Il percorso letterario di Belinda Villanova fra poesia e indagini storiche
Al suo attivo numerosi libri che soddisfano le curiosità sul territorio salernitano
Anna De Rosa 19/03/2023 0
Ho conosciuto Belinda Villanova anni fa, quando fui invitata ad eventi a cura dell’associazione Daedalus, di cui lei è presidente, e scoprii una donna affascinante e soprattutto una ricercatrice e poetessa. Belinda Villanova è l’autrice delle ricerche storiche alla base della pubblicazione che il Consorzio di Bonifica Destra Sele ha voluto per mettere a fuoco alimentazioni e colture della Piana, dall’inizio del ‘900 ad oggi.
I libri di Belinda Villanova, dottore di ricerca in storia economica, sono numerosi e tutti da leggere per soddisfare le curiosità sul nostro territorio. “Terme e acque termali a Salerno”, “Alimentazione e colture della Piana del Sele”, “La bonifica integrale nella piana del Sarno” sono i titoli di alcuni dei suoi libri.
Dove sei nata? Dove vivi?
Sono nata a Salerno e ci vivo.
Quando e come è cominciato il tuo percorso letterario?
Avevo 12 anni quando ho iniziato a scrivere poesie.
Perché la voglia di scrivere?
Per poter esprimere i miei sentimenti.
Quando hai scritto il tuo primo libro?
A 13 anni dovevo stare a casa per motivi di salute e ho iniziato a scrivere poesie: un libro mai pubblicato!
Come nasce una tua opera?
Da esperienze sentimentali vissute, successivamente lavorando presso l’Università per la ricerca storica del nostro territorio.
Cos’è per te l’ispirazione?
E’ un attimo, una lampadina che si accende e ti fa partire con un progetto che man mano ti appassiona.
Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere?
Il mio pensiero, lasciare traccia, testimonianza storica delle nostre radici soprattutto per i giovani.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
A volte nasce per caso, altre volte vai in archivio e ti ritrovi affascinata da un soggetto che poi vai a ricercare.
Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?
E’ carente, ma non mi sento di parlarne senza avere più informazioni a riguardo. Nella Valle dell’Irno, in particolare, abbiamo piccole realtà pure interessanti. Anni fa pubblicai con la casa editrice locale "IL GRAPPOLO" il mio libro "L’antica civiltà dei mulini ad acqua" che fu portato alla fiera di Torino ed ebbe molta pubblicità.
Progetti futuri?
Tanti, molti interattivi e altre pubblicazioni.
Cosa ti ha lasciato la pandemia?
Oltre la paura, la pandemia è stata esperienza di vita, tempo per riflettere, per dare opportunità ai veri valori come la famiglia. Ci ha dato modo di capire le vere priorità. Quando si vedevano i nonni morire, il mio pensiero andava alla perdita di una fetta di umanità che non poteva essere più testimone. La pandemia mi ha lasciato paura, incertezza del domani, con un bisogno di accelerare e portare a termine in tempi brevi i progetti, ma soprattutto una gran voglia di tranquillità.
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Anna De Rosa 09/09/2022
Esplosioni cromatiche e versatilità in chiave impressionista, ecco Splò
Loredana Spirineo, meglio conosciuta come Splò, è un'artista salernitana straordinaria, lavora come un'operaia dell'arte, ruba tempo su tempo alla sua quotidianità, produce opere e oggettistica significative e piacevoli allo sguardo, in stile impressionista; il tema delle sue opere è molto versatile, Splò dipinge molte scene diverse in cui spesso è protagonista la natura con paesaggi di mari, tramonti, albe, alberi, adorabili animali e la ritrattistica.
Da ammirare nelle sue opere l'esplosione cromatica, tutto viene visto con una lente d'ingrandimento. Per Loredana la pittura è una passione che viene da lontano, il suo percorso artistico nazionale e internazionale è ricco di premi e soddisfazioni.
Dove sei nata? Dove vivi?
Sono nata e vivo a Salerno.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
E' iniziato da piccola fra i banchi di scuola; con penne e matite ritraevo, a loro insaputa, i miei compagni. Allora mi veniva naturale, poi crescendo ho iniziato ad utilizzare i pennelli e sperimentare sempre nuove tecniche, facendo mille domande al Sig. Salvatore Cucciniello, che artisticamente è stato per me una guida spirituale.
A lui chiedevo consigli su libri, materiali e procedimenti, perché dalla matita i miei lavori presero colore. Mi incuriosiva "creare", ma tenevo nascosti in casa i miei lavori. Quando fui invitata ad esporli per la prima volta, mi resi conto con grande piacere che il mio papà non solo accolse con gioia la mia decisione, ma ne era emozionato.
Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?
Le mie opere nascono da un'emozione o un dolore e la tela mi dà modo di esternarli. L'ispirazione è qualcosa che non cerco, forse potrei definirla un soffio di vita che sento vibrare e non mi chiedo, mentre prende vita una tela, cosa ne possa pensare il probabile fruitore.
Ogni opera ha una storia, non nasce a caso ed in essa si può leggere qualunque emozione negativa o positiva, o peggio anche nessuna, può piacere o no ma se viene esposta il momento magico è scoprire se anche un solo sguardo si posa su di essa. I soggetti dei miei lavori sono le infinite persone che ho avuto la gioia o l'amarezza di conoscere nel mio percorso di vita. Si possono tramutare in alberi, in un mare o più difficilmente in qualcosa di astratto che mi ricorda i loro colori e le loro forme.
I riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato?
Adoro Klimt, Caravaggio, Leonardo, Van Gogh, Michelangelo, Monet, Renoir, Cezanne, Andy Warhol e David Bowie.
Artisti, galleristi, Istituzioni: cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?
Penso che ogni artista abbia qualcosa da donare, nel passato e nel presente, fino a quel che potrà essere il futuro. In alcuni casi vi è una ricerca dell'inimmaginabile e i galleristi premiano qualche volta le correnti artistiche del momento, ma credo che l'arte non abbia confini temporali.
Progetti futuri? Cosa ti ha lasciato la pandemia?
Ho vissuto il mio tempo sospesa fra quel che avrei voluto realizzare e quel che concretamente ho potuto creare. Credo che, per quanto altalenante e dubbioso, il futuro sia ancora "arte", magari con altri profili ma sempre motore di vita per chi, come me, ha come primo pensiero il bisogno di aprire gli occhi al mattino e ringraziare il cielo di avere la mia alleata "luce" che mi permette di fermare immagini su una tela, un foglio di carta, un pezzo di legno o qualunque altro supporto mi capiti a tiro.
Poi, nonostante tante difficoltà e l'impossibilità di essere presente, ho partecipato a diversi contest sui social. Inoltre, cari e stimati amici ospitano le mie opere in alcune location della città, donandomi spazi come "Ares Home", "Costa Cafè", "Antichi ricordi di Salerno".
Anna De Rosa 09/05/2022
La sfida avvincente dello "scrittore-artigiano" Domenico Notari
Domenico Notari è architetto e scrittore. Suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste italiane, statunitensi ed elvetiche: «Nuovi Argomenti», «Linea d’ombra», «Achab», «Webster Review», «TriQuarterly» e «Viola» sono stati trasmessi dalla Radio Svizzera. Ha fatto parte della nuova leva di narratori, sceneggiatori e registi chiamati dalla Rai a rappresentare una porzione d’Italia attraverso la radio. Ne è scaturito il documentario a puntate "Salerno, un archivio della memoria" per la serie Centolire.
È autore dei romanzi "9, la rabbia del rivale" (Castelvecchi, 2018) e "L’isola di terracotta" (Avagliano 2000; Marlin 2019), giunto alla quarta edizione. Ha fondato e dirige dal ‘98 una delle prime scuole di scrittura narrativa del Meridione: "L’officina del racconto". Ha insegnato Scrittura creativa all’Università di Salerno. Con Newton Compton ha pubblicato "Breve storia del Regno di Napoli" (2019), poi audiolibro per Audible (2021), e "La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés" (2021).
Dove sei nato? Dove vivi?
Sono nato a Capriglia di Pellezzano e vivo a Salerno.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Sono convinto che il percorso formativo di un artista inizi già dall’infanzia. E per quanto mi riguarda è cominciato intorno ai 6 anni con la lettura accanita di qualsiasi cosa – libro o fumetto – avesse le sembianze di una storia avventurosa o di una fiaba. Sono stato favorito in questo da una biblioteca di famiglia ben fornita. I volumi con le illustrazioni in tricromia della Scala d’oro Utet – quella originale degli anni Trenta – sono stati i miei primi maestri.
Un altro esercizio formativo per un artista è la distrazione. E io mi sono esercitato molto con questa pratica: a scuola ero sempre distratto, nonostante i rimproveri di genitori e maestri. La distrazione è stata sempre demonizzata. Solo oggi, gli psicologi riconoscono che favorisce la creatività, la formazione del sé e la percezione degli altri.
Quando, poi, da adulto ho letto “L’inventore di sogni” di Ian McEwan, mi sono riconosciuto in pieno nel personaggio di Peter Fortune, il ragazzino che sogna a occhi aperti. Gli adulti lo considerano un ragazzo difficile perché è molto distratto, ma non sanno che Peter cresce proprio attraverso quei sogni: gli danno il coraggio necessario per affrontare le difficoltà della vita. Forte di quest’esperienza, i miei laboratori di scrittura creativa, nella scuola primaria, favoriscono sempre la distrazione in classe.
Perché la voglia di scrivere?
All’inizio della carriera, è stata una sfida, emulare gli scrittori che amavo: Calvino, Rodari, Buzzati, i miei primi modelli di scrittura. E sono partito imitando il loro stile; un po’ come quei pittori che nei musei copiano le tele dei grandi maestri. Oggi, invece, scrivo con uno stile mio quelle storie che da lettore vorrei leggere. Do forma a quanto tumultuosamente si agita dentro di me e cerco di trasmetterlo a quante più persone è possibile.
Cos’è per te l’ispirazione?
L’ispirazione è un’idea fissa, un pensiero in nuce che ti accompagna prepotente per giorni, mesi, finché non le dai la forma di una storia. E la storia che viene fuori sulla carta (racconto o romanzo) è frutto, poi, di un lavoro ostinato, maniacale e monacale, dello scrittore-artigiano. Direi un lavoro di cesello della pagina, di “ogni” pagina scritta.
Sandro Veronesi ha colto perfettamente la mia idea di lavoro nello “strillo” di copertina che accompagna i miei ultimi volumi: «La forza di Domenico Notari è sempre stata quella dell’artigiano (il sarto, il ceramista, il vetraio) che siede davanti alla materia grezza e sa che il raggiungimento della forma desiderata è solo questione di tempo». Ecco: ispirazione e inventiva, ma anche molta pazienza e duro lavoro.
Come nasce una tua opera?
Dopo che l’ispirazione ha preso forma, diventando un’idea strutturata, passo ad abbozzare una trama mediante appunti. Ho un bellissimo quaderno nuovo per ogni romanzo in fieri: una grafica accattivante invoglia i pensieri. Non mi metto subito al PC per scrivere la storia; non navigo a vista, senza avere una rotta. Ho bisogno, invece, di partire già con un finale, con un punto fermo, che naturalmente nel corso della scrittura vera e propria può cambiare, modificarsi strada facendo. In questa prima fase, per acciuffare idee o soluzioni ai problemi che sorgono man mano, utilizzo una sorta di brainstorming con me stesso, un “botta e risposta” con il mio alter ego grazie allo straniamento.
Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere?
Inizialmente nulla. Nessun messaggio preconcetto, Dio ce ne scampi! Voglio solo emozionare i miei lettori. Quella stessa emozione che provo io nel momento in cui affiora sulla pagina, improvviso, l’inconscio. Mi interessa affascinare il lettore, tenerlo avvinto. Farlo ridere, piangere, saltare sulla sedia. Un romanzo, in fondo, è come un bonsai: è una vita in miniatura. In un centinaio di pagine è condensato il dramma di una o più persone.
Pensiamo a “Guerra e Pace”: in poco più di mille pagine sono concentrate le guerre napoleoniche, le vite di interi eserciti e i destini di intere generazioni. Se, durante la mia scrittura, sorgono istanze civili, politiche o morali, queste vengono “mostrate”, non “dette”; non sono mai esplicite: sono sempre narrativizzate, sotto forma di simboli, di situazioni, di personaggi.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
È il soggetto che sceglie me. In questo la penso come Picasso che affermava: “Io non cerco, trovo!”.
Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?
Penso che il sistema editoriale italiano sia schizofrenico: abbiamo un’editoria spendacciona e nello stesso tempo tirchia perché indebitata. Si parla tanto di industria editoriale, ma il sostantivo, in questo caso, è inappropriato. Nell’industria vera, c’è la volontà di produrre per vendere, e tutto scorre in questa direzione in maniera più o meno razionale. Nel caso del libro, invece, spesso non c’è razionalità. Ci sono editori, anche importanti, che si comportano ancora da artigiani, fanno prevalere le proprie paturnie, le proprie idiosincrasie, la propria visione snobistica della cultura, ma non giungono al cuore di chi legge. Nello stesso tempo pubblicano troppo, pressati dal ricatto dei distributori. Il risultato è un grosso fatturato solo sulla carta, ma non reale. In agguato, allora, l’indebitamento.
Un editore efficiente e razionale, invece, dovrebbe essere di qualità nei contenuti che pubblica, e nello stesso tempo risoluto a giungere al cuore di chi legge. Ovvero commerciale nella promozione e nella distribuzione di quanto ha stampato, abbandonando ogni forma di boria e snobismo. Devo dire che la mia esperienza con la Newton Compton va proprio in questa direzione: massima libertà, apertura anche alla sperimentazione letteraria di chi scrive; e nello stesso tempo una macchina efficiente a disposizione: promozione, distribuzione capillare e vendita, sia nelle librerie fisiche che online.
Progetti futuri? Aspettative di successo per il tuo libro/libri?
Spero di continuare la serie del commissario Donnarumma, edita da Newton Compton, in cui racconto la mia Salerno; magari con traduzioni all’estero. Amo, come il mio protagonista, la Salerno-Jekyll: sonnolenta, decorosa, accogliente, così come ne detesto la poliedrica sorella criminale Hyde, la città di Bengodi, dello spaccio, dei cento bar, dei cento pub, delle discoteche. La Salerno dell’usura e delle attività commerciali che muoiono e rinascono; il tempo di un “bucato” bianco e splendente. La città è un personaggio fondamentale in un giallo che si rispetti e, in questo caso, è anche l’occasione per riversare sulla pagina l’impegno civile e politico di chi scrive. Far conoscere all’estero la mia Salerno letteraria sarebbe, allora, un bel risultato.
La pandemia per molti è stata un tempo catartico e di introspezione personale, tu come l'hai vissuta?
Nel mio caso non è stato un periodo catartico né di introspezione; è stato, invece, un momento di riflessione politica e civile. Tutto il sistema statale è crollato o è stato demolito sotto una spinta globalista violenta, che è cresciuta con gli anni. Tutte le nostre certezze e i nostri punti di riferimento sono venuti meno. I due romanzi che sono riuscito a scrivere, durante l’isolamento forzato, sono anche il frutto di queste riflessioni e di questi sentimenti forti.
Anna De Rosa 11/03/2024
Tecnica e tenacia, il cantante salernitano Michele Ricciardi punta in alto
Michele Ricciardi ha 20 anni, ma le idee sono molto chiare. Quando l’ho conosciuto, dopo averlo ascoltato, ho pensato sia un esempio da seguire per tanti ragazzi scoraggiati, affinché non smettano mai di credere nei loro sogni. Michele ha deciso di dedicarsi fin da bambino alla musica, che ha "vinto" la concorrenza del calcio. Il 14 marzo sarà a Roma per la registrazione del programma Viva Rai2, con "E viva il Video Box", e inizierà il suo debutto nazionale, dopo tantissimi successi territoriali.
Quale dote per un buon cantante?
Oltre ad una buona tecnica, deve avere anche una bella voce; io mi ispiro a Sinatra a Dorelli e altri del mondo del bel canto, che adesso manca nelle radio e nella Tv.
Quando hai capito che la musica e il canto sarebbero stati la tua passione?
A casa di mia nonna c’era un vecchio giradischi, da lì l’amore per la musica con vari vinili di Sinatra, Pavarotti, Dean Martin. Fu colpo di fulmine, sentii dentro di me la voglia di cantare, di vivere la musica.
Sei anche cantautore?
Io sono soprattutto interprete, ma ho scritto vari brani e spesso mi cimento coi ruoli di presentatore, direttore artistico e attore.
Tuoi studi?
Scienze Politiche all’Università, poi studio canto e inglese per avere una migliore pronuncia.
Prossimi progetti?
Il 14 marzo sarò ospite a Rai2 da Fiorello; inoltre, stiamo organizzando varie date con Fabio Natella, il mio showservice, un professionista nel suo lavoro di manager, per portare la mia voce nei teatri e nelle piazze di tutta Italia. Ho tanti sogni da realizzare, con l’impegno e la tenacia posso riuscire nel mio intento.
Cosa pensi della musica contemporanea?
Non mi piace molto, gli unici che si avvicinano al mio mondo sono i ragazzi de "Il Volo", ma anche loro purtroppo stanno diventando un po’ commerciali, come del resto tanti altri.