"Mio figlio vuole abbandonare la scuola", cosa c’è dietro la ribellione di un adolescente
Forte aumento dei casi di dispersione scolastica sul territorio salernitano
Chiara Di Capua 28/11/2021 0
Le riprese a singhiozzo della frequenza scolastica in presenza, alternate con la DAD o, talvolta, con la sospensione delle lezioni, sono una forte forma di demotivazione allo studio per la popolazione studentesca. Il Tavolo Interistituzionale della provincia di Salerno, dopo un censimento su oltre 300 istituti, ha fatto emergere un dato allarmante ma prevedibile: c’è un forte aumento dei casi di dispersione scolastica sul territorio salernitano e gli alunni più a rischio sono quelli con svantaggio sociale ed economico.
Sono sempre di più infatti le richieste di intervento che arrivano agli psicologi sul territorio da parte di genitori disperati e impauriti per la condizione culturale e sociale dei loro figli adolescenti. Certo, il “sintomo” visibile è la volontà di abbandonare gli studi o le frequenti assenze ingiustificate e spesso nascoste. Ma dietro questo sintomo, che pare che accomuni molti adolescenti salernitani, c’è l’individuo e la sua storia e quindi è fondamentale attenzionare eventuali episodi di bullismo, di evitamento delle situazioni sociali, di crollo dell’autostima, di attacchi di ansia o di panico.
Il peso delle aspettative
La problematica che viene più spesso riportata agli psicologi da parte dei ragazzi è il peso delle aspettative. Per capire di quali aspettative parlano i nostri ragazzi è necessario contestualizzare la loro condizione nel sistema scolastico italiano, fatto di interrogazioni talvolta programmate, programmi da rispettare entro la fine dell’anno (con la conseguente “corse agli armamenti” nei mesi finali per chiudere l’anno secondo il programma).
Ma come si fa a corrispondere alle aspettative dei professori, dei presidi, dei genitori in un periodo in cui il cambiamento è dietro l’angolo? Le aspettative generano ansia: proviamo ad immaginare di dover parlare di fronte ad un pubblico gremito, siamo ben consapevoli che il pubblico ha delle aspettative su di noi, che potrebbe giudicarci positivamente o negativamente, schernirci o applaudirci. Ecco, in molti adolescenti che dichiarano di voler lasciare la scuola i livelli di ansia e la sensibilità al giudizio altrui sono davvero molto alti. Spesso dietro quest’ansia c’è poca integrazione nel gruppo dei pari, professori molto severi o genitori troppo esigenti.
Il cambiamento destabilizza
Cambiare casa, lavoro o vita può essere fonte di forte stress per qualsiasi persona. Ora immaginiamo l’adolescente come un individuo che è in una fase di vita per definizione fatta di cambiamenti, di evoluzioni: sarà sicuramente spaventato e disorientato. Aggiungiamoci i repentini cambiamenti dovuti all’emergenza Covid-19 nelle modalità delle lezioni, delle interrogazioni, dei compiti in classe, della "performance”. Possiamo immaginare come la confusione possa aumentare.
Altro aspetto da tenere in considerazione è quello della socializzazione: i periodi di isolamento sociale hanno prodotto l’esito che i ragazzi non si rapportassero adeguatamente al gruppo dei pari. Il confronto con i pari è un passaggio fondamentale per un adolescente, gli permette di apprendere abilità sociali, di vedere riflesso negli altri cosa gli piace e cosa no, di affermarsi. Allora ci ritroviamo ragazzi che non credono in loro stessi, che pensano di non avere gli strumenti per stare con i compagni e di non poter essere al passo con il cambiamento.
Dove sono chiamati ad intervenire gli adulti?
Questa analisi ci serve per capire il fenomeno della dispersione, per comprendere perché alcuni ragazzi, quasi alla fine dei loro studi, propongono ai genitori di andare a lavorare, non a giustificare le loro scelte dettate dalla paura e dalla credenza di non essere abbastanza. Siamo risaliti all’origine delle loro insicurezze e la risoluzione potrebbe collocarsi proprio qui: nel potenziare l’autostima, la fiducia nelle proprie capacità e le abilità interpersonali.
Un'azione combinata tra sistema scolastico, genitori e figure di riferimento, con l’obiettivo di collaborare per il benessere del ragazzo lo farà certamente sentire più sicuro e fiducioso. Infatti se il giovane è circondato da persone che credono in lui, di riflesso lo farà anche lui stesso. È fondamentale mantenere regole in famiglia, non schierarsi per principio contro i docenti. È altrettanto importante per i professori declinare le aspettative ad hoc per ogni ragazzo, porre obiettivi realizzabili, stimolanti né troppo difficili da raggiungere, né estremamente semplici che potrebbero annoiarlo.
Infine, sarebbe opportuno dare al ragazzo uno spazio tutto suo dove poter essere sé stesso, esprimersi senza che venga giudicato e libero di dire la sua anche se si discosta dalla “norma”, ciò gli darebbe la possibilità di chiarirgli chi vuole essere, in una fase di vita in cui è fondamentale definire la propria identità. È certamente complicato per gli adulti riuscire a stare dietro ad un giovane adolescente nel pieno della sua definizione, non a caso Freud diceva “i mestieri più difficili in assoluto sono nell’ordine il genitore, l’insegnante e lo psicologo”, alla luce di ciò che ci siamo detti non faticheremo a capirne il perché, ma attraverso una potente sinergia delle figure di riferimento si può e si deve intervenire per assicurare ai nostri giovani un futuro degno di loro stessi.
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Francesca Guglielmetti 29/10/2022
Nella resa, tutto cambia: "La Casa di Lara" a Salerno è carezze ed emozioni
"Ogni anno il 2 novembre" è l'incipit della famosa poesia ma anche l'avvio alle riflessioni sulla commemorazione dei defunti, con tutto quello che ne segue: dal piano traffico, alle funzioni religiose, passando per l'ormai (sterile a mio avviso) discussione rispetto al dover considerare opportuna o sacrilega l'abitudine di travestirsi da scheletri e fantasmi nella notte di Halloween, cioè giusto un attimo prima del giorno dedicato alla festa di Ognissanti ed a quello in cui si ricordano i morti.
Ma oggi, in questo caldo ottobre che ormai volge al termine, lo sguardo si indirizza verso quella forma di dolore che, a differenza della morte, non potendo rifarsi a dei riti o a delle tradizioni, difficilmente può essere raccontata e condivisa. A questo spazio si è cercato di dare almeno un nome: fine vita e, nel contempo, si è cercato anche di individuare dei luoghi e delle professioni in grado di far sì che il fine vita potesse essere accolto non come un anticipo della morte ma, appunto, come una parte della vita stessa.
L'argomento è talmente privato e spinoso per le implicazioni psicologiche, etiche, morali ed anche giuridiche, da rappresentare un tabù, qualcosa di cui è quasi impossibile parlare. Ed infatti, se tutti, ma proprio tutti, in città alla parola Brignano associamo immediatamente l'immagine del cimitero, sono certa che solo gli addetti ai lavori, o chi questo dolore lo ha toccato con mano, sanno cosa sia "La Casa di Lara".
La Casa di Lara è apparentemente difficile da trovare. Pur rientrando infatti nei servizi offerti dall'Asl, e pur essendo collocata presso l'ospedale Giovanni da Procida che, credo, sia il più antico nosocomio della città di Salerno, risulta essere un luogo separato e silenzioso ma non per cattiva volontà o trascuratezza ma perché, di questo sono certa, Casa di Lara, che è l'unico hospice presente al momento in città, così deve essere.
Un hospice è un luogo profondamente diverso da un ospedale, perché qui non si combatte più per cercare la guarigione, qui ci si arrende. Quando la malattia ha vinto, l'hospice offre al malato ed ai suoi familiari la possibilità di ritirarsi dalla battaglia, di non combattere più, di accettare le conseguenze estreme della malattia, ma senza perdere la dignità. Nella resa tutto cambia. Le stanze di degenza, ad esempio, nella Casa di Lara non sono individuate da numeri ma da nomi di fiori, il familiare non è un visitatore o qualcuno a cui dar conto ma è egli stesso una persona da accogliere, ascoltare, guidare, per far sí che possa affrontare al meglio il duro lavoro del lasciare andare. Persino gli arredi (dalle poltrone ai divani, dalle stanze di ritrovo, fino alla cucina presente in stanza) invitano il congiunto a fermarsi e non semplicemente a transitare.
Il malato, una volta arresosi, riprende ad essere una persona tutta intera, non è più identificato con la malattia, viene chiamato per nome, viene accudito e non solo curato. Il dolore non è più lo scotto da pagare, a fronte di una promessa di guarigione, ma qualcosa da arginare per lasciare spazio a parole, carezze, emozioni. Ed è proprio grazie a questa cura globale, a questo approccio integrato, che vede il malato (e non più la malattia) e la famiglia come un unico organismo, che spesso negli hospice avvengono dei "miracoli laici" che permettono ai malati di andar via più serenamente ed alle famiglie di accettare più serenamente la perdita.
Francesca Guglielmetti 20/01/2023
Fede calcistica e bias cognitivo in chiave Salernitana-Napoli
Immaginate un sabato di gennaio. Immaginate di essere davanti allo schermo, comodamente spaparanzati in salotto o, meglio ancora, seduti allo stadio. Immaginate l'attesa febbrile che precede la visione della vostra squadra, che si prepara a scendere in campo, e poi la concitazione, la partecipazione con cui la seguite per tutto il match. Immaginate poi tutti i 90 minuti che, certamente, nonostante i pronostici, potete, appunto, solo immaginare, perché al di là dei desideri, delle aspettative, delle ipotesi, il risultato di Salernitana-Napoli, ad oggi, proprio non lo conosciamo.
Ora però lanciatevi in avanti perché, ve lo assicuro con scientifica certezza, quello che accadrà dopo é tutto molto codificato: a partire dal terzo fischio dell'arbitro (ma in realtà anche durante la partita stessa), "noi" ci racconteremo delle cose e "loro" se ne racconteranno delle altre. La giusta decisione arbitrale per gli uni sarà vissuta come uno scandalo dagli altri, un fallo conclamato per una parte diventerà un insignificante contatto per l'altra. Fino ad arrivare alla frase che, quando tifosi di squadre diverse commentano la partita, arriva puntuale e, spesso, rabbiosa: "ma tu che partita hai guardato???". Una partita diversa da quella dell'altro, sempre, nonostante le sincere dichiarazioni di estrema oggettivitá di giudizio.
È nota la battuta che individua lo psicologo come colui che allo stadio, mentre il pubblico guarda la partita, si incanta a guardare i tifosi. Non molti anni fa, questa tendenza tutta psicologica ha dato i suoi primi frutti. Ed infatti un manipolo di talentuosi e curiosi studiosi dell’Università di York, poco soddisfatti dell'osservazione, per così dire, informale dei tifosi, mappando e comparando attraverso la risonanza magnetica l’attività cerebrale dei sostenitori del Manchester United e del Chelsea, mentre guardavano la propria squadra sfidare l’altra, hanno scoperto che le regioni del cervello coinvolte con il meccanismo della visione mostravano un’attività simile, mentre le aree dedicate alle funzioni cognitive presentavano grandi differenze tra i due gruppi.
Ossia, a parità di informazioni sensoriali, l'interpretazione che ne deriva sará diversa a seconda della "fede calcistica" del soggetto. Tim Andrews, professore del Dipartimento di Psicologia dell’Università di York, spiega ancora meglio il fenomeno, evidenziando che, quando si compara l’attività cerebrale dei tifosi della stessa squadra e di quelli di squadre rivali, nelle regioni sensoriali del cervello l'attività è coerente per tutti i partecipanti; o, in altre parole, tutti vedono ed ascoltano la stessa partita.
Tuttavia, nelle regioni frontali e sottocorticali del cervello c’è una correlazione tra i tifosi della stessa squadra, ma differenze significative tra i due gruppi. Questo è ciò che permette a fan di squadre rivali di sviluppare una diversa interpretazione della stessa partita. Una delle regioni del cervello che mostrava le differenze più grandi tra i due gruppi era il nucleus accumbens, un’area fondamentale per il sistema di ricompensa.
I ricercatori hanno ipotizzato che tale ultimo aspetto sia alla base della formazione di un bias cognitivo, ossia di un costrutto, di una convinzione che si fonda su percezioni errate o deformate o, anche, su pregiudizi e ideologie. L'essere tifosi di una squadra stimola la formazione di un bias di gruppo che favorisce la tendenza a sopravvalutare le capacità della cerchia a cui si appartiene, considerandone il valore o i successi come il risultato delle qualità di chi ne fa parte, ed a sottovalutare chi è in un gruppo estraneo, attribuendo i successi a fattori esterni, slegati dalle possibili capacità di chi vi appartiene (la squadra x "ruba" oppure "ottiene favori arbitrali").
In definitiva, semplificando e, ahimè, banalizzando, si crea un "noi" solido, granitico e ben rappresentato, che per restare tale deve poter individuare un "altro da noi" a cui contrapporsi e nel quale identificare un nemico, una minaccia. Questo meccanismo, in realtà molto arcaico, era funzionale nelle prime fasi dello sviluppo dell'umanità a far sí che si formassero delle comunità in grado di offrire senso di appartenenza e protezione (sensazioni che ancora oggi i tifosi dichiarano di percepire).
Certo, lo studio lascia quesiti irrisolti (in quanto molto più moderni) e, soprattutto, non offre una soluzione a quanti, e pare siano un po', trattandosi di un derby tutto sommato di recentissima nascita, si trovano a dover decidere con quale "noi" doversi identificare. Ma questa è tutta un'altra storia. Nel frattempo, godiamoci lo spettacolo accettando che, come ognuno ha la "sua" squadra, ognuno vedrá la "sua" partita.
Chiara Di Capua 20/01/2022
La gestione dello shock dopo aver subito una truffa o un furto
Dai carabinieri di Salerno e provincia arriva l’ennesimo avviso che mette in guardia non solo gli anziani, ma tutti i possessori di conti bancari: attenzione alle truffe telefoniche e via sms. In questi mesi si sta assistendo ad un aumento vertiginoso di denunce per truffe telefoniche, studiate alla perfezione per rendere credibile la richiesta d’accesso al conto bancario.
Ormai questa nuova frontiera del furto può essere inserita nella lista di eventi shockanti e traumatici che potrebbero interferire con il benessere psicologico, se non affrontati adeguatamente. A seguito di una truffa o un furto, la reazione più normale è quella di provare un mix di emozioni contrastanti verso se stessi, verso gli altri, verso le autorità preposte per la giustizia, ma provando a mettere ordine vedremo che è tutto normale ciò che si prova.
È molto importante ricordare che ogni persona reagisce agli eventi stressanti in modo diverso, quindi non c’è un modo giusto o sbagliato di reagire. La reazione ad un evento inaspettato e negativo dipende dalla personalità dell’individuo, dalla rete sociale su cui si appoggia e dalla resilienza. Vediamole una per una.
Personalità individuale: la personalità è un’organizzazione di modi di essere e di reagire nelle varie situazioni di vita ed è costituita dal temperamento (di base biologica) e dal carattere (di base ambientale). Per esempio, una persona dal carattere amichevole reagirà in modo sicuramente diverso da una persona dal carattere ostile.
Rete sociale: è l’insieme delle persone che interagiscono con l’individuo. Chi ha una scarsa rete sociale si sente meno stabile e meno supportato dall’ambiente circostante, più solo, soprattutto in momenti di difficoltà.
Resilienza: è la capacità di reagire e superare un evento traumatico o un momento difficile con le sole proprie risorse interne e di riorganizzare positivamente gli eventi.
Le fasi emotive dopo aver subito un evento negativo sono cinque, ma non è necessario che si verifichino tutte o in un ordine preciso, infatti la rielaborazione di un evento negativo richiede spesso il passaggio ripetuto su più fasi.
Shock emotivo: questa fase è caratterizzata da una forte confusione e disorganizzazione mentale e può durare fino a 72 ore dopo l’evento. Compare una sensazione di incredulità e irrealtà. Si cerca di ripercorrere l’evento mentalmente con il tentativo di dargli un senso. Le emozioni che si provano sono tristezza, rabbia, paura alternate in modo confuso.
Rifiuto: è una sorta di negazione delle proprie emozioni e le proprie preoccupazioni. Si evita di parlare dell’argomento e ci si dimostra forti all’esterno o come se non fosse successo nulla. Qui prevale una forte emozione di vergogna. Questo comportamento, se protratto, prolunga gli effetti negativi del trauma.
Tristezza: dopo aver accettato l’evento negativo, è probabile provare un forte senso di tristezza. È sconvolgente sentirsi truffati, la tristezza fa emergere il senso di perdita.
Rabbia: in questa fase è normale voler incolpare qualcuno per il danno subito, quindi ci si attiva con denunce e prevale il senso di giustizia. Qui potrebbe avvenire un passaggio delicato che non permette una sana elaborazione, cioè se la rabbia diventa negativa e connotata solo di sfumature di vendette. Ricordiamo che la rabbia non cambia il passato, non elimina ciò che ci è stato fatto, ma la si deve sfruttare positivamente per il futuro.
Paura: è l’ultima fase, quella in cui l’attivazione emotiva per il torto subito cala e in cui si prova a tornare alla vita di tutti i giorni. La fase della paura è normalmente la più difficile. Non è continua, compare spesso in situazioni che rimandano all’evento negativo o quando si è da soli. In questa fase restano i residui di vissuti di incapacità e vulnerabilità. Se sei stato vittima di una truffa o un furto, la prima cosa da fare è quella di chiedere sostegno: abbiamo già sottolineato l’importanza della rete sociale.
Il sostegno può essere trovato in modi diversi, chiedendo consigli alle forze dell’ordine, chiamando amici, familiari, vicini da casa o, nel caso in cui i sintomi siano troppo forti, uno psicologo. Non avere paura di chiedere aiuto ad altri per ricevere supporto emotivo e rassicurazioni. È altrettanto importante dare spazio alle emozioni: l’errore che commettono più spesso i familiari o gli amici è quello di minimizzare l’evento con frasi come “l'unica cosa che conta è che stai bene” o “sei stato fortunato, non ti hanno prosciugato il conto” o “dai, non è successo niente”.
Se si è vittima di un’esperienza scioccante si ha diritto di provare ed esprimere sentimenti negativi. Bisogna inoltre trovare i modi più pratici per reagire alla paura: attenzione a non subire passivamente l’evento, piuttosto attivati per sentirti più al sicuro in futuro, anche attraverso azioni pratiche. Infine è fondamentale mantenere la propria routine: cerca di tornare alla tua routine non appena possibile. Non perdere le tue abitudini e affronta le situazioni che ti creano paura, ricorda che più eviti le situazioni che temi, più la paura aumenta.