Ida Baldassarri: disegno astratto e colori forti per comunicare tramite l'arte
"Mi ispirano diversi soggetti, che di volta in volta cambiano secondo il mio umore"
Anna De Rosa 02/06/2023 0
Ho conosciuto Ida Baldassarri presso l’Auser Salerno Centro (associazione nazionale per l'invecchiamento attivo), notando subito la sua pittura, una capacità pittorica empirica, un impulso a delineare forme visibili col disegno spontaneo, volgendole con intento narrativo, presto giungendo anche a valore simbolico con l’astrattismo. Il colore è mezzo psicologico per rendere vivente il disegno, renderlo corporeo.
Dove sei nata? Dove vivi?
Sono nata e vivo a Salerno.
Ci racconti un po' di te?
Ho conseguito la maturità magistrale ed ho frequentato il corso di laurea in Pedagogia. Ho vinto il concorso di abilitazione all'insegnamento presto, ed a 21 anni ero titolare di cattedra. Ho insegnato per 40 anni con molto impegno e dedizione, perché amavo trasmettere il sapere a quelle piccole menti desiderose di apprendere. Sono socievole e preferisco stare in compagnia di buoni amici, piuttosto che sola. Ora do priorità alle mie due nipotine, con le quali c'è una particolare empatia.
Come nasce una tua opera? Cos’è per te l’ispirazione?
Mi è sempre piaciuto disegnare, ma poi, nel corso della vita, distratta da altri interessi, non ci ho più pensato. Andata in pensione, dopo un lungo periodo buio e triste, ho iniziato a dipingere, perché mi rilassavo e mi estraniavo dalla realtà. Ho seguito un corso di pittura presso l'Auser Salerno Centro, di cui sono socia, e poi dipingevo spesso a casa, perché lo trovo terapeutico come pure terapeutico è stato per me il gioco del burraco.
Oltre a essere un gioco di carte molto divertente, è anche un'attività sportiva dai molteplici benefici a livello terapeutico. Richiede impegno ed attenzione, fa aumentare la concentrazione e stimola la memoria. È un passatempo che permette di socializzare e di allenare la mente per molte persone di mezza età e più. Curo un corso di burraco presso la sede dell’Auser tutti i lunedì e organizzo tornei. Mi sento utile!
Anche quando dipingo, dopo mi sento gratificata, perché spesso mi piace l'opera che ho creato. Mi ispirano diversi soggetti, che di volta in volta cambiano secondo il mio umore. Preferisco il disegno astratto, che si deve interpretare, e amo i colori forti, definiti. Ho iniziato a partecipare a collettive di pittura e ho avuto riscontro che la mia pittura piace.
Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?
Attraverso i miei quadri voglio trasmettere emozioni e comunicazioni.
I riferimenti artistici che ti hanno maggiormente influenzato nel tempo?
Ho provato interesse per Van Gogh, mi piace la forza del suo colore e perché la sua opera è volta all'espressione dei sentimenti. Per Van Gogh pittura e vita sono tutt'uno.
Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea?
Penso che nella nostra città bisogna ancora impegnarsi molto, anche se ora vedo che c'è un maggior coinvolgimento nel valorizzare le iniziative inerenti la pittura.
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Anna De Rosa 30/04/2023
Il mare come elemento essenziale dell'opera di Clarita Laureti
Ho conosciuto Clarita Laureti anni fa. La sua arte perché mi piace, mi intriga, mi sorprende con il suo dipingere su superfici grandi per esprimere la sua fede, il suo tormento, la sua gioia, la sua realtà; le sue opere mi trasmettono emozione e meraviglia. I temi di Clarita sono espressione del suo sentire del momento, del suo cavalcare l’emozione che la vista porta nel suo stato d’animo.
Dove sei nata? Dove vivi?
Sono nata a Roma, ma vivo a Salerno da molti anni.
Qual è la tua formazione, che tipo di persona sei, cosa ti caratterizza?
Vengo da studi classici, mi sono laureata presso l’Università di Salerno in Pedagogia, ho preso la seconda laurea in Lettere e Filosofia e mi mancavano 7 esami per la laurea in Lingua e Letteratura straniere, facoltà che ho lasciato per dedicarmi a studi di economia e sono entrata in banca, dove ho lavorato per 40 anni.
Il mio pensiero va verso una vita con valori sani, la mia priorità sono i miei figli e nipoti, cui do rispetto e tutela. Sono una donna poliedrica, sportiva, amo dipingere e fare ceramica. Prediligo ambienti stimolanti, ricchi di novità, mi piace stare con persone estroverse, esuberanti, odio la solitudine; dedico il mio tempo libero alla pittura partecipando a collettive d’arte ed eventi.
Quando e come è iniziato il tuo percorso artistico?
A 12 anni realizzai un pannello a scuola sui quartieri di Roma, riuscì così bene che venni premiata, compresi che l'arte era la mia passione; in realtà già all'asilo, a 3 anni, mi fu riconosciuta la bravura nel disegno quando mi cimentai in un acquarello. E poi ho continuato a dipingere, a interessarmi anche alla ceramica. Sono un po' figlia d'arte perché, da piccola, quando vivevo a Roma, mia zia, una pittrice quotata, mi portava nei salotti d'arte, nei musei e nelle gallerie dove esponeva.
Come nasce una tua opera? Cos'è per te l'ispirazione?
Amo la vita, il contatto con la natura, soprattutto il mare, qui al sud è l'essenza. I miei quadri riportano sempre l'azzurro del mare. Sono appassionata della musica di Beethoven, all'ascolto di tale bellezza mi ispiro e inizia il mio processo creativo. Dipingo volti di donne con sguardi evocativi amore, smarrimento, inseriti in paesaggi della Costiera Amalfitana che mi ha preso l'anima.
Il mare è elemento di riferimento sia nella vita (non a caso mi sono innamorata del mio allenatore di nuoto, che ho sposato in un matrimonio subacqueo) che nell'arte; è il mio focus, il mio soggetto preferito, mi permette di dimenticare le preoccupazioni quotidiane, i dolori, le ferite inferte dalla vita. La mia pittura è estemporanea, proviene da un impulso immediato, i colori predominanti nelle mie tele sono il turchese, l'azzurro e il blu cobalto.
Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?
Lascio emozionare chi le guarda, recependo la mia emotività.
I riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato?
Mi piace Botticelli, mi sento vicina alla sua pittura, uno degli artisti che fu simbolo del Rinascimento con la sua splendida Venere, che rappresenta la potenza generatrice della natura. Mi piace anche Leonardo, perché è ossessionato dalla perfezione e dal tentativo di liberare dalla pietra le figure imprigionate. Provo una sensazione di stupore e meraviglia guardando le sue opere. Mi piacciono le sculture di Michelangelo.
Artisti, galleristi, istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?
Credo ci sia ancora molto da lavorare, bisognerebbe coinvolgere non solo grandi città ma anche i piccoli centri e valorizzare l'attività degli artisti in una sana competizione, solo per passione e senza speculazione.
Annamaria Parlato 05/12/2025
Da "Amore Espresso" a Salerno ogni chicco racconta storie e passioni
Con tanta passione per il caffè, Michele Cantarella inizia il suo percorso dopo il Diploma di Scuola Alberghiera, diventando barista e gestore di una caffetteria di successo in Campania. La sua esperienza si arricchisce entrando nel team di Espresso Academy, dove condivide con entusiasmo conoscenze, trucchi del mestiere e formazione su barista, brewing e sostenibilità. Oggi è anche AST Sca Trainer e Q Grader, occupandosi di consulenze e formazione con un focus sulla valorizzazione di filiere etiche e sostenibili.
Nel 2017, Michele dà vita ad "Amore Espresso", il suo coffee shop a Salerno, nato come costola di Torrefazione Castorino, presente sul territorio dal 1946. Il locale, menzianato anche nella guida 2025 del Gambero Rosso Bar d’Italia, rappresenta la sua visione del caffè: un’esperienza autentica che unisce tradizione e cultura specialty, con monorigini selezionate, estrazioni curate e un servizio che accompagna davvero il cliente. L’ambiente è semplice e accogliente, inclusivo: dal bambino con il suo bicchiere di latte all’anziano con il suo quarto di caffè macinato per la moka.
Ma Amore Espresso è anche un luogo di incontro, cultura ed energia creativa: qui il caffè dialoga con l’arte, la musica durante i Coffee Party del sabato mattina e una proposta gastronomica attenta e selezionata, che va dalla colazione al brunch, fino al pranzo veloce. Un progetto che supera il concetto classico di caffetteria per diventare spazio vivo e contemporaneo.
Da dove nasce la tua passione per il caffè e qual è la missione che ti guida ogni giorno?
Mi occupo di formazione da anni, soprattutto nei moduli Barista, Brewing e Sostenibilità. Da qualche mese sono diventato Q Grader. Parallelamente sono titolare di Amore Espresso, nato nel 2017 come costola di Torrefazione Castorino: il primo locale in provincia che all’epoca, oltre all’espresso classico, proponeva blend di arabica, specialty e metodi di estrazione alternativi; un vero punto di svolta, soprattutto durante il periodo delle chiusure Covid, in cui i metodi filtro sono stati per me una risorsa fondamentale. La missione che mi guida è semplice: il caffè è cibo, come tale va rispettato. Ogni chicco è frutto della terra e del lavoro umano: io voglio valorizzare questa catena del valore, raccontarla e difenderla.
Quali sono gli errori più comuni che si fanno quando si sceglie o si consuma un caffè?
Il problema principale è che, in genere, il caffè non si sceglie: nel mio lavoro ho sempre evitato la divulgazione “di gamba”. Preferisco parlare al cliente del caffè che sta bevendo senza demonizzare nulla, accompagnandolo con assaggi diversi così da trasformare gradualmente il suo “buono soggettivo” in un “buono oggettivo”. Un altro errore crescente è pensare che lo specialty sia una moda. Va bene che il settore cresca, ma dobbiamo chiederci: stiamo davvero educando il consumatore alla catena del valore?
Come reagisce il cliente medio quando incontra gusti nuovi e più complessi?
Nel mio locale propongo diverse opzioni: un espresso classico 70% arabica/30% robusta, un 100% arabica, un bio 80/20, un decaffeinato 80/20 anche con diversi metodi di decaffeinizzazione, due “fine robusta”, che credo rappresentino il nuovo capitolo del caffè, e tre specialty (lavato, naturale, fermentato o infuso). Da me nessuno esce “scioccato”: quando chiedono un caffè, proponiamo espresso o metodi alternativi e chiediamo quali sapori e aromi vogliono trovare. Alla fine spieghiamo loro cosa hanno bevuto. Il risultato è un cliente curioso e spesso entusiasta, perché partecipa all’esperienza.
Al bar i paghiamo una tazzina che non riflette il valore reale del lavoro. Cosa fare per una filiera più equa?
La verità è che dietro al caffè c’è una filiera lunghissima. Non è un problema di qualità o di “caffè buono o cattivo”: è un problema di prezzi e di un mercato, che spesso non riflette il valore reale del lavoro. Nelle mie consulenze capita di assaggiare caffè pessimi, che bar e caffetterie pagano quanto uno specialty solo perché il brand è famoso. All’opposto, molti scelgono il caffè più scadente perché per loro “è solo un servizio”. Per sostenere la filiera dobbiamo: pagare il giusto a monte, scegliere prodotti tracciati, uscire dalla logica del brand e basta, ma del brand che racconta cosa ci sia dentro quel pacco e ancor di più come sia arrivato a quella materia prima e rientrare nella logica della qualità reale, fare divulgazione seria.
Cosa ti sta più a cuore trasmettere a chi segue i tuoi corsi? Quali sono le competenze che un barista moderno dovrebbe avere?
Nei corsi base lo dico sempre subito: questo percorso serve o a far innamorare del mestiere, oppure a far capire che forse è il caso di cambiare strada. Chiedo ai partecipanti di darmi la loro definizione di “barista”, ascolto le risposte e poi li spiazzo dicendo: “Il barista è una persona che, non avendo trovato di meglio, si è messo a fare questo lavoro”. Ovviamente non è vero, subito lo chiarisco. Lo faccio per rompere il ghiaccio e per far comprendere quanto, invece, il nostro sia un mestiere complesso, sacrificante, e che richiede una conoscenza ampia, proprio come quella di uno chef. Un barista moderno deve: conoscere la materia prima, dal verde alla tostatura, saper assaggiare e riconoscere pregi e difetti, comprendere blend e monorigini, dominare le tecniche di estrazione, saper guidare il cliente in un’esperienza, non semplicemente “premere un pulsante”.
Come può un locale essere realmente sostenibile nel mondo del caffè?
Qualche anno fa, nel mio esame del percorso di studi sulla sostenibilità del caffé, insieme a un collega, ho sviluppato proprio il progetto di una caffetteria sostenibile. Molte idee sono bellissime ma, nella pratica, non sempre realizzabili: serve trovare compromessi e compensazioni. Buone pratiche concrete: utilizzare caffè e bevande totalmente tracciate e con filiere “corte”, collaborare con aziende agricole per il ritiro della posa esausta e riutilizzarla come ammendante, scegliere attrezzature tecnologiche ad alto risparmio energetico, eliminare il monouso dove possibile. Non basta dirsi sostenibili: bisogna dimostrarlo ogni giorno.
Quali segnali per distinguere un caffè etico da uno che non lo è?
Il primo passo è leggere bene le etichette. Più informazioni ci sono - origine, altitudine, lavorazione, cooperativa, metodo di tostatura - più significa che chi produce quel caffè vuole raccontare e garantire la filiera. Quando un’etichetta è vaga, il motivo spesso è semplice: non c’è niente da raccontare.
Qual è la tua “tazzina perfetta”? Non solo il gusto, ma il contesto, il racconto, il modo in cui viene servita.
La mia tazzina perfetta è un espresso o un caffè filtro senza punteggi, senza moda, solo origine, persone, storie, sapori. È un caffè che si abbina a un contesto, a un incontro, a un momento. Come stiamo facendo con i nostri Coffee Party, un’intuizione geniale di Emanuele Apicella, che lavora con me sia in caffetteria sia nella formazione: musica, dj set di giorno - dalle 11:00 alle 13:00 - senza alcol, ma con miscelazioni di caffè e latte. Stiamo cambiando la tendenza ancora una volta: cultura, divertimento e caffè che racconta qualcosa.
Bere un caffè è sicuramente un gesto quotidiano, ma è soprattutto un incontro con la terra, con le persone e con le loro storie. Amore Espresso, con Michele Cantarella alla guida, racconta una nuova idea di caffetteria: consapevole, inclusiva, attuale. Tra formazione, eventi, filiera etica e creatività, dimostra che anche una semplice tazzina può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo.
Anna De Rosa 13/11/2023
Forme paesaggistiche oniriche nella ricerca artistica di Lina De Santis
Lina De Santis considera ogni forma d’arte come fonte di vita ed emozioni. Caratterista teatrale, si dedica a fotografia e pittura, le sue opere manifestano una ricerca empirica cromatica di forme paesaggistiche oniriche. Partecipa a numerose esposizioni collettive di pittura.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Ho sempre amato l’arte in tutte le sue sfaccettature. Un giorno, per puro caso, mi sono fermata davanti alla bottega del maestro Sabetta, dal quale ho appreso i primi rudimenti della pittura ad olio. Ho iniziato a fare teatro con i Pappici e, successivamente, con la compagnia del compianto regista Gino Esposito, ricoprendo sempre piccoli ruoli da caratterista. Successivamente, l’incontro con l’artista Anna De Rosa è stato per me magico; ha saputo coinvolgermi in tutte le sue iniziative e la seguo nei suoi eventi.
Come nasce una tua opera?
La pittura è per me una cura dell’anima, quando mi sento giù prendo i pennelli e m’immergo in un’altra dimensione, dimenticando tutto ciò che mi circonda, e il tempo passa veloce.
Cos’è per te l’ispirazione?
Può essere un viaggio, un’emozione provata, ma una mia opera non è mai l’idea iniziale; si trasforma, a volte rimango sorpresa da ciò che creo.
Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?
Gioia, allegria, vita. Dipingere è come scrivere sulla tela con un proprio linguaggio, un proprio accostamento di colori (amo quelli forti), praticamente la nostra unicità.
Gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo.
Vasilij Kandinskij e Frida Kahlo; mi sto appassionando, in particolare, ai dipinti astratti di cui proprio Kandinskij è stato il precursore, nel 1910 dipinse il primo acquerello astratto.
Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?
Oggi i curatori hanno una grande importanza, ma anche l’influenza della rete, dei social e delle piattaforme sono molto importanti. Penso che l’Italia abbia tante opere d’arte che andrebbero preservate. Salerno è una città attrattiva per il turismo, bisognerebbe creare una maggiore rete di eventi.