Viva la vida! Una nuova Frida Khalo nelle tele di Paola Quatrale
Nel progetto FridⒶM, l'artista compie un atto di resistenza e rivoluzione per la conquista delle libertà
Annamaria Parlato 25/04/2023 0
Da Baronissi grida appassionate e atti rivoluzionari, quelli di Paola Quatrale, classe '73, moglie, mamma, insegnante di materie umanistiche, esperta di grafica e pittrice, che non hanno trovato barriere e confini ma che si sono diffusi a macchia d’olio per porre in essere una ribellione attenta e pregna di significati subliminali attraverso il progetto "FridⒶM".
Un omaggio su tela che la Quatrale ha voluto dedicare ad uno dei capisaldi dell'arte contemporanea, la pittrice messicana Frida Kahlo, che con la sua arte ha cambiato radicalmente sia la pittura dell’America Latina sia il pensiero socio-politico dagli anni '30 sino ai giorni nostri. I dipinti di Kahlo sono stati un riflesso delle sue esperienze personali, incluso il suo dolore fisico ed emotivo. Ha sofferto di poliomielite da bambina ed è stata coinvolta in un grave incidente d'autobus da adolescente, che l'ha traumatizzata per tutta la vita, causandole atroci sofferenze.
Frida ha saputo mescolare temi tradizionali messicani e stile contemporaneo, contribuendo a dare impulso al ruolo delle donne nel mondo dell'arte. Il suo stile è stato influenzato dalle culture indigene del Messico e dalle correnti artistiche europee, come realismo, simbolismo e surrealismo. Gli autoritratti di Frida Kahlo erano molto più che semplici rappresentazioni di se stessa o del mondo che la circondava. Piuttosto, le sue opere d'arte fungevano da strumento di espressione, un modo per lei di tradurre visivamente i suoi ricordi e le idee complesse che attraversavano la sua mente.
I suoi autoritratti, in particolare, erano carichi di dettagli nascosti e ricchi simbolismi che, una volta scoperti, rivelavano una visione più profonda dell'artista. Uno degli autoritratti più significativi di Kahlo fu “Autoritratto con collana di spine e colibrì”, che secondo alcuni storici dell'arte fu la dimostrazione che la Kahlo fosse resuscitata e avesse iniziato una nuova vita. A riprova di ciò, il colibrì viene sistemato tra i suoi capelli. La collana di spine intorno al collo simboleggiava il dolore che aveva sopportato nella sua vita.
La Quatrale, partendo dalla conoscenza approfondita del “modus pingendi” della Kahlo, ha esibito con la sua mostra una rilettura dei più celebri autoritratti di Frida, mettendo in luce gli aspetti del suo tormentato vissuto dai toni magici e misteriosi ma intrisi di fascino, colore e “verdad”. E se Frida è nata con una rivoluzione, quella del 1910, vediamo invece l’artista Quatrale cosa ha voluto trasmetterci attraverso la sua arte, che è quasi una riconciliazione con il mondo circostante, con le proprie radici, senza abbandonare mai il passato ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro. Le opere di Paola Quatrale sono già state esposte a Napoli, Pontecagnano, Pisa e Castiglione del Genovesi.
E' interessante che per la mostra "FridⒶM" tu ti sia ispirata a Frida Kahlo, pittrice, attivista e personaggio di spicco nel panorama culturale latino e successivamente del mondo intero. Perché hai pensato proprio a lei?
Il mio interesse per Frida è nato in modo casuale, ma forse non troppo, era solo in attesa di venire al mondo. Prima di impugnare il pennello e miscelare colori, ho percorso km di sudate carte: ho letto biografie, romanzi, lettere e diari di e su Frida che, immediatamente, mi hanno catapultato nel suo “magico realismo”. Inoltre, attraversando il suo mondo d’immagini, mi sono ritrovata al cospetto di un’icona che ha immortalato, con la sua arte e la sua vita, l’essenza della libertà. Da qui l’idea della mostra e del titolo FRIDⒶM.
Il 17 settembre 1925 è stata per Frida Kahlo una data significativa: sia una tragedia che una rinascita. A te è mai capitato di rinascere dopo una fase della tua vita, non per forza negativa?
Nella vita si muore e si rinasce continuamente. L’incidente a 18 anni fa morire la Kahlo, che si stava preparando a diventare medico, ma farà nascere Frida, l’artista, l’attivista e l’icona che il mondo intero conosce. La “tragedia” recente che mi ha scombinato la vita – come a tutti noi – è stata la pandemia, soprattutto durante il primo lockdown, che mi ha obbligato a fermarmi e riprogrammare il mio tempo, che ho messo immediatamente a disposizione dell’arte, il mio primo amore. Un evento che ha costretto la Quatrale a farsi da parte e lasciare spazio a PQ, come firmo le mie tele.
Nella vita sei insegnante. Ti trovi più a tuo agio a scuola o vestendo i panni dell'artista?
Passare dalla penna ai pennelli è un attimo. Impugno entrambi con la medesima determinazione e abnegazione. In fondo, il verbo “insegnare” si declina sia da dietro una cattedra sia dinanzi a un cavalletto: sono modi diversi per lasciare un “segno”, un privilegio carico di responsabilità.
Sei autodidatta o hai intrapreso un iter formativo e scolastico specifico per quanto riguarda la pittura?
Ho seguito studi artistici fin dall’inizio. Ho iniziato spiando mio padre all’opera, cercando di carpire tecniche e rubando un po’ di materiali (soprattutto pennelli e colori). Alle elementari, la maestra già aveva intuito questa mia sensibilità artistica, insinuando sentimenti e velleità d’artista. Alle medie, poi, la professoressa di arte, che ancora ricordo con molta riconoscenza, mi ha incoraggiato a imboccare questa strada, fornendomi i primi strumenti per percorrerla. Mi ha condannata alla ‘divina maledizione’ dell’Arte.
Alle superiori ho scelto e voluto frequentare studi artistici, cosa che ho perseguito anche all’università: prima dal punto di vista tecnico-pratico, poi critico-teorico, al fine di avere una formazione completa, senza lasciare mai nulla al caso. Ma si sa che il caso regna sovrano nella vita come nell’arte. Per questo sono tanti i maestri che ho incrociato nel mio percorso, fino ad arrivare a me stessa.
Quali sono i tratti salienti della tua pittura?
Ogni progetto ha le sue esigenze tecnico-espressive. In questo momento ho la necessità di esprimere delle emozioni e dei concetti, ed è da ciò che scaturisce poi la tecnica usata. Evito di entrare nei dettagli per non annoiare. Dico solo che, per quanto concerne il progetto, ho utilizzato tecniche e tratti specifici, perché ho voluto fin da subito fare esplodere i colori, quelli del Messico, soprattutto della sua rivoluzione.
Come Frida, la quale ha sempre sostenuto di essere nata non nel 1907 ma nel 1910, anno della rivoluzione (non a caso la prima tela del mio progetto s’intitola "Mexico MCMX"), anche FridⒶm nasce da una sorta di ribellione. Quindi tecniche e colori sono stati utilizzati e piegati al fine di manifestare quest’esigenza. E si sa che ogni rivoluzione, come la libertà, ha i suoi toni forti e tratti decisi.
Anche tu come Frida sei un'attivista nel tuo piccolo: quale messaggio politico pensi di lanciare attraverso la tua arte?
C’è un libro di Vincenzo Trione dal titolo “Artivismo” che può rispondere a questa domanda: ogni gesto artistico è, o dovrebbe essere, una denuncia, un gesto rivoluzionario, un atto di disobbedienza civile. Si parla tanto di cittadinanza attiva, tutti siamo chiamati a contribuire alla tutela del bene comune. Anche l’arte deve fare la sua parte, anzi soprattutto essa deve ‘attivarsi’ per tenere vive e vigili le coscienze. Il professor Trione lo dichiara esplicitamente: «La loro [quella degli artisti] missione è combattere per la verità, per la condivisione, per la libertà». Questo è FridⒶm.
Analizzando le tue opere si evince che FridⒶm è la rivolta delle donne, è la resistenza delle minoranze discriminate e oppresse. Il pensiero vola immediatamente verso le donne ucraine e iraniane che stanno soffrendo terribilmente. Quanto è potente secondo te l'arte in generale e sino a che punto potrebbe influenzare la società affinché si possa porre un freno e una fine a tali scempi?
Ironia della storia: le prime grandi discriminazioni sono state fatte ai danni di una maggioranza, le donne, in fondo anche dei popoli, per tutelare i privilegi di oligarchie maschiliste e tiranniche. Comunque, al di là di maggioranza e minoranza, la mia arte, il mio impegno artistico, prima di tutto sono una rivendicazione dei diritti delle donne, siano esse iraniane, ucraine, afgane, nigeriane e di ogni altra etnia o provenienza. FridⒶm è un modo per manifestare vicinanza e solidarietà a tutte le “mie amate sorelle”, come sosteneva l’attivista giapponese Nakajima Shōen. Oltre a manifestare e denunciare, ho voluto anche raccontare che esistono tutt’oggi società virtuose di stampo matriarcale, che rappresentano la vera alternativa al sistema socio-economico capitalista e maschilista.
Per questo, tutte le mie Frida sono un costante richiamo alle donne tehuane - ho dedicato a esse una serie di tele dal titolo, non a caso, Tehuane - le quali hanno dimostrato che una comunità guidata dalle donne, e basata sul dono e la condivisione, come quella dell’istmo del Tehuantepec, può rappresentare l’alternativa all’imperialismo machista. Non saprei dire quale potere abbia l’arte dinanzi agli orrori delle cronache, se abbia la forza di frenare o addirittura arrestare tali scempi; di una cosa però sono certa: che denunciare, informare e fare emergere verità storico-politiche possa innescare un cambiamento. Il potere è solo nelle “mani” del popolo, dei cittadini, non fra le “dita” dell’arte.
Hai ammesso di aver assorbito il motto di Frida "Viva la Vida": dove trovi tutte le energie per affrontare le difficoltà che la vita quotidianamente mette davanti al nostro cammino?
L’energia che mi ha spinto a ribadire quella frase tanto nota, «Viva la vida», mi arriva direttamente da Frida, che ho cercato di tradurre con le mie opere. Ad esempio, nella tela “Io ho in mente me”, faccio appello a quel sacro ‘egoismo’, premessa necessaria per amare gli altri, partendo da se stessi. Come diceva Frida: «Innamòrati di te, della vita e dopo di chi vuoi». Ma quel vigore scaturisce anche dal dolore e dalla sofferenza di una colonna spezzata, che nella mia tela si trasforma in “Colonna portante”: la sofferenza che diviene forza, resilienza e addirittura supporto.
La sofferenza come “Passione”, un luogo sacro della vita, che ho cercato di dare forma in alcuni ritratti: la “Passione di Frida” e “Santa Frida”. Tale sacralità confluisce nell’opera che chiude il mio progetto, “Viva (la) Frida”, un inno alla vita che vuole essere il manifesto di un essere completo, in armonia con se stesso e con gli altri, in una sorta di perfezione androgina cui allude Platone.
Pensi di continuare a dipingere, magari puntando ad altri progetti futuri da realizzare?
Non è mai l’artista che decide, ma è l’opera che si serve dell’artista quando e se vuole nascere.
Ringraziandoti per la schiettezza e la disponibilità nel rispondermi, chiudiamo con un'ultima domanda: la Quatrale è più Frida o Paola in questo momento?
Prima di tutto, sono io a ringraziare Te, Direttore, per avere dato spazio e voce alle mie Frida e a quello che rappresentano: il diritto/dovere di essere FridⒶm. E ringrazio tutti i lettori del Tuo quotidiano. Chi è la Quatrale? Pirandellianamente, lotto ogni giorno per liberare l’essere dalla prigione di un nome.
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Anna De Rosa 19/09/2023
La dignità umana alla base del percorso letterario di Mario Farina
Mario Farina è uno scrittore salernitano che fa un lavoro immenso nel tradurre in vernacolo napoletano opere come Il Vangelo e la poesia di Dante Alighieri. E’ membro di varie associazioni culturali e sociali, tra cui l'Auser Salerno Centro, ha pubblicato numerosi libri di vario interesse, presentandoli in location istituzionali.
Dove sei nato?
Nel centro storico di Salerno il 7 dicembre 1945, a pochi metri dalla Chiesa di Maria Santissima delle Grazie. Ricordo con nostalgia la mia fanciullezza, nonostante la povertà e l’abbandono di quel triste e doloroso periodo del dopoguerra. Famiglie numerosissime vivevano nei bassi, nei sottoscala e nei sottotetti. Soffrivano malattie, fame, miseria e mancanza d'aria. La mia casa, piccolissima, era immersa nel verde, sempre accarezzata dai raggi del sole. Affacciava sul Giardino della Minerva e sul Golfo. Eravamo in 9 con mamma e papà, vivevamo nel bisogno: ricordo che andavo scalzo o con gli zoccoli anche d’inverno, quando pioveva i piedi s’impregnavano tanto.
Dove vivi?
Vivo a Salerno, nel quartiere Torrione. Maestro elementare in pensione, sono sposato dal 1965 ed ho quattro figli e sette nipoti. Dei quattro figli, la maggiore, laureata in pedagogia, insegna Religione nella scuola elementare, gli altri sono docenti di ruolo nelle scuole statali ad indirizzo musicale. Sono stato autodidatta: da sposato, ho conseguito l’abilitazione magistrale e successivamente l’idoneità alla professione docente.
Perché la voglia di scrivere? Cosa cerchi di comunicare?
Per il desiderio di esprimere il mio pensiero sui molteplici problemi esistenziali. Mi porto nel cuore, fin da piccolo, le sofferenze della mia gente (quella dei miei vicoli) e le folle di mendicanti che nel dopoguerra si recavano all’Ospizio della Pia Casa di ricovero (annesso alla chiesa della Madonna delle Grazie) per ricevere nelle loro gavette un po’ di pasta, un secondo e un tozzo di pane.
Mi porto addosso, con orgoglio, il retaggio d’una vita vissuta intensamente e non priva di tantissimi ostacoli ed amarezze, che hanno temprato il mio carattere fin da quando, a dieci anni, andavo a vendere ghiaccioli nelle campagne e nei vicoletti della zona orientale di Salerno. Una vita da guerriero, la mia, che benedico dal profondo del cuore, perché mi ha permesso d’essere un buon educatore in famiglia e nella scuola.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Negli anni novanta, quando sentii l’esigenza di soddisfare il vivo e antico bisogno del mio spirito: riaffermare il rispetto della dignità di ogni creatura umana. Cominciai il mio percorso, letterario e umano, cercando una soluzione cristiana ai problemi sociali che affliggono quotidianamente le coscienze di folle di cittadini (lavoro, casa, previdenza, sanità, sicurezza sociale), ribadendo la necessità di porre l’uomo con i suoi bisogni al centro di ogni problema sociale.
Questa attenzione per “l’altro” è la “conditio sine qua non” per creare una pacifica e prosperosa convivenza umana e per consentire un pieno benessere fisico e spirituale della persona. Alla luce di questi principi, nel 1997 diedi alla stampa il mio primo libro “Dignità umana e sicurezza sociale”: in questo lavoro vi è l’espressione più profonda della mia anima, certamente inquieta, che freme davanti alle brutture della vita e alle innumerevoli contraddizioni della società.
Come nasce una tua opera?
Una mia lirica può nascere da una semplice idea, che piglia, alle volte, uno sviluppo creativo inaspettato: parto da un’idea e ne trovo altre. La lirica è da me particolarmente apprezzata, perché riesce in pochi versi a cogliere l’atmosfera musicale delle cose, a riprodurre il mondo favoloso e suggestivo della mia infanzia. La mia anima si perde nella bellezza dei ricordi più dolci e puri: “E ssonno, mente vaco sulo sulo / pe ‘sti viche sulagne, / ‘ddó nce passava mamma, / addó jévo vulanno / criaturo cu ‘e cumpagne / comm’auciéllo libbero ncampagna”. La lirica riesce con pochi versi a descrivere e immortalare l’insicurezza e l’angoscia esistenziale.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
Spontaneamente o dopo lunga meditazione. Vari sono i temi trattati nelle mie liriche: l’amore, gli affetti, i ricordi, la nostalgia, l’umorismo, l’allegoria. Numerosi quelli a carattere sociale e umano: la condanna della guerra, il degrado ambientale, l’ingiustizia, la fede in Dio Padre, alle volte vacillante, ma sempre presente, la violenza di un mondo, che non rispetta la vita e i bisogni della persona, la brama di possesso, vista come la causa prima di quasi tutto il male che affligge le nostre società, il desiderio struggente di un mondo migliore per dare un senso alla vita.
Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?
Chi intende pubblicare un libro s’imbatte in tantissime difficoltà. I costi sono altissimi, sia che ci si rivolga a case editrici locali che a quelle di altre regioni. Le piccole case editrici, o anche solo le tipografie, si preoccupano solo di ricavare da una pubblicazione un lauto profitto. Alle grandi case editrici non interessano i piccoli e sconosciuti scrittori. Esse investono quasi sempre su personaggi già noti.
Cosa ti ha lasciato la pandemia?
Solitudine, angoscia e senso di abbandono. Ci ha annientato tantissime certezze! Ciò che più mi ha amareggiato è stata la lontananza dagli altri. E poi quella brutta museruola, che tutti chiamiamo mascherina! Da questa esperienza abbiamo imparato, e toccato con mano, che ognuno di noi non è nessuno senza gli altri. Saremo, spero, un po’ migliori nei pensieri e nel cuore.
Anna De Rosa 09/02/2022
Le "Armonie" di Vincenzo Caiella fra pittura e musica
Vincenzo Caiella, nonostante le sue potenzialità creative, ha dovuto dare sempre la priorità alle esigenze della vita, dal momento che, purtroppo, l’arte non paga. Nonostante l’Italia detenga i due terzi del patrimonio artistico mondiale, sempre più spesso i creativi di casa nostra sono costretti a emigrare.
In Italia non esistono stipendi per gli artisti a livello statale, a differenza ad esempio della Norvegia, dove un supporto viene riconosciuto agli artisti e di cui si può vivere tranquillamente. Un altro mondo rispetto al nostro Paese, dove l’artista, a meno che non sia già inserito in un contesto commerciale, non ha possibilità di sicurezze economiche. Visitando il sito di Vincenzo Caiella, è possibile vedere le sue varie fasi di ricerca creativa evolutiva, ma io sono rimasta affascinata dalla serie "ARMONIE", dove donne con cuffie ascoltano musica, immerse in un fiorire di natura vivacemente cromatica.
Dove sei nato? Dove vivi?
In Molise, in un paesino chiamato Mirabello Sannitico. Vivo a Salerno, dove la mia famiglia si è trasferita nel lontano 1963.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Ho iniziato a dipingere già da adolescente, ma solo per pochi anni, poi ho ripreso in età adulta, invogliato anche dal fatto che mia figlia studiava all’Accademia Belle Arti di Napoli. Dal 2010 la mia ricerca artistica non si è più fermata, confermando l’artista che sono e che nessuno immaginava. Dopo il periodo “astratto”, ho scelto il figurativo con una tecnica pittorica tutta mia, molto particolare e molto apprezzata, con la quale ho realizzato una serie di opere dal titolo “Baci, abbracci e tatuaggi” e subito dopo, sempre con la stessa tecnica, ho realizzato la serie “Respiri”.
Poiché ritengo che nell’arte non possano esistere limiti o remore, ho iniziato ad utilizzare tecniche più tradizionali, alternando acrilico e olio, a volte utilizzandoli insieme, rappresentando soggetti anche inusuali come lo sport o personalissime prospettive della mia città. Tra Salerno e Napoli ho realizzato alcune personali e partecipato a numerose mostre, tra le quali la Biennale d’Arte Contemporanea di Salerno.
Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare? Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
L'ispirazione nasce dal caso, da un'idea che colpisce e che a volte non ha un significato esplicito. La scelta del tema è in genere è la fase più importante, in modo assolutamente naturale visualizzo mentalmente l'opera e in genere più di una sullo stesso tema. Non cerco di comunicare qualcosa, se non l'invito all'osservazione di un'immagine non banale che, se suscita un'emozione o comunque una riflessione, ha già raggiunto il suo scopo.
I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo
Tutti i grandi del passato remoto e recente mi hanno in qualche modo influenzato, è inevitabile. Ricordo un amico artista che mi disse: "Non vado a vedere mostre d'arte per evitare di essere contaminato e rischiare di perdere la mia originalità".
Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?
Credo che le Istituzioni debbano svolgere (e in effetti alcune volte lo fanno) il ruolo di promozione dell'arte e degli artisti emergenti o comunque promettenti, che altrimenti devono affidarsi solo a galleristi e al mercato dell'arte, che non è promozione dell'arte ma affari.
Progetti futuri? Questi due anni con la pandemia per molti sono stati un tempo sospeso e di introspezione personale, tu come lo hai vissuto?
Nella fase iniziale della pandemia ho continuato a dipingere sul tema del mare, ora ho sospeso temporaneamente la pittura e sto dedicando il mio tempo alla mia seconda fonte di ispirazione e gioia, la musica, in particolare lo studio dei classici jazz con le mie chitarre.
Anna De Rosa 22/11/2022
Lo spirito creativo di Giovanna Avallone fra libertà, essenzialità e fantasia
Giovanna Avallone è una persona speciale, soprattutto per la sua natura libera, libera da tutto; fosse stata uomo, magari ora sarebbe una rockstar in tournée per il mondo. Questo è il suo essere libero e creativo, amante della natura con full immersion in lunghe camminate a piedi, con bagaglio l'essenzialità.
Bella donna, colta, disinvolta, potrebbe essere snob e chiedere la luna, ma a lei basta il mare e raccogliere sulle sue spiagge conchiglie e sassi preziosi, stravolgendo, in preda ad attacchi di creatività, l'habitat della sua casa, i cui poveri mobili, rigorosamente riciclati, implorano un posto definitivo per non scollarsi e scrostarsi. E sul muro blu del soggiorno ha dipinto l'albero della vita: in bianco, senza radici, ma ricco di rami che vanno lontano.
Per appagare il suo bisogno di camminare, ha creato il progetto "Due donne due mari", nell'ambito del quale, con altre donne, compie la traversata a piedi dal Tirreno all'Adriatico o allo Ionio, prossimamente al Mediterraneo, senza soldi. Come nel programma tv "Pechino Express", ma lei porta un messaggio contro tutte le violenze. "Le intermittenze dei cuori" è il titolo del suo libro. Giovanna prende a schiaffi e scuote il lettore con un inizio "monotono", ben rappresentativo della quotidianità vissuta dalle donne, come vuole un sistema patriarcale che fa leva sul bisogno di amore, di accudimento, che si dice sia nel DNA femminile: una mamma che cucina, porta le figlie a scuola; la sentite la monotonia?
Ma poi ecco scoprire che la protagonista, Nina, ha tante passioni, tanti amici, ama la natura e gli animali, la matematica, la fantascienza. Ha avuto amori importanti e delusioni, dubbi e incertezze. Ed ecco che un bel giorno Nina scompare, all'inizio si pensa al bisogno di staccare la spina dalla routine, una pausa volontaria con fuga breve. Poi amici e famiglia si rivolgono ai Carabinieri. Man mano, il mistero si infittisce e si riempe di colpi di scena, con gli amici che la cercano nei suoi luoghi, i boschi, e tante sorprese svolgono la matassa. Vite parallele, non svelo altro.
Dove sei nata? Dove vivi?
Sono nata a Vietri, abito a Cologna di Pellezzano ma vivo pienamente la città di Salerno.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Come tutti i creativi, ho iniziato fin da piccola, conservo ancora un quadretto realizzato alle elementari.
Perché la voglia di scrivere e dipingere?
Leggere, scrivere, dipingere e decorare mi fanno viaggiare con la fantasia, perché nella realtà non è sempre possibile.
Come nasce una tua opera? Cos’è per te l’ispirazione?
Soprattutto dalla natura in cui amo immergermi, adoro camminare per ore e ore. Amo il mare e tutto ciò mi ispira creativamente.
Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere?
La vita non è solo ciò che sta intorno a noi, nel nostro orto, è anche oltre.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
In modo istintivo, nell'emozione che ricevo.
Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?
Purtroppo non si dà merito al prodotto, vengono stampate opere a spese degli stessi autori. I concorsi, i premi sono già assegnati senza una vera apertura ai nuovi autori. Ho nel cassetto un testo di fantascienza, un editore mi ha stampato un'unica copia.
Come hai vissuto la pandemia?
Vivendo vicino a un bosco, con la mia famiglia e i miei cani, ho fatto lunghe passeggiate all'aperto. Caricandomi di energia per poter affrontare la chiusura di tutto, ho realizzato varie opere, dal dipingere su tele a decorare pietre e bottiglie; soprattutto ho realizzato un murale sulla parete del mio soggiorno, un albero bianco su fondale blu notte.
Progetti futuri?
Vivo la vita giorno per giorno. Famiglia, animali, natura, hobby, tanta creatività, organizzando eventi contro la violenza di genere e contro il bullismo con l’associazione "FELICITA", di cui sono presidente; attualmente, con soci e amici, sto realizzando un evento sulla prevenzione oncologica per il 16 dicembre, con una bella mostra di fotografie, video. E un calendario 2023, con apericena, "NUDI PER LA VITA" .