La sfida avvincente dello "scrittore-artigiano" Domenico Notari
Suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste italiane, statunitensi ed elvetiche
Anna De Rosa 09/05/2022 0
Domenico Notari è architetto e scrittore. Suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste italiane, statunitensi ed elvetiche: «Nuovi Argomenti», «Linea d’ombra», «Achab», «Webster Review», «TriQuarterly» e «Viola» sono stati trasmessi dalla Radio Svizzera. Ha fatto parte della nuova leva di narratori, sceneggiatori e registi chiamati dalla Rai a rappresentare una porzione d’Italia attraverso la radio. Ne è scaturito il documentario a puntate "Salerno, un archivio della memoria" per la serie Centolire.
È autore dei romanzi "9, la rabbia del rivale" (Castelvecchi, 2018) e "L’isola di terracotta" (Avagliano 2000; Marlin 2019), giunto alla quarta edizione. Ha fondato e dirige dal ‘98 una delle prime scuole di scrittura narrativa del Meridione: "L’officina del racconto". Ha insegnato Scrittura creativa all’Università di Salerno. Con Newton Compton ha pubblicato "Breve storia del Regno di Napoli" (2019), poi audiolibro per Audible (2021), e "La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés" (2021).
Dove sei nato? Dove vivi?
Sono nato a Capriglia di Pellezzano e vivo a Salerno.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Sono convinto che il percorso formativo di un artista inizi già dall’infanzia. E per quanto mi riguarda è cominciato intorno ai 6 anni con la lettura accanita di qualsiasi cosa – libro o fumetto – avesse le sembianze di una storia avventurosa o di una fiaba. Sono stato favorito in questo da una biblioteca di famiglia ben fornita. I volumi con le illustrazioni in tricromia della Scala d’oro Utet – quella originale degli anni Trenta – sono stati i miei primi maestri.
Un altro esercizio formativo per un artista è la distrazione. E io mi sono esercitato molto con questa pratica: a scuola ero sempre distratto, nonostante i rimproveri di genitori e maestri. La distrazione è stata sempre demonizzata. Solo oggi, gli psicologi riconoscono che favorisce la creatività, la formazione del sé e la percezione degli altri.
Quando, poi, da adulto ho letto “L’inventore di sogni” di Ian McEwan, mi sono riconosciuto in pieno nel personaggio di Peter Fortune, il ragazzino che sogna a occhi aperti. Gli adulti lo considerano un ragazzo difficile perché è molto distratto, ma non sanno che Peter cresce proprio attraverso quei sogni: gli danno il coraggio necessario per affrontare le difficoltà della vita. Forte di quest’esperienza, i miei laboratori di scrittura creativa, nella scuola primaria, favoriscono sempre la distrazione in classe.
Perché la voglia di scrivere?
All’inizio della carriera, è stata una sfida, emulare gli scrittori che amavo: Calvino, Rodari, Buzzati, i miei primi modelli di scrittura. E sono partito imitando il loro stile; un po’ come quei pittori che nei musei copiano le tele dei grandi maestri. Oggi, invece, scrivo con uno stile mio quelle storie che da lettore vorrei leggere. Do forma a quanto tumultuosamente si agita dentro di me e cerco di trasmetterlo a quante più persone è possibile.
Cos’è per te l’ispirazione?
L’ispirazione è un’idea fissa, un pensiero in nuce che ti accompagna prepotente per giorni, mesi, finché non le dai la forma di una storia. E la storia che viene fuori sulla carta (racconto o romanzo) è frutto, poi, di un lavoro ostinato, maniacale e monacale, dello scrittore-artigiano. Direi un lavoro di cesello della pagina, di “ogni” pagina scritta.
Sandro Veronesi ha colto perfettamente la mia idea di lavoro nello “strillo” di copertina che accompagna i miei ultimi volumi: «La forza di Domenico Notari è sempre stata quella dell’artigiano (il sarto, il ceramista, il vetraio) che siede davanti alla materia grezza e sa che il raggiungimento della forma desiderata è solo questione di tempo». Ecco: ispirazione e inventiva, ma anche molta pazienza e duro lavoro.
Come nasce una tua opera?
Dopo che l’ispirazione ha preso forma, diventando un’idea strutturata, passo ad abbozzare una trama mediante appunti. Ho un bellissimo quaderno nuovo per ogni romanzo in fieri: una grafica accattivante invoglia i pensieri. Non mi metto subito al PC per scrivere la storia; non navigo a vista, senza avere una rotta. Ho bisogno, invece, di partire già con un finale, con un punto fermo, che naturalmente nel corso della scrittura vera e propria può cambiare, modificarsi strada facendo. In questa prima fase, per acciuffare idee o soluzioni ai problemi che sorgono man mano, utilizzo una sorta di brainstorming con me stesso, un “botta e risposta” con il mio alter ego grazie allo straniamento.
Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere?
Inizialmente nulla. Nessun messaggio preconcetto, Dio ce ne scampi! Voglio solo emozionare i miei lettori. Quella stessa emozione che provo io nel momento in cui affiora sulla pagina, improvviso, l’inconscio. Mi interessa affascinare il lettore, tenerlo avvinto. Farlo ridere, piangere, saltare sulla sedia. Un romanzo, in fondo, è come un bonsai: è una vita in miniatura. In un centinaio di pagine è condensato il dramma di una o più persone.
Pensiamo a “Guerra e Pace”: in poco più di mille pagine sono concentrate le guerre napoleoniche, le vite di interi eserciti e i destini di intere generazioni. Se, durante la mia scrittura, sorgono istanze civili, politiche o morali, queste vengono “mostrate”, non “dette”; non sono mai esplicite: sono sempre narrativizzate, sotto forma di simboli, di situazioni, di personaggi.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
È il soggetto che sceglie me. In questo la penso come Picasso che affermava: “Io non cerco, trovo!”.
Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?
Penso che il sistema editoriale italiano sia schizofrenico: abbiamo un’editoria spendacciona e nello stesso tempo tirchia perché indebitata. Si parla tanto di industria editoriale, ma il sostantivo, in questo caso, è inappropriato. Nell’industria vera, c’è la volontà di produrre per vendere, e tutto scorre in questa direzione in maniera più o meno razionale. Nel caso del libro, invece, spesso non c’è razionalità. Ci sono editori, anche importanti, che si comportano ancora da artigiani, fanno prevalere le proprie paturnie, le proprie idiosincrasie, la propria visione snobistica della cultura, ma non giungono al cuore di chi legge. Nello stesso tempo pubblicano troppo, pressati dal ricatto dei distributori. Il risultato è un grosso fatturato solo sulla carta, ma non reale. In agguato, allora, l’indebitamento.
Un editore efficiente e razionale, invece, dovrebbe essere di qualità nei contenuti che pubblica, e nello stesso tempo risoluto a giungere al cuore di chi legge. Ovvero commerciale nella promozione e nella distribuzione di quanto ha stampato, abbandonando ogni forma di boria e snobismo. Devo dire che la mia esperienza con la Newton Compton va proprio in questa direzione: massima libertà, apertura anche alla sperimentazione letteraria di chi scrive; e nello stesso tempo una macchina efficiente a disposizione: promozione, distribuzione capillare e vendita, sia nelle librerie fisiche che online.
Progetti futuri? Aspettative di successo per il tuo libro/libri?
Spero di continuare la serie del commissario Donnarumma, edita da Newton Compton, in cui racconto la mia Salerno; magari con traduzioni all’estero. Amo, come il mio protagonista, la Salerno-Jekyll: sonnolenta, decorosa, accogliente, così come ne detesto la poliedrica sorella criminale Hyde, la città di Bengodi, dello spaccio, dei cento bar, dei cento pub, delle discoteche. La Salerno dell’usura e delle attività commerciali che muoiono e rinascono; il tempo di un “bucato” bianco e splendente. La città è un personaggio fondamentale in un giallo che si rispetti e, in questo caso, è anche l’occasione per riversare sulla pagina l’impegno civile e politico di chi scrive. Far conoscere all’estero la mia Salerno letteraria sarebbe, allora, un bel risultato.
La pandemia per molti è stata un tempo catartico e di introspezione personale, tu come l'hai vissuta?
Nel mio caso non è stato un periodo catartico né di introspezione; è stato, invece, un momento di riflessione politica e civile. Tutto il sistema statale è crollato o è stato demolito sotto una spinta globalista violenta, che è cresciuta con gli anni. Tutte le nostre certezze e i nostri punti di riferimento sono venuti meno. I due romanzi che sono riuscito a scrivere, durante l’isolamento forzato, sono anche il frutto di queste riflessioni e di questi sentimenti forti.
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Anna De Rosa 19/03/2023
Il percorso letterario di Belinda Villanova fra poesia e indagini storiche
Ho conosciuto Belinda Villanova anni fa, quando fui invitata ad eventi a cura dell’associazione Daedalus, di cui lei è presidente, e scoprii una donna affascinante e soprattutto una ricercatrice e poetessa. Belinda Villanova è l’autrice delle ricerche storiche alla base della pubblicazione che il Consorzio di Bonifica Destra Sele ha voluto per mettere a fuoco alimentazioni e colture della Piana, dall’inizio del ‘900 ad oggi.
I libri di Belinda Villanova, dottore di ricerca in storia economica, sono numerosi e tutti da leggere per soddisfare le curiosità sul nostro territorio. “Terme e acque termali a Salerno”, “Alimentazione e colture della Piana del Sele”, “La bonifica integrale nella piana del Sarno” sono i titoli di alcuni dei suoi libri.
Dove sei nata? Dove vivi?
Sono nata a Salerno e ci vivo.
Quando e come è cominciato il tuo percorso letterario?
Avevo 12 anni quando ho iniziato a scrivere poesie.
Perché la voglia di scrivere?
Per poter esprimere i miei sentimenti.
Quando hai scritto il tuo primo libro?
A 13 anni dovevo stare a casa per motivi di salute e ho iniziato a scrivere poesie: un libro mai pubblicato!
Come nasce una tua opera?
Da esperienze sentimentali vissute, successivamente lavorando presso l’Università per la ricerca storica del nostro territorio.
Cos’è per te l’ispirazione?
E’ un attimo, una lampadina che si accende e ti fa partire con un progetto che man mano ti appassiona.
Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere?
Il mio pensiero, lasciare traccia, testimonianza storica delle nostre radici soprattutto per i giovani.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
A volte nasce per caso, altre volte vai in archivio e ti ritrovi affascinata da un soggetto che poi vai a ricercare.
Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?
E’ carente, ma non mi sento di parlarne senza avere più informazioni a riguardo. Nella Valle dell’Irno, in particolare, abbiamo piccole realtà pure interessanti. Anni fa pubblicai con la casa editrice locale "IL GRAPPOLO" il mio libro "L’antica civiltà dei mulini ad acqua" che fu portato alla fiera di Torino ed ebbe molta pubblicità.
Progetti futuri?
Tanti, molti interattivi e altre pubblicazioni.
Cosa ti ha lasciato la pandemia?
Oltre la paura, la pandemia è stata esperienza di vita, tempo per riflettere, per dare opportunità ai veri valori come la famiglia. Ci ha dato modo di capire le vere priorità. Quando si vedevano i nonni morire, il mio pensiero andava alla perdita di una fetta di umanità che non poteva essere più testimone. La pandemia mi ha lasciato paura, incertezza del domani, con un bisogno di accelerare e portare a termine in tempi brevi i progetti, ma soprattutto una gran voglia di tranquillità.
Annamaria Parlato 25/04/2023
Viva la vida! Una nuova Frida Khalo nelle tele di Paola Quatrale
Da Baronissi grida appassionate e atti rivoluzionari, quelli di Paola Quatrale, classe '73, moglie, mamma, insegnante di materie umanistiche, esperta di grafica e pittrice, che non hanno trovato barriere e confini ma che si sono diffusi a macchia d’olio per porre in essere una ribellione attenta e pregna di significati subliminali attraverso il progetto "FridⒶM".
Un omaggio su tela che la Quatrale ha voluto dedicare ad uno dei capisaldi dell'arte contemporanea, la pittrice messicana Frida Kahlo, che con la sua arte ha cambiato radicalmente sia la pittura dell’America Latina sia il pensiero socio-politico dagli anni '30 sino ai giorni nostri. I dipinti di Kahlo sono stati un riflesso delle sue esperienze personali, incluso il suo dolore fisico ed emotivo. Ha sofferto di poliomielite da bambina ed è stata coinvolta in un grave incidente d'autobus da adolescente, che l'ha traumatizzata per tutta la vita, causandole atroci sofferenze.
Frida ha saputo mescolare temi tradizionali messicani e stile contemporaneo, contribuendo a dare impulso al ruolo delle donne nel mondo dell'arte. Il suo stile è stato influenzato dalle culture indigene del Messico e dalle correnti artistiche europee, come realismo, simbolismo e surrealismo. Gli autoritratti di Frida Kahlo erano molto più che semplici rappresentazioni di se stessa o del mondo che la circondava. Piuttosto, le sue opere d'arte fungevano da strumento di espressione, un modo per lei di tradurre visivamente i suoi ricordi e le idee complesse che attraversavano la sua mente.
I suoi autoritratti, in particolare, erano carichi di dettagli nascosti e ricchi simbolismi che, una volta scoperti, rivelavano una visione più profonda dell'artista. Uno degli autoritratti più significativi di Kahlo fu “Autoritratto con collana di spine e colibrì”, che secondo alcuni storici dell'arte fu la dimostrazione che la Kahlo fosse resuscitata e avesse iniziato una nuova vita. A riprova di ciò, il colibrì viene sistemato tra i suoi capelli. La collana di spine intorno al collo simboleggiava il dolore che aveva sopportato nella sua vita.
La Quatrale, partendo dalla conoscenza approfondita del “modus pingendi” della Kahlo, ha esibito con la sua mostra una rilettura dei più celebri autoritratti di Frida, mettendo in luce gli aspetti del suo tormentato vissuto dai toni magici e misteriosi ma intrisi di fascino, colore e “verdad”. E se Frida è nata con una rivoluzione, quella del 1910, vediamo invece l’artista Quatrale cosa ha voluto trasmetterci attraverso la sua arte, che è quasi una riconciliazione con il mondo circostante, con le proprie radici, senza abbandonare mai il passato ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro. Le opere di Paola Quatrale sono già state esposte a Napoli, Pontecagnano, Pisa e Castiglione del Genovesi.
E' interessante che per la mostra "FridⒶM" tu ti sia ispirata a Frida Kahlo, pittrice, attivista e personaggio di spicco nel panorama culturale latino e successivamente del mondo intero. Perché hai pensato proprio a lei?
Il mio interesse per Frida è nato in modo casuale, ma forse non troppo, era solo in attesa di venire al mondo. Prima di impugnare il pennello e miscelare colori, ho percorso km di sudate carte: ho letto biografie, romanzi, lettere e diari di e su Frida che, immediatamente, mi hanno catapultato nel suo “magico realismo”. Inoltre, attraversando il suo mondo d’immagini, mi sono ritrovata al cospetto di un’icona che ha immortalato, con la sua arte e la sua vita, l’essenza della libertà. Da qui l’idea della mostra e del titolo FRIDⒶM.
Il 17 settembre 1925 è stata per Frida Kahlo una data significativa: sia una tragedia che una rinascita. A te è mai capitato di rinascere dopo una fase della tua vita, non per forza negativa?
Nella vita si muore e si rinasce continuamente. L’incidente a 18 anni fa morire la Kahlo, che si stava preparando a diventare medico, ma farà nascere Frida, l’artista, l’attivista e l’icona che il mondo intero conosce. La “tragedia” recente che mi ha scombinato la vita – come a tutti noi – è stata la pandemia, soprattutto durante il primo lockdown, che mi ha obbligato a fermarmi e riprogrammare il mio tempo, che ho messo immediatamente a disposizione dell’arte, il mio primo amore. Un evento che ha costretto la Quatrale a farsi da parte e lasciare spazio a PQ, come firmo le mie tele.
Nella vita sei insegnante. Ti trovi più a tuo agio a scuola o vestendo i panni dell'artista?
Passare dalla penna ai pennelli è un attimo. Impugno entrambi con la medesima determinazione e abnegazione. In fondo, il verbo “insegnare” si declina sia da dietro una cattedra sia dinanzi a un cavalletto: sono modi diversi per lasciare un “segno”, un privilegio carico di responsabilità.
Sei autodidatta o hai intrapreso un iter formativo e scolastico specifico per quanto riguarda la pittura?
Ho seguito studi artistici fin dall’inizio. Ho iniziato spiando mio padre all’opera, cercando di carpire tecniche e rubando un po’ di materiali (soprattutto pennelli e colori). Alle elementari, la maestra già aveva intuito questa mia sensibilità artistica, insinuando sentimenti e velleità d’artista. Alle medie, poi, la professoressa di arte, che ancora ricordo con molta riconoscenza, mi ha incoraggiato a imboccare questa strada, fornendomi i primi strumenti per percorrerla. Mi ha condannata alla ‘divina maledizione’ dell’Arte.
Alle superiori ho scelto e voluto frequentare studi artistici, cosa che ho perseguito anche all’università: prima dal punto di vista tecnico-pratico, poi critico-teorico, al fine di avere una formazione completa, senza lasciare mai nulla al caso. Ma si sa che il caso regna sovrano nella vita come nell’arte. Per questo sono tanti i maestri che ho incrociato nel mio percorso, fino ad arrivare a me stessa.
Quali sono i tratti salienti della tua pittura?
Ogni progetto ha le sue esigenze tecnico-espressive. In questo momento ho la necessità di esprimere delle emozioni e dei concetti, ed è da ciò che scaturisce poi la tecnica usata. Evito di entrare nei dettagli per non annoiare. Dico solo che, per quanto concerne il progetto, ho utilizzato tecniche e tratti specifici, perché ho voluto fin da subito fare esplodere i colori, quelli del Messico, soprattutto della sua rivoluzione.
Come Frida, la quale ha sempre sostenuto di essere nata non nel 1907 ma nel 1910, anno della rivoluzione (non a caso la prima tela del mio progetto s’intitola "Mexico MCMX"), anche FridⒶm nasce da una sorta di ribellione. Quindi tecniche e colori sono stati utilizzati e piegati al fine di manifestare quest’esigenza. E si sa che ogni rivoluzione, come la libertà, ha i suoi toni forti e tratti decisi.
Anche tu come Frida sei un'attivista nel tuo piccolo: quale messaggio politico pensi di lanciare attraverso la tua arte?
C’è un libro di Vincenzo Trione dal titolo “Artivismo” che può rispondere a questa domanda: ogni gesto artistico è, o dovrebbe essere, una denuncia, un gesto rivoluzionario, un atto di disobbedienza civile. Si parla tanto di cittadinanza attiva, tutti siamo chiamati a contribuire alla tutela del bene comune. Anche l’arte deve fare la sua parte, anzi soprattutto essa deve ‘attivarsi’ per tenere vive e vigili le coscienze. Il professor Trione lo dichiara esplicitamente: «La loro [quella degli artisti] missione è combattere per la verità, per la condivisione, per la libertà». Questo è FridⒶm.
Analizzando le tue opere si evince che FridⒶm è la rivolta delle donne, è la resistenza delle minoranze discriminate e oppresse. Il pensiero vola immediatamente verso le donne ucraine e iraniane che stanno soffrendo terribilmente. Quanto è potente secondo te l'arte in generale e sino a che punto potrebbe influenzare la società affinché si possa porre un freno e una fine a tali scempi?
Ironia della storia: le prime grandi discriminazioni sono state fatte ai danni di una maggioranza, le donne, in fondo anche dei popoli, per tutelare i privilegi di oligarchie maschiliste e tiranniche. Comunque, al di là di maggioranza e minoranza, la mia arte, il mio impegno artistico, prima di tutto sono una rivendicazione dei diritti delle donne, siano esse iraniane, ucraine, afgane, nigeriane e di ogni altra etnia o provenienza. FridⒶm è un modo per manifestare vicinanza e solidarietà a tutte le “mie amate sorelle”, come sosteneva l’attivista giapponese Nakajima Shōen. Oltre a manifestare e denunciare, ho voluto anche raccontare che esistono tutt’oggi società virtuose di stampo matriarcale, che rappresentano la vera alternativa al sistema socio-economico capitalista e maschilista.
Per questo, tutte le mie Frida sono un costante richiamo alle donne tehuane - ho dedicato a esse una serie di tele dal titolo, non a caso, Tehuane - le quali hanno dimostrato che una comunità guidata dalle donne, e basata sul dono e la condivisione, come quella dell’istmo del Tehuantepec, può rappresentare l’alternativa all’imperialismo machista. Non saprei dire quale potere abbia l’arte dinanzi agli orrori delle cronache, se abbia la forza di frenare o addirittura arrestare tali scempi; di una cosa però sono certa: che denunciare, informare e fare emergere verità storico-politiche possa innescare un cambiamento. Il potere è solo nelle “mani” del popolo, dei cittadini, non fra le “dita” dell’arte.
Hai ammesso di aver assorbito il motto di Frida "Viva la Vida": dove trovi tutte le energie per affrontare le difficoltà che la vita quotidianamente mette davanti al nostro cammino?
L’energia che mi ha spinto a ribadire quella frase tanto nota, «Viva la vida», mi arriva direttamente da Frida, che ho cercato di tradurre con le mie opere. Ad esempio, nella tela “Io ho in mente me”, faccio appello a quel sacro ‘egoismo’, premessa necessaria per amare gli altri, partendo da se stessi. Come diceva Frida: «Innamòrati di te, della vita e dopo di chi vuoi». Ma quel vigore scaturisce anche dal dolore e dalla sofferenza di una colonna spezzata, che nella mia tela si trasforma in “Colonna portante”: la sofferenza che diviene forza, resilienza e addirittura supporto.
La sofferenza come “Passione”, un luogo sacro della vita, che ho cercato di dare forma in alcuni ritratti: la “Passione di Frida” e “Santa Frida”. Tale sacralità confluisce nell’opera che chiude il mio progetto, “Viva (la) Frida”, un inno alla vita che vuole essere il manifesto di un essere completo, in armonia con se stesso e con gli altri, in una sorta di perfezione androgina cui allude Platone.
Pensi di continuare a dipingere, magari puntando ad altri progetti futuri da realizzare?
Non è mai l’artista che decide, ma è l’opera che si serve dell’artista quando e se vuole nascere.
Ringraziandoti per la schiettezza e la disponibilità nel rispondermi, chiudiamo con un'ultima domanda: la Quatrale è più Frida o Paola in questo momento?
Prima di tutto, sono io a ringraziare Te, Direttore, per avere dato spazio e voce alle mie Frida e a quello che rappresentano: il diritto/dovere di essere FridⒶm. E ringrazio tutti i lettori del Tuo quotidiano. Chi è la Quatrale? Pirandellianamente, lotto ogni giorno per liberare l’essere dalla prigione di un nome.
Annamaria Parlato 25/04/2021
Che tipo di turismo sarà quello dell’estate 2021?
Se da un lato si parla già di prenotazioni sold out in molte regioni italiane per l’estate 2021, dall’altro il settore turistico è ancora in affanno e le soluzioni che si stanno prospettando per incrementare visite e soggiorni molto incerte. L’estate 2021 si presenta più complessa della precedente e a rendere difficili le cose è stata la recente introduzione del pass vaccinale o green card della durata di 6 mesi, per spostarsi verso una regione di colore diverso da quella di appartenenza.
Le strutture ricettive provengono da mesi di stallo e indebolimento economico, i sostegni servono a ben poco. Ma come cambierà il mercato del travel in Italia? Quali sono le previsioni per il 2021? Probabilmente ancora vincenti saranno le formule vicine al turismo di prossimità, a quello enogastronomico e sostenibile.
Questi ed altri interrogativi li abbiamo sottoposti alla Dott.ssa Maria De Vita, esperta in marketing territoriale, operatrice turistica nella città di Salerno e Presidente di Ecstra, Associazione per la Cultura del Turismo nata qualche mese fa grazie alla sinergia creatasi tra varie figure professionali. La Dott.ssa De Vita ci ha spiegato che ci sono state alcune novità durante questi mesi ed Ecstra è entrata a far parte di una importante realtà nazionale, ossia la Federazione Associazioni Ricettività Extralberghiera, che agirà non solo come organo di tutela, ma farà anche da propulsore per questo comparto:
"Il settore extralberghiero, che coinvolge centinaia di migliaia di strutture ricettive e di locazioni turistiche - il 55% dei posti letto sul territorio nazionale - alimenta un turismo alternativo di forte attrattiva, promuovendo l’ospitalità diffusa, in angoli del nostro Paese dove non esisteva alcuna forma di ricettività, e valorizzando l'accoglienza turistica familiare e il patrimonio storico, culturale e ambientale italiano.
Finora questo importante segmento dell’economia italiana non aveva una federazione nazionale di riferimento: con la nascita di F.A.R.E. si colma finalmente questo vuoto, offrendo sia ai mezzi di comunicazione, che ai decision maker politici, una voce univoca ed autorevole aperta al confronto sulle tematiche del settore".
Ecco alcune domande per approfondire la tematica
1_ Dopo l'annuncio delle riaperture graduali di Aprile, pare ci sia stato un segno di positività anche nel comparto turistico. Ripercorrendo la situazione da marzo 2020 ad oggi, lei come analizza la ripresa del turismo in Italia?
Purtroppo in Italia non possiamo parlare assolutamente di ripresa del settore. Le previsioni sono di una stagione ancora compromessa dalla pandemia. Il nostro comparto è stato tra quelli più duramente colpiti anche se siamo ottimisti di natura e crediamo fermamente che, appena sarà possibile viaggiare in sicurezza, l'Italia tornerà ad imporsi sul panorama internazionale perché è uno dei paesi più ricchi di bellezze naturali, storiche, archeologiche e perché la nostra accoglienza è unica.
2_ Si parla tanto di pass vaccinale. Ma i ritardi nelle vaccinazioni sono palesi. Pensa sia un valido strumento per ritornare a viaggiare in sicurezza?
Il pass potrebbe essere uno strumento interessante anche se fin quando non si raggiungerà una copertura mondiale o l'immunità di gregge, senza pericoli di varianti più o meno aggressive, sarà uno strumento limitato. La scienza deve continuare a studiare questo virus e noi, per il momento, dobbiamo conviverci cercando il più possibile di rispettare i protocolli ma allo stesso tempo tornando a vivere.
3_ I Decreti Ristori e Sostegni sono stati sufficienti a risanare le enormi perdite fronteggiate affannosamente dagli operatori turistici?
Assolutamente insufficienti per le enormi perdite registrate, per non parlare del comparto extralberghiero che pur rappresentando ben il 55% dei posti letto in Italia non è per nulla tutelato. Ecco perché in questo periodo di pandemia sono nate tante associazioni e addirittura è stata costituita una federazione nazionale indipendente dell'extralberghiero (F.A.R.E.)
4_ Lei da operatrice turistica è riuscita a far fronte alla crisi o ha messo in campo altre strategie?
Le perdite rispetto al 2019 sono state pesanti per tutti e in tutta Italia. Lo stop tra le regioni ha costituito il blocco anche del turismo interno. Sono fermi tutti gli eventi, le manifestazioni, le fiere. Questo certamente non ci aiuta. Nonostante tutte le difficoltà, sto investendo nella creazione di una rete tra la nostra associazione Ecstra e le altre realtà presenti sul territorio sia per integrare i servizi sia per continuare a migliorare la nostra formazione. Questo anche grazie ad Airbnb, di cui sono Team Leader per Salerno e provincia, e che in questo periodo di pandemia ha deciso di investire in formazione e di rafforzare le community sul territorio.
5_ Pensa che nel salernitano e in Campania nell'estate 2021 si continuerà a puntare al turismo di prossimità o potrebbe tornare il turismo internazionale?
Purtroppo le previsioni sono di un'estate ancora all'insegna del turismo di prossimità che prediligerà le località di mare e i piccoli borghi. Abbiamo bisogno di una migliore pianificazione a livello nazionale per tornare a vedere gli ospiti stranieri.
6_ B&B, case vacanza, agriturismi o alberghi. Cosa sceglierà il viaggiatore nella prossima stagione turistica?
L'offerta sul territorio italiano è molto variegata. L'ospitalità dell'extralberghiero, settore che rappresento, diventa sempre più trainante perché da la possibilità di entrare a contatto con il territorio e le sue tipicità. Abbiamo sempre rispettato i protocolli di pulizia e sanificazione e questo ci consente di rendere tranquilli i nostri clienti che continuano a sceglierci.
7_ Lei è promotrice di eventi nel settore turistico e si occupa anche di formazione. Cosa dovrebbe riconsiderare a questo punto il turismo del futuro?
Il turismo è in continua evoluzione. Proprio durante la pandemia abbiamo assistito a nuove forme di accoglienza: turismo di prossimità, rivalutazione dei piccoli borghi, smartworking dei nomadi digitali. Il viaggiatore ha voglia di conoscere, approfondire, fare nuove esperienze e noi dobbiamo essere pronti a raccontare le nostre storie.
Lo storytelling turistico diventa un must: il turista è il protagonista e noi operatori del settore i mentori che devono proporre un'offerta di valore. La formazione dell'accoglienza deve essere continua ed adeguarsi ai cambiamenti del mercato cosi come capita per gli altri settori. Gli effetti della pandemia hanno condizionato indistintamente l'economia di tutto il mondo e anche il modo di viaggiare ha subito importanti cambiamenti.
Nel 2020 le attività turistiche hanno registrato un calo del fatturato che oscilla tra il 60% e il 95%. L'ospitalità, i trasporti e le attrazioni turistiche hanno vissuto un anno di "sopravvivenza", sfruttando principalmente le opportunità offerte dal turismo di prossimità.