San Severino, a "Casa del Nonno 13" la Campania si siede allo stesso tavolo
Tra Valle dell'Irno, Amalfi e Irpinia, una cena a quattro mani diventa un racconto vivo di territori
Annamaria Parlato 01/04/2026 0
Casa del Nonno 13, a Mercato San Severino, nella Valle dell’Irno, non è stata semplicemente la rinomata e nota location in cui si è svolta la cena del 26 marzo 2026. È stata il punto in cui più geografie gastronomiche si sono sovrapposte fino a diventare una sola materia, densa, difficile da separare anche a distanza di ore. Questo percorso, però, non è nato per caso: il progetto delle cene a quattro mani è iniziato già lo scorso anno, costruendosi nel tempo attraverso un crescendo di collaborazioni e innesti sempre diversi, capaci di dare un plusvalore concreto alla struttura e di generare una risposta altrettanto concreta da parte della clientela, che ha continuato a tornare, con curiosità e partecipazione, ogni volta.
Con Gioacchino Attianese in cucina e Alessandro Pecoraro in sala a governare il ritmo e Claudio Lanuto arrivato da Amalfi, dall’Anantara Convento Grand Hotel, la cena non ha assunto la forma di una collaborazione, ma quella di una riflessione accesa tra linguaggi. In mezzo, a tenere tutto ancorato, i vini de I Favati di Cesinali a cura di Rosanna Petrozziello, che non hanno mai fatto da sfondo, ma hanno inciso sulle traiettorie dei piatti. L’inizio è stato immediato, quasi fisico con i finger food di Lanuto. Il pan brioche al burro affumicato con palamita scottata e limone salato ha aperto con una sensazione piena, grassa, subito attraversata da una lama acida che non ha ripulito ma ha ridefinito il morso.
Il raviolo caprese fritto ha portato dentro una memoria riconoscibile - la parmigiana di melanzane - deformandola con la robiola di bufala e una frittura asciutta, compatta. Non c’è stata nostalgia, ma una specie di compressione del ricordo. Attianese ha risposto senza rotture, lavorando in sottrazione. La tartelletta con caprino, piselli arrosto e camomilla si è mossa su toni bassi, ma precisi, con quella chiusura floreale che ha spostato tutto sul finale. Il cannoncino di mais, maiale e soia ha invece introdotto una componente più diretta, croccante e piena, quasi volutamente meno elegante, ma necessaria per tenere aperto il dialogo. Su questi passaggi, il Cabrì Extra Brut de I Favati: bollicina tesa, capace di attraversare burro, fritture e affumicature senza mai addolcire in maniera artificiosa, mantenendo il sistema in equilibrio.
L’antipasto di Attianese ha segnato un cambio di profondità. Il carciofo con seppia, aglio nero e fiori di borragine ha imposto un registro più scuro, fatto di amaricanti e fermentazioni leggere, con una componente marina mai esplicita ma persistente. Il Rose Season Campania IGT 2024 si è inserito in questo spazio senza alleggerire, ma dilatando: ha tenuto insieme la parte vegetale del carciofo e quella più grassa e sapida della triglia, senza scegliere un lato. Il risotto di Lanuto ha rappresentato il punto più netto dell’intervento amalfitano. L’Acquerello al pesto di basilico napoletano, con gamberi rossi crudi ed emulsione di salsa pizzaiola, ha mostrato una costruzione stratificata, dove ogni elemento è rimasto leggibile ma mai isolato. La dolcezza del gambero, la cremosità del riso e quella memoria calda della pizzaiola non si sono sovrapposte: si sono rincorse. Il Greco di Tufo Terrantica DOCG 2024 ha sostenuto questo equilibrio, lavorando sulla verticalità, trattenendo la componente dolce del crostaceo e dialogando con l’acidità del pomodoro senza mai entrare in contrasto.
Il secondo di Attianese ha riportato la cena su una dimensione più radicata, dove ormai la distinzione tra le due mani si è fatta meno evidente. Il sandwich di triglia con provola, scarola e pesto mediterraneo ha invece saturato il palato: pomodoro, olive nere, acciughe, capperi, una costruzione piena, quasi eccessiva, ma trattenuta da una logica precisa. Il Pietramara Fiano Riserva 2020 DOCG, ancora una volta de I Favati, ha imposto un tempo diverso: più lento, più profondo, quasi austero. Non ha accompagnato, ma ha obbligato a rileggere ogni boccone, a fermarsi. Il dessert ha chiuso il cerchio tornando ad Amalfi, ma senza concessioni. Il limone sfusato amalfitano (bavarese al cioccolato bianco e limone, cuore di albedo e buccia, crumble, gel e spuma al limoncello) è stato costruito per livelli, più che per dolcezza. Il limone non è stato decorativo, ma strutturale, a tratti quasi amaro, capace di lasciare una persistenza lunga, non accomodante: non una scia gentile che accompagna verso la fine, ma una traccia che insiste, che resta sulla lingua e sul palato come una memoria attiva, capace di riattivare ogni elemento del piatto anche dopo che il boccone è finito. Una persistenza che non chiude, ma riapre, che non consola ma tiene in tensione, costringendo a tornare con il pensiero - e quasi con il gusto - su ciò che si è appena vissuto.
Le coccole finali gentilmente offerte dalla struttura ospitante, macaron al caffè e tartellette alla fragola, hanno riportato la dimensione su qualcosa di apparentemente semplice, ma dopo un percorso così stratificato hanno funzionato come un’ultima distensione, non come una chiusura. A dare ulteriore coerenza alla serata è stata la conduzione della giornalista Rosa Iandiorio, che ha accompagnato gli ospiti indicando un approccio essenziale alla degustazione: lasciare spazio alla verità dell’esperienza, allo stare insieme e alla condivisione, sottolineando anche il fascino discreto del luogo, fatto di tempo sedimentato ed eleganza non ostentata.
A distanza, ciò che è rimasto non è stata la sequenza dei piatti, né la distinzione tra entroterra, costa e Irpinia. È rimasta la sensazione che, per una sera, la Valle dell’Irno, Costiera Amalfitana e l’Irpinia abbiano smesso di essere territori separati. Gioacchino Attianese ha tenuto la struttura, Claudio Lanuto ha inserito variazioni nette, I Favati ha dato profondità e continuità. E tutto questo è accaduto dentro uno spazio che ha continuato a chiamarsi “casa”, senza mai perdere quella prossimità concreta, quasi domestica, anche mentre il livello si è alzato. Una compressione reale di territori, tecniche e memorie, senza mai trasformarsi in dimostrazione.
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Annamaria Parlato 25/01/2025
Finalmente "Gioia" a Salerno: non più mare, ma cucina italiana di terra
Nella vibrante città di Salerno, tra le viuzze che conducono al lungomare, si trova un gioiello della gastronomia italiana: "Gioia Cucina di Terra". Il ristorante è in piazza Flavio Gioia, nota ai salernitani come "la Rotonda", una zona iconica della città che, durante il periodo invernale, ospita le celebri Luci d’Artista. Attualmente, la piazza è decorata con un grande UFO, circondato da una miriade di dischi volanti simili a meduse fluttuanti, regalando un'atmosfera suggestiva e quasi onirica.
Questo ristorante, guidato con maestria dalla chef Annapia Daniele, già nella scuderia Iapigio/Scognamiglio, e sostenuto dalla visione dei patron Enzo e Fabio Esposito e Marco e Guido Guariglia, è un inno alla cucina classica italiana, reinterpretata con sensibilità e rispetto per le tradizioni. Appena varcata la soglia del locale, si viene accolti da un'atmosfera raffinata; gli arredi, caratterizzati da materiali naturali e tonalità terrose, riflettono l'anima del ristorante: una celebrazione della terra e dei suoi frutti. La tavolozza di colori del design interno spazia sulle tonalità del verde, evocando un senso di armonia. Grandi tavoli in marmo, volutamente privi di tovagliette, contribuiscono a un’estetica moderna, che esalta la bellezza dei piatti serviti. La cura dei dettagli è evidente in ogni angolo, dalla mise en place alle luci soffuse molto intime.
La proposta di "Gioia Cucina di Terra" si fonda su un concetto chiaro: valorizzare i sapori autentici della cucina italiana, privilegiando ingredienti provenienti da aziende certificate e stagionali. La semplicità in cucina, qui, non è sinonimo di banalità, ma anzi di maestria e perizia. Proporre piatti iconici come la carbonara, la bolognese o la cotoletta con l'osso alla milanese, fritta nel burro chiarificato, a Salerno potrebbe apparire una scelta controcorrente, ma è proprio questa la chiave del successo del ristorante. Questa proposta sembra richiamare un ritorno agli anni '70-'80, quando le famiglie del Sud Italia si spostavano per assaporare i piatti classici e regionali, rivivendo il fascino di una tradizione culinaria ricca di storia.
La chef Annapia Daniele, con il suo talento e la sua visione, dimostra che riproporre i grandi classici italiani, in un contesto inaspettato come quello salernitano, è un atto di rispetto per la tradizione e, al tempo stesso, una sfida creativa capace di sorprendere e conquistare i clienti. Il piatto simbolo del ristorante è il filetto di manzo in umido con aglio, olio e prezzemolo, "Filetto Gioia", servito in una suggestiva padella di rame, porzionato per due. Questa ricetta, all'apparenza semplice, è un capolavoro di equilibrio e intensità, che riprende i grandi classici napoletani come la "carne 'a zuppetella" o "a carn' 'a libbretto" cotta in padella con la sugna.
La carne, tenera e succosa, si sposa perfettamente con la delicatezza dell’olio extravergine d'oliva e l'aroma fresco del prezzemolo. L’aglio imbiondito, dosato con maestria, aggiunge un tocco pungente che esalta i sapori senza sovrastarli. La scelta della padella di rame non è solo estetica: questo materiale permette una cottura uniforme, contribuendo a preservare la morbidezza e i succhi del filetto, in cui è d’obbligo inzuppare un pezzetto di pane per la "scarpetta". Si consiglia di accompagnare il piatto con una gradevole porzione di zucca arrostita: il peperoncino presente nella verdura donerà ancora più spinta al boccone.
Tra gli antipasti spicca una creazione che è una vera euritmìa di sapori: l’uovo pochè, servito con una spuma di sedano rapa, cardoncelli ripassati e pancetta croccante. Le uova provengono dall'azienda biologica "L'Uovo d'Oro" di Campagna (SA), nota per la qualità straordinaria del suo prodotto. Cremose e altamente digeribili, queste uova non lasciano cattivi odori su bocca, piatti o posate, offrendo un’esperienza di gusto pura. La consistenza setosa dell’uovo si combina armoniosamente con la cremosità della spuma e il contrasto croccante della pancetta, mentre i funghi cardoncelli aggiungono una nota avvolgente.
Tra i primi, la chitarra al burro zangolato a mano, parmigiano e tartufo nero, è un capolavoro di semplicità, un comfort food che coccola. La pasta fresca utilizzata appartiene alla linea "Le Matassine all'uovo" del Pastificio Cav. Giuseppe Cocco di Fara San Martino (CH), garanzia di qualità abruzzese. Perfettamente al dente, la chitarra è avvolta da una crema vellutata di burro e formaggio, mentre il tartufo nero dona al piatto un’aromaticità intensa e inebriante.
Il dessert "tre cioccolati" rappresenta il gran finale perfetto di una cena indimenticabile. Si tratta di una composizione articolata e deliziosa: ganache di cioccolato al latte, cioccolato fondente croccante, namelaka al cioccolato bianco e vaniglia, il tutto adagiato su un biscotto di pasta sablé con nocciole dalla tostatura strong. Ogni elemento contribuisce a un equilibrio sublime tra dolcezza, croccantezza e cremosità, regalando un’esperienza dolce senza pari. A rendere l’esperienza culinaria ancora più completa c’è la carta dei vini, bollicine e distillati, curata dal sommelier Isidoro Menduto.
"Quando sei felice bevi per festeggiare. Quando sei triste bevi per dimenticare. Quando non hai nulla per essere triste o felice, bevi per far accadere qualcosa", ama sottolineare Menduto, sintetizzando con poesia l’arte del brindare. La selezione spazia dai grandi classici italiani alle novità internazionali, con un’attenzione particolare ai grandi formati. Ogni etichetta è scelta per accompagnare e valorizzare al meglio i piatti della chef, trasformando ogni sorso in un viaggio di scoperta.
"Gioia Cucina di Terra" è più di un ristorante, un concetto che va oltre, è un tour sensoriale attraverso l’Italia. La passione e la competenza della chef Daniele si percepiscono in ogni piatto, rendendo ogni pasto un’esperienza appagante. Se siete a Salerno e desiderate assaporare la vera essenza della cucina italiana, questo locale merita senza dubbio una visita. Uscirete con il cuore pieno di “gioia” e il desiderio di tornare al più presto.
Redazione Irno24 23/03/2026
"Pasqua d'Artista", Salerno celebra l'eccellenza della pasticceria artigianale
Salerno si prepara ad accogliere un nuovo appuntamento culturale ed enogastronomico dedicato alla tradizione dolciaria pasquale. Venerdì 27 e sabato 28 marzo 2026, il suggestivo Tempio di Pomona ospiterà la prima edizione di Pasqua d’Artista, il progetto ideato e organizzato da Erre Erre Eventi per valorizzare l’alta pasticceria artigianale nel periodo più simbolico dell’anno.
Non un semplice evento espositivo, ma un format culturale pensato come un “salotto” dell’artigianalità d’eccellenza, in cui colombe, pastiere e uova di cioccolato diventano espressione di identità, memoria e competenza tecnica. Protagoniste dell’evento saranno: la pastiera, simbolo identitario della tradizione campana; la colomba artigianale, frutto di lunghe lievitazioni e alta competenza tecnica; le uova di cioccolato d’autore, espressione creativa della lavorazione artigianale.
Durante le due giornate, il pubblico potrà degustare, conoscere e acquistare direttamente dai Maestri pasticcieri le proprie produzioni, a condizioni dedicate riservate all’evento, in un rapporto diretto che restituisce centralità al dialogo tra artigiano e consumatore. L’obiettivo è riportare al centro la qualità, la manualità e il valore culturale della pasticceria pasquale, distinguendola dalla produzione industriale standardizzata.
Annamaria Parlato 30/08/2022
Casta e pudica, la Santa Rosa è nata in un convento ma poi si è evoluta
Tra Amalfi e Positano, mmiez'e sciure
nce steva nu convent'e clausura.
Madre Clotilde, suora cuciniera
pregava d'a matina fin'a sera;
ma quanno propio lle veneva 'a voglia
priparava doie strat'e pasta sfoglia.
Uno'o metteva ncoppa, e l'ato a sotta,
e po' lle mbuttunava c'a ricotta,
cu ll'ove, c'a vaniglia e ch'e scurzette.
Eh, tutta chesta robba nce mettette!
Stu dolce era na' cosa favolosa:
o mettetteno nomme santarosa,
e'o vennettene a tutte 'e cuntadine
ca zappavan 'a terra llà vicine.
A gente ne parlava, e chiane chiane
giungett'e' recchie d'e napulitane.
Pintauro, ca faceva 'o cantiniere,
p'ammore sujo fernette pasticciere.
A Toledo nascette 'a sfogliatella:
senz’amarena era chiù bona e bella!
'E sfogliatelle frolle, o chelle ricce
da Attanasio, Pintauro o Caflisce,
addò t'e magne, fanno arrecrià.
So' sempe na delizia, na bontà!
Quando si parla di sfogliatella Santa Rosa, l’immaginazione è forte e subito balzano alla mente scene di monache dai lunghi abiti candidi, con i copricapi neri, che gioiose e rubiconde preparano dolci in segreto nell’antica cucina settecentesca del monastero sospeso sul mare, in quel di Conca dei Marini in Costiera Amalfitana, patrimonio Unesco, un luogo magico dove il tempo sembra essersi fermato.
Leggende e aneddoti vari si mescolano ai pochi documenti d’archivio esistenti e ai testi di storici locali, tanto da creare attorno alla fama di questo dolce un’aura di mistero. Il dolce comunque si sa che nacque per sbaglio, grazie alla genialità di una suora addetta alla cucina, che per evitare gli sprechi di cibo, mentre impastava del pane, decise di dar vita con gli avanzi di quest’ultimo ad una sfoglia ripiena delle cose che il monastero produceva: frutta, liquori, strutto.
Adagiò quindi sulla “pettola”, rimpastata con sugna e vino bianco, della frutta secca rigenerata in liquore agli agrumi, probabilmente limoni, della semola cotta nel latte e zucchero. Ricoprì il tutto con una seconda “pettola” e richiuse, dando la tipica forma a cappuccio, triangolare ma con l’estremità più allungata. Il dolce infatti è conosciuto anche con l’appellativo di “monachina”. Alla madre superiora piacque tanto e ordinò subito che venissero prodotte in grande quantità e vendute ai contadini attraverso una ruota, come forma di sostentamento per il convento, in cambio di alcune monete.
La Santa Rosa ebbe subito una larga diffusione fino a quando, nel XIX secolo, il napoletano Pasquale Pintauro riuscì a procurarsi la ricetta segreta grazie ad una monaca, forse sua zia, portandola nella sua osteria a Via Toledo, che trasformò in secondo momento in laboratorio-pasticceria. Cambiando leggermente la forma e gli ingredienti, fece nascere la sfogliatella sia nella variante riccia che frolla, con un ripieno di semola, ricotta, canditi, latte, uova e zucchero.
Oggi la Santa Rosa si presenta nella sua veste contemporanea, ma tradizionale, attraverso un croccante involucro di sfoglie sovrapposte a strati fittissimi e un ripieno di ricotta, semolino, canditi, uova, aromi, spezie e all’esterno una corona di crema pasticciera con amarene intere e zucchero a velo.
Il convento o conservatorio domenicano di Santa Rosa de Lima fu edificato nella seconda metà del XVII secolo (1681). Ristrutturato secondo criteri conservativi e con rispetto filologico, dal 2012 è un Boutique Hotel di lusso con Spa e ristorante annesso, alla cui guida c’è lo chef stellato Alfonso Crescenzo. Fu costruito ad opera di Sorella Rosa Pandolfi, della nobile famiglia Pontone della Scala, che si stabilì a Conca e a cui fu regalata la Chiesa di Santa Maria di Grado, che essendo quasi in rovina fu ampliata attraverso la realizzazione di un monastero, per ospitare le altre consorelle.
In questa chiesa si conserva una preziosissima reliquia detta “Capo di San Barnaba”, una delle più importanti in Costiera. Nel corso degli anni le suore sostennero la popolazione locale attraverso la realizzazione di un acquedotto per portare l’acqua corrente in Piazza Olmo. Misero a disposizione anche le loro conoscenze farmaceutiche per la preparazione di medicinali utili a combattere le malattie più comuni. Poi, con le leggi di soppressione degli ordini monastici, nel 1866 la casa religiosa fu destinata a scomparire e le ultime suore restarono lì fino alla loro morte.
Venne in seguito acquistato da un imprenditore romano e trasformato in albergo nel 1924. Infine, dopo la morte di PierLuigi Caterina, ultimo proprietario, l’immobile è stato rilevato dall’ereditiera statunitense Bianca Sharma, che lo ha recuperato con enorme sensibilità, conservando la sua forte identità storica.
Questa sfogliatella si presentava anticamente con un delicato e friabile involucro di pasta frolla lavorata con lo strutto, molto in voga nel XVIII secolo per racchiudere anche pietanze salate, ed ospitava al suo interno della ricotta vaccina dei Monti Lattari, semola, cannella, scorzette di arancia candita o frutta proveniente dall'orto delle monache e rosolio ottenuto dall’infusione di limone, arancia e una parte di liquore.
Un pasticcere napoletano in epoca più moderna pensò bene di utilizzare lo stesso “scheletro” della sfogliatella Santa Rosa, ma variandone la forma e il ripieno. Oggi, nelle pasticcerie salernitane e non solo, è possibile trovare anche la coda d’aragosta o apollino, il cui ripieno è costituito da panna, crema chantilly o crema al cioccolato. Il cavaliere Romolo Mazza fu pioniere a Salerno nella produzione di code d’aragosta, che sono poi diventate fiore all’occhiello della pasticceria gestita attualmente da sua moglie e dai suoi figli.
La Santa Rosa può essere abbinata per quanto riguarda il beverage a un passito di Primitivo o di Falanghina per gli amanti dei vini. Invece, per una scelta più trendy potrebbe sposarsi alla perfezione l’accostamento di una birra artigianale fruttata come una lambic alla frutta, una stout, una Witbier, una Porter, una Weizen, una Ale invernale o speziata.