Marco Vecchio, il sogno dell'arte attraverso la ricerca dei materiali
"Il mio percorso creativo è stato un approccio immediato e naturale con il mondo interiore"
Anna De Rosa 28/01/2022 0
Nato ad Agropoli, figlio d’arte, diplomato al Liceo Artistico e laureato presso l'Università di Salerno in Storia dell'arte, Marco Vecchio vive e lavora a Salerno. Da tempo svolge una ricerca lavorando a diversi materiali, prediligendo colori materici, sabbia, smalti, tele, carte e materiali industriali fino a fonderli e a renderli parte di sé in tutte le sue sfumature.
La sua attività artistica si è andata articolando sin da giovanissimo con esperienze diversificate, che oltre alla pittura lo hanno avvicinato ad altri tipi di linguaggio come il cinema. Ha alle sue spalle un itinerario ben lungo di collettive personali e di spettacoli da performer in cui esprime l’arte a 360°. Tutti i tuoi lavori sono un inno alla creatività, eccentrici, paradossali, onirici, in poche parole: unici.
Come riesci a dare una forma alla tua fantasia, che ormai abbiamo capito essere senza freni ne’ limiti?
Penso che la creatività sia l'unica nostra vera salvezza, è una forma di energia che muove dall'interno, come Kandinsky diceva, qualcosa che non puoi implodere e che è la radice di ogni mia forma d'arte! Le storie sono molteplici: un verso in cui riconoscersi, una particolare luce del giorno, le memorie portate dal vento. Ogni cosa può essere artefice del mio creare.
Domanda tranello: quanto ti ha ispirato e ti ispira tuttora essere il figlio del grande artista e professore Sergio Vecchio?
La presenza di mio padre non è mai stata ingombrante grazie al suo modo delicato di confrontarsi con me nelle nostre diversità, così come nei nostri punti d'incontro. Mi ha sempre detto "Ora parlo ad un artista", rimarcando la dualità del nostro rapporto: l'affetto paterno da un lato, il confronto professionale dall'altro. Mi ha lasciato tutta la libertà di "trovarmi", per usare un verbo caro ad Hesse, e insieme la libertà di fare sbagli, perché maturasse la mia identità di artista, credo che alla fine amasse di me proprio quelle differenze, il mio essere altro, nonostante il dono più grande che mi ha trasferito: l'arte e l'amore per la bellezza!
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Il mio percorso creativo è stato un approccio immediato e naturale con il mondo interiore che riconoscevo appartenermi. Da piccolo amavo travestirmi, interpretare personaggi, improvvisare costumi. Il teatro di mia madre era come lo specchio per Alice. Non ho mai avuto alcuna esitazione quando scelsi il Liceo Artistico, come se avessi riconosciuto la mia stella, e quel gioco meraviglioso del bambino si è declinato nel tempo, fino a divenire parte integrante della mia vita. Credo che essere artisti sia un modo di stare al mondo e un modo speciale di sentire e di vivere.
Come nasce una tua opera? Cos’è per te l’ispirazione? Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
Come ho detto prima, ogni opera ha la sua storia. Quando dipingo "racconto" la mia età e il mio universo parallelo, mi piace farmi suggestionare da una frase, dal piacere della lettura, mi piace ascoltare un disco per essere non qui, ma altrove, farmi trasportare dal suono come da una corrente di mare. Ecco, questo può essere un inizio!
I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?
Sono tanti gli artisti che ho amato, talmente tanti da sentirmi quasi un viaggiatore del tempo. Amo tutta la storia dell'arte, senza preclusione verso generi o periodi storici. Da bambino copiavo il Picasso cubista, ero attratto dalle sue forme, dalla vitalità e dalla forza espressiva del suo segno. Crescendo poi ho amato il suo periodo blu e le figure silenti, assorte come funamboli malinconici. Credo che l'incontro con gli artisti sia un innamoramento, è una magia che non puoi spiegare.
Artisti, galleristi, istituzioni: cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?
Penso malissimo delle istituzioni, sono sorde e lontane, oserei dire estranee all'arte e al mio mondo! La mia assoluta sfiducia verso la politica ha origini profonde, e questi ultimi anni ne sono stati una ulteriore conferma. La mia categoria, come quella di intere classi di lavoratori, è stata totalmente ignorata, non è esistita agli occhi dello Stato e non ha avuto alcuna tutela. Siamo soli e artefici di noi stessi! Eppure l'arte è la storia del nostro paese, e più in generale lo sguardo dell'uomo sul mondo. Circa le gallerie non entro in merito, sono estraneo alle leggi di mercato e forse non mi interessano, l'artista è colui il quale, diceva Petit, non chiede mai il permesso; libertà e forza, riassunto in due parole.
Come hai vissuto la pandemia? Progetti futuri?
Questi due anni di pandemia sono stati un tempo rubato! Conoscevo la mia spiritualità anche prima, purtroppo non trovo altra lezione se non quella di realizzare quanto siamo fragili, quanto tutto possa cambiare da un giorno all'altro, come un vento che spazzi via tutto. Di me ho vissuto solo una parte, la ricerca in solitudine, ma è mancato tutto il resto: donarsi agli altri, cantare per qualcuno, comunicare. L'arte è una lingua universale perché è la voce dell'indicibile e arriva dritta; come diceva David Sassoli, non è politica, è poetica!
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Anna De Rosa 19/03/2023
Il percorso letterario di Belinda Villanova fra poesia e indagini storiche
Ho conosciuto Belinda Villanova anni fa, quando fui invitata ad eventi a cura dell’associazione Daedalus, di cui lei è presidente, e scoprii una donna affascinante e soprattutto una ricercatrice e poetessa. Belinda Villanova è l’autrice delle ricerche storiche alla base della pubblicazione che il Consorzio di Bonifica Destra Sele ha voluto per mettere a fuoco alimentazioni e colture della Piana, dall’inizio del ‘900 ad oggi.
I libri di Belinda Villanova, dottore di ricerca in storia economica, sono numerosi e tutti da leggere per soddisfare le curiosità sul nostro territorio. “Terme e acque termali a Salerno”, “Alimentazione e colture della Piana del Sele”, “La bonifica integrale nella piana del Sarno” sono i titoli di alcuni dei suoi libri.
Dove sei nata? Dove vivi?
Sono nata a Salerno e ci vivo.
Quando e come è cominciato il tuo percorso letterario?
Avevo 12 anni quando ho iniziato a scrivere poesie.
Perché la voglia di scrivere?
Per poter esprimere i miei sentimenti.
Quando hai scritto il tuo primo libro?
A 13 anni dovevo stare a casa per motivi di salute e ho iniziato a scrivere poesie: un libro mai pubblicato!
Come nasce una tua opera?
Da esperienze sentimentali vissute, successivamente lavorando presso l’Università per la ricerca storica del nostro territorio.
Cos’è per te l’ispirazione?
E’ un attimo, una lampadina che si accende e ti fa partire con un progetto che man mano ti appassiona.
Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere?
Il mio pensiero, lasciare traccia, testimonianza storica delle nostre radici soprattutto per i giovani.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
A volte nasce per caso, altre volte vai in archivio e ti ritrovi affascinata da un soggetto che poi vai a ricercare.
Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?
E’ carente, ma non mi sento di parlarne senza avere più informazioni a riguardo. Nella Valle dell’Irno, in particolare, abbiamo piccole realtà pure interessanti. Anni fa pubblicai con la casa editrice locale "IL GRAPPOLO" il mio libro "L’antica civiltà dei mulini ad acqua" che fu portato alla fiera di Torino ed ebbe molta pubblicità.
Progetti futuri?
Tanti, molti interattivi e altre pubblicazioni.
Cosa ti ha lasciato la pandemia?
Oltre la paura, la pandemia è stata esperienza di vita, tempo per riflettere, per dare opportunità ai veri valori come la famiglia. Ci ha dato modo di capire le vere priorità. Quando si vedevano i nonni morire, il mio pensiero andava alla perdita di una fetta di umanità che non poteva essere più testimone. La pandemia mi ha lasciato paura, incertezza del domani, con un bisogno di accelerare e portare a termine in tempi brevi i progetti, ma soprattutto una gran voglia di tranquillità.
Anna De Rosa 11/03/2024
Tecnica e tenacia, il cantante salernitano Michele Ricciardi punta in alto
Michele Ricciardi ha 20 anni, ma le idee sono molto chiare. Quando l’ho conosciuto, dopo averlo ascoltato, ho pensato sia un esempio da seguire per tanti ragazzi scoraggiati, affinché non smettano mai di credere nei loro sogni. Michele ha deciso di dedicarsi fin da bambino alla musica, che ha "vinto" la concorrenza del calcio. Il 14 marzo sarà a Roma per la registrazione del programma Viva Rai2, con "E viva il Video Box", e inizierà il suo debutto nazionale, dopo tantissimi successi territoriali.
Quale dote per un buon cantante?
Oltre ad una buona tecnica, deve avere anche una bella voce; io mi ispiro a Sinatra a Dorelli e altri del mondo del bel canto, che adesso manca nelle radio e nella Tv.
Quando hai capito che la musica e il canto sarebbero stati la tua passione?
A casa di mia nonna c’era un vecchio giradischi, da lì l’amore per la musica con vari vinili di Sinatra, Pavarotti, Dean Martin. Fu colpo di fulmine, sentii dentro di me la voglia di cantare, di vivere la musica.
Sei anche cantautore?
Io sono soprattutto interprete, ma ho scritto vari brani e spesso mi cimento coi ruoli di presentatore, direttore artistico e attore.
Tuoi studi?
Scienze Politiche all’Università, poi studio canto e inglese per avere una migliore pronuncia.
Prossimi progetti?
Il 14 marzo sarò ospite a Rai2 da Fiorello; inoltre, stiamo organizzando varie date con Fabio Natella, il mio showservice, un professionista nel suo lavoro di manager, per portare la mia voce nei teatri e nelle piazze di tutta Italia. Ho tanti sogni da realizzare, con l’impegno e la tenacia posso riuscire nel mio intento.
Cosa pensi della musica contemporanea?
Non mi piace molto, gli unici che si avvicinano al mio mondo sono i ragazzi de "Il Volo", ma anche loro purtroppo stanno diventando un po’ commerciali, come del resto tanti altri.
Anna De Rosa 07/10/2022
Linee e colori per esprimere sentimenti profondi, l'arte di Antonia Vivone
Antonia Vivone, insegnante, specializzata in lingue e letterature straniere, ama l’arte e la coltiva. Dopo la laurea, ha maturato esperienze pluriennali in diversi settori, che le hanno permesso di acquisire competenze di problem solving, capacità di lavorare in team o individualmente, per raggiungere con successo obiettivi prefissati.
Il suo stile, l’espressione, la nozione analitica di soggetto, sono un’estetica empirica essenziale. Nella rappresentazione della sua arte, Antonia spazia dal figurativo all’astratto.
Dove sei nato/a? Dove vivi?
Sono nata a Salerno e vivo tra Salerno e Bellizzi.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Ho iniziato da bambina col disegno e poi ho proseguito con la pittura, approfondendo alcune tecniche e sperimentando molteplici stili. Mi sono accorta, sin da subito, che riuscivo spontaneamente a rappresentare ciò che avevo in mente e a riprodurlo, sia in modo figurativo che astratto.
Come nasce una tua opera?
Ogni opera nasce da un'ispirazione, che per me è una sorta di scintilla che viene dall'interno. Può prendere spunto dal mondo circostante o dal mondo interiore. Spesso nasce dalla curiosità dell'artista o da un particolare momento della vita. Molte delle mie opere nascono per dar voce a sentimenti profondi. Sulla tela, linee e colori si mescolano tra loro, dando origine all'opera.
Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?
Le mie tele, soprattutto quelle astratte, sono la voce dell'io interiore o, talvolta, la rappresentazione "emozionale" della realtà. Le opere parlano da sé, comunicando amore, gioia, solitudine, rabbia o malinconia. Gli accostamenti di colore, come anche i soggetti rappresentati, sono lo specchio delle emozioni che hanno spinto la mano dell'artista a dipingere. Ogni forma ed ogni linea ha un suo specifico significato, dalle linee curve, armoniose e delicate, a quelle spigolose, simili a graffi sulla tela.
I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?
Nel corso degli anni ho avuto modo di apprezzare numerosi pittori e scultori, da Michelangelo, Leonardo e Raffaello, agli artisti contemporanei. Ognuno di loro, a suo modo, ha tramandato la propria visione del mondo. Tuttavia, l'artista che maggiormente mi ha colpito è stato Van Gogh, di cui ho ammirato i colori accesi e le pennellate veloci, in occasione di una visita ad un museo parigino.
Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?
Ritengo che l'arte abbia un grosso potenziale nel nostro Paese. L'Italia ha una grandissima dote da sfruttare, quella di numerosi artisti poliedrici che fanno sentire la propria "voce" e quella di altrettanti che, invece, si espongono meno. È necessario, a mio avviso, incentivare le manifestazioni e gli eventi culturali, in quanto l'arte in sé è un canale di comunicazione significativo, per nulla trascurabile, e possiede la capacità di coinvolgere la gente.
Usi i social per promuovere la tua arte?
Si, utilizzo i social per diffondere le opere, in modo particolare Facebook e Instagram, che rappresentano la comunicazione del momento.
Cosa ti ha lasciato la pandemia?
Ho cercato in tutti i modi di sfruttare il periodo della pandemia per portare avanti progetti artistici, traendo il meglio anche dalle piccole cose. Il momento peggiore è stato probabilmente quando ci siamo resi conto che il mondo fuori fosse immobile: la tristezza di tale consapevolezza ha preso diverse forme e, a volte, è stato difficile rimboccarsi le maniche mettendosi in gioco.
Quando, finalmente, siamo usciti da quella realtà parallela, ho apprezzato tutto ciò che per me precedentemente appariva "normale", "consueto". L'arte è rinata insieme a noi ed è tornata a splendere nella sua funzione comunicativa, trasversale ed empatica. Ciò che la rende preziosa è la funzione di trasmettere messaggi importanti e sentimenti inspiegabili a parole. Arte è socialità, integrazione e unione, ciò che vorrei tramandare con le mie opere.
Progetti futuri?
Ho intenzione di continuare a coltivare alcuni progetti artistici e partecipare ad eventi sul territorio.