De Angelis.
Il monastero sorgeva "extra moenia" nella parte occidentale, verso la marina in prossimità del porto. La chiesa deve ritenersi del XIII secolo. In essa era devotamente custodita un'icona della Vergine SS.ma di Porto Salvo, detta posteriormente Sant’Anna al Porto. La chiesa è a pianta ottagonale (ve ne sono altre simili a Salerno), con sette cappelle laterali, caratterizzata da un portale circondato da lesene con capitello dorico, che sorreggono un frontone che dà l'ingresso al vestibolo prospiciente l'interno dell'edificio.
Delle sette cappelle, quattro sono semicircolari e tre quadrate. Cinque sono dotate di altare con statue di Santa Caterina, del Redentore e della Vergine, un quadro della Madonna del Rosario e, sull'altare maggiore, un busto ligneo di Sant'Anna. Al di sopra delle cappelle sono posizionate le tele raffiguranti la storia di Sant'Anna, a firma del maestro Gaetano D'Agostino, autore anche degli affreschi degli Evangelisti posti negli spicchi della cupola. Sull'architrave di ingresso della sagrestia è posta la Madonna di Porto Salvo, opera di Luigi Montesano, risalente al 1841.
In questa particolare ricorrenza, collegata alla festa religiosa, vi è anche un altro singolare aneddoto che tutti ricordano come la “benedizione dell’uva di Sant’Anna”. La statua di Sant’Anna, infatti, reca tra le mani proprio alcuni grappoli di uva rossa e bianca. "L'uva di Sant'Anna" è un'espressione popolare italiana che si riferisce al periodo dell'anno in cui avviene la maturazione dell'uva. La festa di Sant'Anna è associata alla benedizione dell'uva e dei frutti della terra, con celebrazioni religiose e festeggiamenti che coinvolgono anche prodotti derivati dall'uva, come il vino. Questo momento dell'anno è importante per molti viticoltori e appassionati di vino, poiché l'uva è pronta per essere raccolta e utilizzata per la produzione di vino e altri prodotti correlati.
Le feste e le celebrazioni in onore di Sant'Anna spesso includono la partecipazione delle comunità locali e offrono l'opportunità di assaggiare e apprezzare l'uva fresca e i prodotti dell'enologia. A Sant’Anna si beve proprio il primo vino dell’estate e si degustano particolari piatti venduti per strada, come le pizze fritte, le lumache o "maruzzielli", i panini con le melanzane sott’olio, i dolci a base di uva, l’uva fragola e fresche fette di anguria.
Durante la benedizione dell'uva di Sant'Anna, le persone portano grappoli d'uva fresca e altri frutti della terra in chiesa, per essere benedetti dal sacerdote. Durante la cerimonia, vengono recitate preghiere specifiche e invocazioni per ringraziare Dio per il raccolto abbondante e chiedere la sua protezione sulla terra e sulle colture future. Questa tradizione è particolarmente diffusa nelle regioni vitivinicole dell'Italia, dove l'uva è una componente essenziale dell'economia e della cultura locale. La benedizione dell'uva di Sant'Anna è un modo per rendere omaggio alla generosità della terra e per chiedere la continuità della prosperità agricola.
Annamaria Parlato 20/09/2020
La tavola di San Matteo e le specialità gastronomiche salernitane
Il 21 settembre, giorno attesissimo dai salernitani, si svolge la festa patronale in onore di San Matteo, con una processione immensa che attraversa il centro storico, percorre Corso Vittorio Emanuele, scende per Via Velia, sfila lungo Via Roma e rientra, infine, su Via Mercanti fino al Duomo. I tre busti d’argento dei Santi Martiri Salernitani, Anthes, Gaio e Fortunato, simpaticamente definiti dal popolo come le “tre sorelle” di San Matteo per i loro lineamenti delicati, aprono la processione.
Le statue di Papa Gregorio VII e di San Giuseppe sfilano per seconde e a chiudere il corteo - da ultima - la statua argentea di San Matteo (la cui gemella è conservata nella cripta, posta di spalle all’altra, in modo che il volto sia visibile da ogni lato e da qui l’usanza di dire che il santo abbia due facce), ornata di fiori e trasportata a braccia dai lavoratori del porto che da generazioni si tramandano l’onore di sorreggere il santo, trascinandolo in una corsa finale lungo le scale del Duomo a metà tra misticismo e magia.
In occasione delle celebrazioni si organizzano concerti bandistici di fama nazionale e internazionale, per le vie cittadine o a Piazza Amendola. La festa ha termine dopo lo splendido spettacolo di fuochi pirotecnici di mezzanotte, sparati anche sull’acqua. Il classico colpo finale pone ufficialmente fine ai festeggiamenti in onore del Santo Patrono. Questo in sintesi il programma della manifestazione (prima del Covid), che spesso subisce alcune variazioni e che sicuramente è ben diverso da quello di tantissimi anni fa. Da Largo Campo a Porta Catena, passando per l’Annunziata sino ad arrivare alla Villa Comunale, una scia di profumi di cibi freschissimi inonda l’aria cittadina, tra cui pesci, frutta, verdure e dolci della tradizione.
Ogni massaia si adopera già a partire dal 20 settembre per avviare il pranzo luculliano che seguirà il giorno dopo, in cui amici e parenti riuniti intorno al desco si rimpinzeranno a dovere prima di affrontare il lungo percorso della processione. Cinquant’anni fa era già di moda lo “street food” con le mitiche bancarelle che sul lungomare distribuivano panini ripieni di prodotti semplici, lupini e ceci arrostiti, specialità di mare per quelli che potevano permetterselo, giunti perfino da dai paesi di provincia per onorare il Santo.
Attualmente il pranzo tipico è composto da un antipasto di maruzzelle o lumachine piccanti al peperoncino e prezzemolo, da un primo di spaghetti alle vongole, un secondo di frittura di pesce accompagnato da verdure di stagione e parmigiana di melanzane. Altro sfizio presente sulla tavola di San Matteo è la “meveza ‘mbuttunata” ossia la milza vaccina imbottita di menta e peperoncino (un piatto poverissimo che si perde nella notte dei tempi), cotta per diverse ore in vino rosso e aceto bianco sino alla caramellizzazione della parte alcolica di questo piatto.
Infine frutta secca/fresca tra cui fichi e uva sanginella, una varietà autoctona salernitana dalla buccia sottilissima, pressoché scomparsa, recuperata da alcuni appassionati viticoltori locali nelle colline intorno a Giovi; ha grappoli di media grandezza, acini fitti ed allungati, carnosi, dolci, poco sugosi, polpa croccante che matura in agosto; il colore dell'acino varia, secondo l'esposizione solare, da verde a giallo dorato. Per concludere, sfogliatelle ricce delle antiche pasticcerie del centro storico e vino in abbondanza per spegnere la sete.
Per preparare la milza di San Matteo, che sarà poi il ripieno del classico panino da mangiare in strada, occorrono la milza intera di vitello, abbondante prezzemolo, 2 spicchi d’aglio, 500 gr di aceto rosso, 500 gr di vino rosso, 2 cucchiai di mosto cotto, peperoncino, olio extravergine d’oliva e sale.
Si prende la milza e si crea un buco al centro dopo averla pulita, eliminando grasso e pellicine. Il buco serve per il ripieno di prezzemolo, peperoncino, aglio e sale. Dopodichè si aggiunge l’olio extravergine d’oliva, si chiude la sacca e in una padella si fa soffriggere da ogni lato con dell’aglio, innaffiandola con il mix di aceto e vino e il mosto. Si fa cuocere a fuco lento per un’ora e mezza circa. A cottura ultimata si lascia raffreddare, la si taglia a fette dello spessore di 2-3 cm facendo attenzione che il ripieno non fuoriesca dalla tasca (ricetta dell’Antica Macelleria Matteo Accurso di Salerno tratta dal libro “Note di cucina salernitana - Storie e Ricette” del giornalista Alfonso Sarno).