Le emozioni creative di Anna Vitaliano: "L'arte avvicina la mente al cuore"

La pittura come forma di esorcizzazione dei brutti momenti legati al lockdown

Anna De Rosa 01/04/2022 1

Anna Vitaliano ha sempre avuto la passione per l’arte e soprattutto per il disegno. "Grazie" al lockdown ha ripreso a dipingere per esorcizzare il brutto momento che si stava vivendo e subito ha prodotto opere. "L’esplorazione del lato più creativo di sé - spiega Anna - sostiene la vita quotidiana di molte persone, perché l’arte avvicina la mente al cuore. E questo mi ha aiutato a fronteggiare personalmente la pandemia: ho trasformato il non potere abbracciare e toccare le persone, ho sentito le mie emozioni creativamente e le ho messe su tela".

Dove sei nata? Dove vivi? Come è iniziato il tuo percorso artistico?

Sono nata a Nocera Inferiore e vivo a Salerno. Sin dall'asilo, inconsciamente, mi immergevo nei colori per creare una mia dimensione fantastica, dove passavo intere ore, che potesse rispecchiare tutto ciò che avevo dentro e che volevo esternare. Ho sempre amato tutto ciò che riguarda l'arte e la bellezza in tutte le sue sfaccettature. Infatti, professionalmente, mi sono qualificata come consulente di bellezza. Il tutto però, in modo particolare, è esploso durante il periodo difficile del primo lockdown.

Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?

Una mia opera nasce sempre secondo il mio stato d'animo ed in base all'ispirazione del momento che sto vivendo. L'ispirazione, la maggior parte delle volte, mi viene quando mi trovo in uno stato d'animo che tocca determinate sfere emotive. Dopodiché mi isolo da tutto e da tutti, ascoltando la mia musica preferita, iniziando a mescolare i colori e volando con la fantasia, imprimendo il tutto sulla tela.

Quando dipingo mi lascio guidare dalla mia mano che prende il controllo della situazione ed ascolta, al contempo, ciò che mi comunica il cuore. E ciò vuol dire anche riuscire ad imprimere su tela come vedo io un qualcosa in modo totalmente soggettivo, riuscendo a cogliere l'attimo. Non sempre ho le idee abbastanza chiare, per questo cerco spunti di riflessione che mi possano evocare qualcosa.

I riferimenti artistici che ti hanno maggiormente influenzato?

Amo alla follia la corrente dell'Impressionismo! E come non citare, di conseguenza, il mio artista preferito in assoluto: Claude Monet con le sue amate Ninfee. Mi ha sempre smosso qualcosa dentro e credo che la mia maniera di dipingere in parte inizi proprio da lì, fino a diventare poi l'evoluzione di me stessa, di ciò che sono io sulla tela trovando una mia tecnica.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Onestamente per me è tutto un mondo nuovo, frequento la pittura relativamente da poco, quindi non sento di esprimermi al riguardo. Vivo ogni attimo nel miglior modo possibile ed ogni occasione che mi si presenta è sinonimo di crescita personale ed artistica, per emergere sempre di più.

Cosa ti ha lasciato la pandemia? Progetti futuri?

Penso che, malgrado tutto il disagio, proprio il lockdown sia stato la mia rinascita: è iniziato tutto da lì. È stato in quel tempo catartico dove è sbocciata quella parte di me che aveva bisogno di uscire e si è manifestata grazie alla pittura. Ho ripreso e ho dato la mia prima pennellata durante il lockdown, lì ho capito quanto fossi vicina all'arte e quanto mi sentissi in simbiosi con essa, quanto potesse capirmi e liberarmi di tutto ciò che avevo dentro. È stata la mia luce e lo è tutt'ora, sempre di più, dandomi anche più stimoli per vivere la vita al meglio!

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Anna De Rosa 09/05/2022

La sfida avvincente dello "scrittore-artigiano" Domenico Notari

Domenico Notari è architetto e scrittore. Suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste italiane, statunitensi ed elvetiche: «Nuovi Argomenti», «Linea d’ombra», «Achab», «Webster Review», «TriQuarterly» e «Viola» sono stati trasmessi dalla Radio Svizzera. Ha fatto parte della nuova leva di narratori, sceneggiatori e registi chiamati dalla Rai a rappresentare una porzione d’Italia attraverso la radio. Ne è scaturito il documentario a puntate "Salerno, un archivio della memoria" per la serie Centolire.

È autore dei romanzi "9, la rabbia del rivale" (Castelvecchi, 2018) e "L’isola di terracotta" (Avagliano 2000; Marlin 2019), giunto alla quarta edizione. Ha fondato e dirige dal ‘98 una delle prime scuole di scrittura narrativa del Meridione: "L’officina del racconto". Ha insegnato Scrittura creativa all’Università di Salerno. Con Newton Compton ha pubblicato "Breve storia del Regno di Napoli" (2019), poi audiolibro per Audible (2021), e "La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés" (2021).

Dove sei nato? Dove vivi?

Sono nato a Capriglia di Pellezzano e vivo a Salerno.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Sono convinto che il percorso formativo di un artista inizi già dall’infanzia. E per quanto mi riguarda è cominciato intorno ai 6 anni con la lettura accanita di qualsiasi cosa – libro o fumetto – avesse le sembianze di una storia avventurosa o di una fiaba. Sono stato favorito in questo da una biblioteca di famiglia ben fornita. I volumi con le illustrazioni in tricromia della Scala d’oro Utet – quella originale degli anni Trenta – sono stati i miei primi maestri.

Un altro esercizio formativo per un artista è la distrazione. E io mi sono esercitato molto con questa pratica: a scuola ero sempre distratto, nonostante i rimproveri di genitori e maestri. La distrazione è stata sempre demonizzata. Solo oggi, gli psicologi riconoscono che favorisce la creatività, la formazione del sé e la percezione degli altri.

Quando, poi, da adulto ho letto “L’inventore di sogni” di Ian McEwan, mi sono riconosciuto in pieno nel personaggio di Peter Fortune, il ragazzino che sogna a occhi aperti. Gli adulti lo considerano un ragazzo difficile perché è molto distratto, ma non sanno che Peter cresce proprio attraverso quei sogni: gli danno il coraggio necessario per affrontare le difficoltà della vita. Forte di quest’esperienza, i miei laboratori di scrittura creativa, nella scuola primaria, favoriscono sempre la distrazione in classe.

Perché la voglia di scrivere?

All’inizio della carriera, è stata una sfida, emulare gli scrittori che amavo: Calvino, Rodari, Buzzati, i miei primi modelli di scrittura. E sono partito imitando il loro stile; un po’ come quei pittori che nei musei copiano le tele dei grandi maestri. Oggi, invece, scrivo con uno stile mio quelle storie che da lettore vorrei leggere. Do forma a quanto tumultuosamente si agita dentro di me e cerco di trasmetterlo a quante più persone è possibile.

Cos’è per te l’ispirazione?

L’ispirazione è un’idea fissa, un pensiero in nuce che ti accompagna prepotente per giorni, mesi, finché non le dai la forma di una storia. E la storia che viene fuori sulla carta (racconto o romanzo) è frutto, poi, di un lavoro ostinato, maniacale e monacale, dello scrittore-artigiano. Direi un lavoro di cesello della pagina, di “ogni” pagina scritta.

Sandro Veronesi ha colto perfettamente la mia idea di lavoro nello “strillo” di copertina che accompagna i miei ultimi volumi: «La forza di Domenico Notari è sempre stata quella dell’artigiano (il sarto, il ceramista, il vetraio) che siede davanti alla materia grezza e sa che il raggiungimento della forma desiderata è solo questione di tempo». Ecco: ispirazione e inventiva, ma anche molta pazienza e duro lavoro.

Come nasce una tua opera?

Dopo che l’ispirazione ha preso forma, diventando un’idea strutturata, passo ad abbozzare una trama mediante appunti. Ho un bellissimo quaderno nuovo per ogni romanzo in fieri: una grafica accattivante invoglia i pensieri. Non mi metto subito al PC per scrivere la storia; non navigo a vista, senza avere una rotta. Ho bisogno, invece, di partire già con un finale, con un punto fermo, che naturalmente nel corso della scrittura vera e propria può cambiare, modificarsi strada facendo. In questa prima fase, per acciuffare idee o soluzioni ai problemi che sorgono man mano, utilizzo una sorta di brainstorming con me stesso, un “botta e risposta” con il mio alter ego grazie allo straniamento.

Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere?

Inizialmente nulla. Nessun messaggio preconcetto, Dio ce ne scampi! Voglio solo emozionare i miei lettori. Quella stessa emozione che provo io nel momento in cui affiora sulla pagina, improvviso, l’inconscio. Mi interessa affascinare il lettore, tenerlo avvinto. Farlo ridere, piangere, saltare sulla sedia. Un romanzo, in fondo, è come un bonsai: è una vita in miniatura. In un centinaio di pagine è condensato il dramma di una o più persone.

Pensiamo a “Guerra e Pace”: in poco più di mille pagine sono concentrate le guerre napoleoniche, le vite di interi eserciti e i destini di intere generazioni. Se, durante la mia scrittura, sorgono istanze civili, politiche o morali, queste vengono “mostrate”, non “dette”; non sono mai esplicite: sono sempre narrativizzate, sotto forma di simboli, di situazioni, di personaggi.

Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

È il soggetto che sceglie me. In questo la penso come Picasso che affermava: “Io non cerco, trovo!”.

Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?

Penso che il sistema editoriale italiano sia schizofrenico: abbiamo un’editoria spendacciona e nello stesso tempo tirchia perché indebitata. Si parla tanto di industria editoriale, ma il sostantivo, in questo caso, è inappropriato. Nell’industria vera, c’è la volontà di produrre per vendere, e tutto scorre in questa direzione in maniera più o meno razionale. Nel caso del libro, invece, spesso non c’è razionalità. Ci sono editori, anche importanti, che si comportano ancora da artigiani, fanno prevalere le proprie paturnie, le proprie idiosincrasie, la propria visione snobistica della cultura, ma non giungono al cuore di chi legge. Nello stesso tempo pubblicano troppo, pressati dal ricatto dei distributori. Il risultato è un grosso fatturato solo sulla carta, ma non reale. In agguato, allora, l’indebitamento.

Un editore efficiente e razionale, invece, dovrebbe essere di qualità nei contenuti che pubblica, e nello stesso tempo risoluto a giungere al cuore di chi legge. Ovvero commerciale nella promozione e nella distribuzione di quanto ha stampato, abbandonando ogni forma di boria e snobismo. Devo dire che la mia esperienza con la Newton Compton va proprio in questa direzione: massima libertà, apertura anche alla sperimentazione letteraria di chi scrive; e nello stesso tempo una macchina efficiente a disposizione: promozione, distribuzione capillare e vendita, sia nelle librerie fisiche che online.

Progetti futuri? Aspettative di successo per il tuo libro/libri?

Spero di continuare la serie del commissario Donnarumma, edita da Newton Compton, in cui racconto la mia Salerno; magari con traduzioni all’estero. Amo, come il mio protagonista, la Salerno-Jekyll: sonnolenta, decorosa, accogliente, così come ne detesto la poliedrica sorella criminale Hyde, la città di Bengodi, dello spaccio, dei cento bar, dei cento pub, delle discoteche. La Salerno dell’usura e delle attività commerciali che muoiono e rinascono; il tempo di un “bucato” bianco e splendente. La città è un personaggio fondamentale in un giallo che si rispetti e, in questo caso, è anche l’occasione per riversare sulla pagina l’impegno civile e politico di chi scrive. Far conoscere all’estero la mia Salerno letteraria sarebbe, allora, un bel risultato.

La pandemia per molti è stata un tempo catartico e di introspezione personale, tu come l'hai vissuta?

Nel mio caso non è stato un periodo catartico né di introspezione; è stato, invece, un momento di riflessione politica e civile. Tutto il sistema statale è crollato o è stato demolito sotto una spinta globalista violenta, che è cresciuta con gli anni. Tutte le nostre certezze e i nostri punti di riferimento sono venuti meno. I due romanzi che sono riuscito a scrivere, durante l’isolamento forzato, sono anche il frutto di queste riflessioni e di questi sentimenti forti.

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Anna De Rosa 28/01/2022

Marco Vecchio, il sogno dell'arte attraverso la ricerca dei materiali

Nato ad Agropoli, figlio d’arte, diplomato al Liceo Artistico e laureato presso l'Università di Salerno in Storia dell'arte, Marco Vecchio vive e lavora a Salerno. Da tempo svolge una ricerca lavorando a diversi materiali, prediligendo colori materici, sabbia, smalti, tele, carte e materiali industriali fino a fonderli e a renderli parte di sé in tutte le sue sfumature.

La sua attività artistica si è andata articolando sin da giovanissimo con esperienze diversificate, che oltre alla pittura lo hanno avvicinato ad altri tipi di linguaggio come il cinema. Ha alle sue spalle un itinerario ben lungo di collettive personali e di spettacoli da performer in cui esprime l’arte a 360°. Tutti i tuoi lavori sono un inno alla creatività, eccentrici, paradossali, onirici, in poche parole: unici.

Come riesci a dare una forma alla tua fantasia, che ormai abbiamo capito essere senza freni ne’ limiti?

Penso che la creatività sia l'unica nostra vera salvezza, è una forma di energia che muove dall'interno, come Kandinsky diceva, qualcosa che non puoi implodere e che è la radice di ogni mia forma d'arte! Le storie sono molteplici: un verso in cui riconoscersi, una particolare luce del giorno, le memorie portate dal vento. Ogni cosa può essere artefice del mio creare.

Domanda tranello: quanto ti ha ispirato e ti ispira tuttora essere il figlio del grande artista e professore Sergio Vecchio?

La presenza di mio padre non è mai stata ingombrante grazie al suo modo delicato di confrontarsi con me nelle nostre diversità, così come nei nostri punti d'incontro. Mi ha sempre detto "Ora parlo ad un artista", rimarcando la dualità del nostro rapporto: l'affetto paterno da un lato, il confronto professionale dall'altro. Mi ha lasciato tutta la libertà di "trovarmi", per usare un verbo caro ad Hesse, e insieme la libertà di fare sbagli, perché maturasse la mia identità di artista, credo che alla fine amasse di me proprio quelle differenze, il mio essere altro, nonostante il dono più grande che mi ha trasferito: l'arte e l'amore per la bellezza!

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Il mio percorso creativo è stato un approccio immediato e naturale con il mondo interiore che riconoscevo appartenermi. Da piccolo amavo travestirmi, interpretare personaggi, improvvisare costumi. Il teatro di mia madre era come lo specchio per Alice. Non ho mai avuto alcuna esitazione quando scelsi il Liceo Artistico, come se avessi riconosciuto la mia stella, e quel gioco meraviglioso del bambino si è declinato nel tempo, fino a divenire parte integrante della mia vita. Credo che essere artisti sia un modo di stare al mondo e un modo speciale di sentire e di vivere.

Come nasce una tua opera? Cos’è per te l’ispirazione? Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

Come ho detto prima, ogni opera ha la sua storia. Quando dipingo "racconto" la mia età e il mio universo parallelo, mi piace farmi suggestionare da una frase, dal piacere della lettura, mi piace ascoltare un disco per essere non qui, ma altrove, farmi trasportare dal suono come da una corrente di mare. Ecco, questo può essere un inizio!

I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?

Sono tanti gli artisti che ho amato, talmente tanti da sentirmi quasi un viaggiatore del tempo. Amo tutta la storia dell'arte, senza preclusione verso generi o periodi storici. Da bambino copiavo il Picasso cubista, ero attratto dalle sue forme, dalla vitalità e dalla forza espressiva del suo segno. Crescendo poi ho amato il suo periodo blu e le figure silenti, assorte come funamboli malinconici. Credo che l'incontro con gli artisti sia un innamoramento, è una magia che non puoi spiegare.

Artisti, galleristi, istituzioni: cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Penso malissimo delle istituzioni, sono sorde e lontane, oserei dire estranee all'arte e al mio mondo! La mia assoluta sfiducia verso la politica ha origini profonde, e questi ultimi anni ne sono stati una ulteriore conferma. La mia categoria, come quella di intere classi di lavoratori, è stata totalmente ignorata, non è esistita agli occhi dello Stato e non ha avuto alcuna tutela. Siamo soli e artefici di noi stessi! Eppure l'arte è la storia del nostro paese, e più in generale lo sguardo dell'uomo sul mondo. Circa le gallerie non entro in merito, sono estraneo alle leggi di mercato e forse non mi interessano, l'artista è colui il quale, diceva Petit, non chiede mai il permesso; libertà e forza, riassunto in due parole.

Come hai vissuto la pandemia? Progetti futuri?

Questi due anni di pandemia sono stati un tempo rubato! Conoscevo la mia spiritualità anche prima, purtroppo non trovo altra lezione se non quella di realizzare quanto siamo fragili, quanto tutto possa cambiare da un giorno all'altro, come un vento che spazzi via tutto. Di me ho vissuto solo una parte, la ricerca in solitudine, ma è mancato tutto il resto: donarsi agli altri, cantare per qualcuno, comunicare. L'arte è una lingua universale perché è la voce dell'indicibile e arriva dritta; come diceva David Sassoli, non è politica, è poetica!

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Anna De Rosa 30/04/2023

Il mare come elemento essenziale dell'opera di Clarita Laureti

Ho conosciuto Clarita Laureti anni fa. La sua arte perché mi piace, mi intriga, mi sorprende con il suo dipingere su superfici grandi per esprimere la sua fede, il suo tormento, la sua gioia, la sua realtà; le sue opere mi trasmettono emozione e meraviglia. I temi di Clarita sono espressione del suo sentire del momento, del suo cavalcare l’emozione che la vista porta nel suo stato d’animo.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata a Roma, ma vivo a Salerno da molti anni.

Qual è la tua formazione, che tipo di persona sei, cosa ti caratterizza?

Vengo da studi classici, mi sono laureata presso l’Università di Salerno in Pedagogia, ho preso la seconda laurea in Lettere e Filosofia e mi mancavano 7 esami per la laurea in Lingua e Letteratura straniere, facoltà che ho lasciato per dedicarmi a studi di economia e sono entrata in banca, dove ho lavorato per 40 anni.

Il mio pensiero va verso una vita con valori sani, la mia priorità sono i miei figli e nipoti, cui do rispetto e tutela. Sono una donna poliedrica, sportiva, amo dipingere e fare ceramica. Prediligo ambienti stimolanti, ricchi di novità, mi piace stare con persone estroverse, esuberanti, odio la solitudine; dedico il mio tempo libero alla pittura partecipando a collettive d’arte ed eventi.

Quando e come è iniziato il tuo percorso artistico?

A 12 anni realizzai un pannello a scuola sui quartieri di Roma, riuscì così bene che venni premiata, compresi che l'arte era la mia passione; in realtà già all'asilo, a 3 anni, mi fu riconosciuta la bravura nel disegno quando mi cimentai in un acquarello. E poi ho continuato a dipingere, a interessarmi anche alla ceramica. Sono un po' figlia d'arte perché, da piccola, quando vivevo a Roma, mia zia, una pittrice quotata, mi portava nei salotti d'arte, nei musei e nelle gallerie dove esponeva.

Come nasce una tua opera? Cos'è per te l'ispirazione?

Amo la vita, il contatto con la natura, soprattutto il mare, qui al sud è l'essenza. I miei quadri riportano sempre l'azzurro del mare. Sono appassionata della musica di Beethoven, all'ascolto di tale bellezza mi ispiro e inizia il mio processo creativo. Dipingo volti di donne con sguardi evocativi amore, smarrimento, inseriti in paesaggi della Costiera Amalfitana che mi ha preso l'anima.

Il mare è elemento di riferimento sia nella vita (non a caso mi sono innamorata del mio allenatore di nuoto, che ho sposato in un matrimonio subacqueo) che nell'arte; è il mio focus, il mio soggetto preferito, mi permette di dimenticare le preoccupazioni quotidiane, i dolori, le ferite inferte dalla vita. La mia pittura è estemporanea, proviene da un impulso immediato, i colori predominanti nelle mie tele sono il turchese, l'azzurro e il blu cobalto.

Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

Lascio emozionare chi le guarda, recependo la mia emotività.

I riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato?

Mi piace Botticelli, mi sento vicina alla sua pittura, uno degli artisti che fu simbolo del Rinascimento con la sua splendida Venere, che rappresenta la potenza generatrice della natura. Mi piace anche Leonardo, perché è ossessionato dalla perfezione e dal tentativo di liberare dalla pietra le figure imprigionate. Provo una sensazione di stupore e meraviglia guardando le sue opere. Mi piacciono le sculture di Michelangelo.

Artisti, galleristi, istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Credo ci sia ancora molto da lavorare, bisognerebbe coinvolgere non solo grandi città ma anche i piccoli centri e valorizzare l'attività degli artisti in una sana competizione, solo per passione e senza speculazione.

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gianluca

i tuoi quadri sono sempre molto belli 04/06/2023
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