Solofra crocevia di esperienze sensoriali e culturali con Indivino 2025
Nona edizione della rassegna dal 19 al 21 settembre al Complesso di Santa Chiara
Redazione Irno24 13/09/2025 0
Il Complesso Monumentale di Santa Chiara, a Solofra, torna ad accogliere Indivino, la rassegna che unisce vino, cibo, cultura e territorio, giunta nel 2025 alla nona edizione. Dal 19 al 21 settembre, Solofra diventerà crocevia di esperienze sensoriali e culturali, che racconteranno la Campania del vino e delle tradizioni gastronomiche.
La manifestazione è ad ingresso libero e i visitatori potranno vivere l’esperienza delle degustazioni nel chiostro attraverso i banchi delle oltre 40 cantine presenti, in un percorso enogastronomico che guiderà tra vini bianchi e rossi delle diverse denominazioni irpine e salernitane. Accanto ai calici, sarà possibile assaporare piatti tipici, norcineria, formaggi e pasticceria della tradizione. Le serate saranno arricchite da spettacoli musicali e momenti di convivialità, mentre la città aprirà le porte dei suoi tesori con visite guidate alla Collegiata di San Michele Arcangelo e al centro storico.
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Annamaria Parlato 01/07/2026
Oma Sushi Bar, il Giappone incontra il Mediterraneo nella "nuova" Salerno
Salerno cambia pelle. Lo fa ormai da anni, con una trasformazione urbanistica che ha modificato il volto della città, restituendole un rapporto sempre più stretto con il mare. Dove un tempo c'erano aree poco valorizzate, oggi si apre un waterfront moderno, elegante e vissuto. Piazza della Libertà è probabilmente l'emblema di questa rinascita: un luogo che nel giro di pochi anni è diventato il nuovo salotto cittadino, tra passeggiate panoramiche, architetture contemporanee e locali che stanno contribuendo a creare un nuovo polo della ristorazione di qualità. Le aperture che si stanno susseguendo renderanno quest'area sempre più frequentata, non soltanto durante il giorno, ma anche nelle ore serali, trasformandola in una movida raffinata, dove l'esperienza gastronomica prevale sul semplice intrattenimento.
In questo contesto si inserisce Oma Sushi Bar, elegante ristorante affacciato sul mare, situato al primo piano di uno degli edifici panoramici di Piazza della Libertà. Al piano inferiore trova spazio Pescheria, anch'essa gestita dai fratelli Esposito-Guariglia, che rappresenta il punto di partenza di un progetto costruito sulla qualità assoluta della materia prima. Due anime complementari: una dedicata al pescato fresco, l'altra alla sua interpretazione attraverso una cucina contemporanea che unisce Giappone e Mediterraneo. Entrando da Oma, si percepisce immediatamente che nulla è lasciato al caso. Gli ambienti sono raffinati ma mai ostentati, con un design minimalista che lascia spazio alla vista del golfo. Il mare diventa parte integrante dell'esperienza, quasi un ingrediente invisibile che accompagna ogni piatto.
Ma è soprattutto in cucina che il progetto rivela la propria identità. A guidare la brigata c'è Gianluca Ventre, chef con diversi anni di esperienza nella ristorazione fusion giapponese, maturata tra Italia e Medio Oriente. Un percorso professionale che gli ha permesso di confrontarsi con culture gastronomiche differenti, affinando una tecnica rigorosa e una visione moderna della cucina orientale. Al suo fianco opera il sous chef Riccardo Cannizzaro, mentre completano la squadra Corrado Spadavecchia, la sakè sommelier Silvana Carrara e il bartender Antonio Carta, figure che contribuiscono a costruire un'esperienza gastronomica completa, dove ogni elemento dialoga con l'altro.
La filosofia dello chef è chiara: il sushi rappresenta soltanto una parte del racconto. La cucina di Oma esplora infatti numerose tecniche, con una particolare attenzione alla cottura alla brace, elemento distintivo del locale. Il fuoco non è utilizzato semplicemente per cuocere, ma per esaltare consistenze, sviluppare aromi e valorizzare una materia prima che rimane sempre protagonista. La brace è realizzata con carbonella di legno di bambù, combustibile particolarmente apprezzato nella cucina orientale per la sua elevata capacità calorica, la lunga durata e la combustione estremamente pulita. Quest’ultimo consente di raggiungere temperature elevate senza rilasciare aromi invadenti, preservando l'integrità delle materie prime ed esaltandone le caratteristiche naturali.
"Ogni ingrediente - spiega Ventre - deve mantenere la propria identità. La cucina fusion non significa confusione, ma equilibrio tra culture gastronomiche diverse. Il nostro obiettivo è rispettare il prodotto e raccontarlo attraverso tecniche contemporanee, senza mai snaturarlo". Il viaggio gastronomico ha preso il via con la tradizione più autentica del Giappone. E’ iniziato da una delicata zuppa di miso con tofu, alghe e cipollotto verde, accompagnata dagli edamame, i classici fagiolini di soia al vapore rifiniti con sale Maldon. Ad accompagnare queste prime portate è stato uno Hakushika Sparkling Sakè, fresco, delicatamente fruttato, uno spiccato sentore di vaniglia e crema pasticcera capace di preparare il palato senza sovrastarlo.
Qui è entrata in scena una figura ancora poco conosciuta in Italia ma fondamentale in un ristorante di questo livello: Silvana Carrara, sakè sommelier premiata dal Gambero Rosso nel 2024 come “miglior servizio di sala”. Diventare esperti di sakè richiede anni di studio. Non basta conoscere le etichette: occorre comprendere varietà di riso, tecniche di lucidatura, fermentazioni, lieviti, temperature di servizio, profili aromatici e soprattutto gli abbinamenti gastronomici. Se il vino racconta il territorio, il sakè racconta la precisione della tecnica giapponese, saperlo servire significa accompagnare ogni piatto con un equilibrio quasi millimetrico. La Carrara guida gli ospiti in questo percorso con competenza e discrezione, dimostrando come il sakè possa dialogare perfettamente anche con ingredienti mediterranei.
Il percorso è proseguito con una raffinata selezione di sushi. Gli hosomaki hanno alternato il filetto di tonno alla capasanta, mentre gli uramaki hanno sorpreso per equilibrio e pulizia dei sapori: uno ha racchiuso un gambero in tempura e avocado sotto una copertura di tartare di tonno; l'altro ha visto il salmone avvolto da avocado e impreziosito dalle sfere di ikura. Hanno completato la degustazione il sashimi di salmone, la ventresca di tonno e la spigola, tagli eseguiti con estrema precisione che hanno esaltato la qualità del pescato. L'abbinamento ha rotto volutamente gli schemi. Antonio Carta ha proposto un Gin Tonic estremamente essenziale, costruito con Ginetsu Double Yuzu, Mediterranean Tonic Water Fever-Tree e una semplice scorza di limone. Nessuna decorazione superflua, nessun artificio estetico. "Un cocktail - dice - non deve rubare la scena al piatto, ma accompagnarlo. La vera difficoltà è togliere, non aggiungere. Ogni ingrediente deve avere una funzione precisa". Una filosofia minimalista che si ritrova in ogni sua creazione.
E’ seguita una fragrante tempura di gamberi con mayo al lime e un'insalata di crescione con avocado e salsa al wasabi, che ha preparato il palato alle portate più strutturate. È qui che è emerso il lato più originale della cucina di Oma. Il medaglione di filetto di Black Angus è stato cotto alla brace e servito con una salsa di soia leggermente piccante. La carne ha mantenuto tutta la sua succulenza, mentre la brace ha aggiunto note affumicate, eleganti e mai invasive. Accanto è arrivato il Black Cod, anch'esso cotto alla brace dopo una lunga marinatura nel miso. La tecnica giapponese ha incontrato il mediterraneo, regalando un pesce morbido, intenso e incredibilmente aromatico. Il contorno è stato affidato ai peperoncini verdi di fiume fritti, completati da una salsa di soia dolce, che ha richiamato sapori familiari del Sud Italia reinterpretati con sensibilità orientale.
Ad accompagnare queste portate è arrivato il cocktail simbolo della casa. Costiera è un long drink che ha raccontato il territorio campano. Antonio Carta ha utilizzato l'Amaro Panorama delle Distillerie Russo di Mercato San Severino, limoncello, soda al basilico e chicchi di melograno. Il risultato è stato un sorso fresco, aromatico, dove la macchia mediterranea ha incontrato la mixology contemporanea. Un cocktail che ha pulito il palato senza coprire la complessità della cucina. Il finale ha mantenuto lo stesso livello scenografico.
La frutta è stata presentata come un piccolo quadro contemporaneo, con dragon fruit, frutta esotica e di stagione accuratamente disposta nel piatto. Accanto i mochi gelato nelle versioni mango-passion fruit, cocco e lampone. Ha chiuso il percorso un raffinato dessert al mango, costruito su tre consistenze: una mousse delicata, un cuore di composta di mango, cioccolato bianco e un crumble alle mandorle che ha aggiunto la necessaria componente croccante.
Dietro tutto questo c'è stata una visione imprenditoriale precisa. Tra i soci, Guido Guariglia è stato uno dei principali promotori di questo progetto, immaginando Oma come qualcosa di molto diverso dal classico locale destinato esclusivamente ai cocktail o alla movida. L'obiettivo è stato costruire un luogo dove il bere bene venisse messo al servizio della cucina, dove ogni dettaglio contribuisse a creare un'esperienza gastronomica completa e dove il panorama sul mare diventasse soltanto la cornice di un racconto molto più ampio. Un ambiente elegante, capace di accogliere chi avesse cercato qualità, ricerca e ospitalità, lontano dall'idea di un semplice bar in cui fare confusione.
Oma Sushi Bar rappresenta così una delle aperture più significative della nuova Salerno. Non soltanto perché porta in città una proposta fusion di altissimo livello, ma perché interpreta perfettamente la vocazione di Piazza della Libertà: diventare il luogo dove architettura, mare, cultura del cibo e convivialità trovano finalmente un punto d'incontro. Una destinazione che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici mediterranee, dimostrando come anche il sushi possa parlare, con accento giapponese, la lingua del mare di Salerno.
Annamaria Parlato 06/10/2026
De Luca Editori da Salerno ad Amalfi con "Il Tipografo", gourmet al femminile
Con quel mare di fronte e Amalfi a far da cornice, i pesci sono sembrati quasi saltellare ed entrare nel piatto, ammaliati dalla scia argentea della luna d’autunno. È stata questa l’immagine che ha accompagnato la degustazione a Terrazza Gutenberg, dove la cucina delle chef Angela Giordano e Gabriela Damico ha raccontato l’identità gastronomica dell’Hotel "Il Tipografo" di Amalfi. Una serata arrivata a distanza di qualche mese dall’inaugurazione ufficiale della struttura, avvenuta il 16 luglio 2026, e che ha permesso di scoprire più da vicino il progetto gastronomico affidato alle due chef.
L’Hotel "Il Tipografo" di Amalfi ha aperto ufficialmente dopo 8 anni di faticoso restyling, lungo la strada panoramica che da Amalfi conduce a Positano. Un quattro stelle concepito come art-hotel de charme, nato con l’ambizione di essere qualcosa di più di una struttura ricettiva: un contenitore culturale nel quale ospitalità, arte, territorio e impresa hanno convissuto. La data dell’inaugurazione non è stata casuale. Esattamente cinquant’anni prima, il 16 luglio 1976, i fratelli Giuseppe, Antonio e Carlo De Luca avevano fondato nello stesso luogo l’Hotel dei Cavalieri, rimasto attivo per oltre quarant’anni. Quella storia è ripartita attraverso un progetto completamente rinnovato e fortemente legato alla famiglia De Luca Editori di Salerno.
Il nuovo albergo è nato infatti con un’identità particolare: un progetto di ospitalità che ha messo al centro la cultura e il patrimonio artistico della Costa d’Amalfi. Le 41 camere e suite panoramiche hanno convissuto con una vasta collezione d’arte, che ha attraversato epoche e linguaggi, dai paesaggisti della Scuola di Posillipo ai pittori della Costa d’Amalfi, con nomi come Gaetano Capone, Raffaele D’Amato, Luca Albino e Pietro Scoppetta, fino ai maestri del XX secolo e ai ceramisti nordeuropei legati alla grande stagione della ceramica di Vietri sul Mare, tra cui Richard Dölker e Irene Kowaliska. Il progetto dell’albergo-museo è stato dedicato alla memoria di Giuseppe De Luca (1934-2013), che aveva raccolto negli anni un importante patrimonio d’arte legato a questa terra e alla sua amata Amalfi. Il nome della struttura ha invece guardato alla memoria di suo padre, Andrea De Luca, capostipite della famiglia, fondatore della storica attività tipografica e conosciuto semplicemente come "Il Tipografo di Amalfi".
Dentro questo intreccio tra memoria e contemporaneità si è collocata "La Terrazza Gutenberg", con lounge bar la cui drinklist è curata da Maurizio Lepore, il ristorante gourmet affidato alle chef Gabriela Damico e Angela Giordano, protagoniste di una proposta gastronomica che ha puntato ad arricchire il panorama della Costiera con una cucina personale e contemporanea. Ci è voluto carattere per scegliere la semplicità quando la cucina contemporanea ha offerto ogni giorno nuove occasioni per stupire. Angela, originaria di Minori, e Gabriela, marchigiana, hanno trasformato quella scelta in una cifra personale: una cucina precisa, tecnica, capace di lavorare sulle consistenze, sulle temperature e sui contrasti, ma sempre attenta a lasciare riconoscibile ciò che è arrivato nel piatto. Con loro ha lavorato la pastry chef Rita Mancieri, mentre in cucina è stato presente anche l’aiuto cuoco Babu. Una brigata nella quale la componente femminile ha occupato il centro della scena e ha espresso una forza che si è percepita tanto nell’organizzazione della cucina quanto nella costruzione dei piatti.
La degustazione è cominciata con il benvenuto della cucina, una piccola sequenza che ha già raccontato molto della filosofia delle chef. La bruschettina su foglia di limone, ricoperta di ricotta di bufala, alici di Cetara e pepe rosa, ha messo insieme la freschezza aromatica dell’agrume, la sapidità dell’alice e la morbidezza della ricotta. Un boccone semplice, immediato, costruito però su un equilibrio preciso. Poi è arrivato "Tonno fico", con fico caramellato e tataki di tonno: il mare ha incontrato la dolcezza della frutta e le due componenti si sono cercate attraverso consistenze e temperature differenti. A chiudere il benvenuto è stata l’oliva "finta ascolana" ripiena di genovese, una rilettura divertente della terra di Gabriela attraverso un grande classico, che ha racchiuso nella sua crosta croccante il profumo della carne e della cipolla. Tre piccoli assaggi hanno così messo subito in chiaro una regola: la tecnica è rimasta al servizio del sapore, senza mai diventare protagonista assoluta.
Tra gli antipasti è arrivato il cappuccino di mare, con totani in guazzetto al pomodoro, spuma di patate e limone. La parte marina è rimasta nitida, diventando una piacevole sorpresa sul fondo della tazza, mentre patata e limone hanno lavorato rispettivamente sulla morbidezza e sulla freschezza, trasmettendo proprio l’idea della schiuma cremosa che si forma sulla bevanda da colazione. Una preparazione apparentemente semplice, ma nella quale l’equilibrio ha fatto la differenza. È seguita Caprese Art, una composizione che ha portato nel piatto alcuni degli elementi più identitari della Campania: salsa al basilico, quattro varietà di pomodori (corbarino, datterino, cuore di bue, cannellino), bocconcino di mozzarella fritta, bocconcino di provola, stracciata di bufala e tarallo di Agerola. Una caprese contemporanea, costruita attraverso consistenze e temperature differenti, ma rispettosa della riconoscibilità degli ingredienti.
È proprio in questo passaggio che è emerso uno degli aspetti più interessanti della cucina di Angela e Gabriela: è potuta essere complessa nella preparazione e semplice nel risultato. Non ha cercato di confondere il palato, ma di accompagnarlo. L’uovo fritto dal cuore morbido, una "new entry" nel menù autunnale, ne è stato un altro esempio. Alla base sono stati disposti cipolla caramellata e spuma di patate, quindi porcini saltati e crumble di cacao salato. Il tuorlo è diventato quasi una salsa, la cipolla ha portato una dolcezza profonda, i porcini una nota terrosa e il cacao una sfumatura amara e salina, leggermente speziata in armonia con la tostatura della cipolla. Molte componenti, ma una lettura gustativa immediata.
Il primo è tornato al mare con la pasta mista mischiata di scoglio, accompagnata da un brodo di tracina, triglia, scorfano e gallinella e da una salsa al basilico. La preparazione ha affondato le radici nella tradizione marinara, di cui Angela è fiera, ed è stata riletta senza perdere la propria identità. Il brodo ha concentrato il sapore dei pesci, la pasta ha mantenuto una consistenza da "comfort food" e il basilico ha portato freschezza. "Esistono più di 500 varietà di pesci da scoglio in Costiera - ha raccontato Angela - ma tutti alla fine cucinano sempre gli stessi. Noi invece vogliamo cercare di far conoscere qualcosa di diverso ai nostri commensali, che spesso non immaginano quanto siano buone e prelibate determinate specie".
Dalla costa alla terra, il percorso è proseguito con la guancia di vitello cotta a bassa temperatura e glassata al miele, servita su una schiacciatina di patata aromatizzata con le erbe dell’orto e con carotine baby. La cottura lenta ha reso la carne fondente, il miele ha costruito una glassatura delicata e le erbe hanno riportato il piatto verso una dimensione vegetale e mediterranea. È stata una cucina che non ha avuto paura della tecnica, ma non ne ha fatto una dimostrazione. La cottura a bassa temperatura, le spume, le ganache e le diverse consistenze sono stati strumenti, non il fine. Il fine è rimasto il gusto.
Poi è arrivata Rita Mancieri, pastry chef dal curriculum pieno ed interessante, che ha completato il percorso con due dessert nei quali la tecnica è diventata materia da interpretare. "Eclissi di luna" è stato un dessert intenso, tipicamente in linea con il romanticismo e il mistero del mondo femminile, costruito con ganache agli arachidi, ganache alla gianduia, caramello salato, cioccolato bianco e spugna di cacao. Una sequenza di consistenze e sapori nella quale la componente tostata ha incontrato il cacao e la nota salina del caramello. Più fresco e colorato è stato "Pesca e Vino", con biscotto di frolla, ganache al vino, namelaka alla pesca, cubetti di pesca e gel al passion fruit. La frutta è rimasta protagonista, il vino ha aggiunto profondità e il passion fruit ha portato quella spinta acida che ha chiuso il dessert con equilibrio.
Il percorso al calice è stato accompagnato da Aimée, Irpinia Rosato DOC, mentre a fine pasto è arrivato Mueggen, Passito di Pantelleria dell’azienda Salvatore Murana, abbinamento ai dessert e chiusura intensa e mediterranea. Il lavoro del sommelier Antonio Pappacoda ha completato il percorso, costruendo il dialogo tra cucina e cantina e accompagnando ogni portata senza sovrastarne l’identità. La degustazione ha restituito così una cucina con una caratteristica precisa: non ha confuso la semplicità con la banalità. Ed è stata forse questa la forza più autentica di Angela Giordano e Gabriela Damico. Non hanno avuto bisogno di gridare la propria presenza attraverso piatti eccessivamente elaborati. La loro cucina ha parlato attraverso la materia prima, la memoria e la capacità di intervenire con misura.
Una cucina al femminile, dunque, ma soprattutto una cucina consapevole della propria forza, inserita in un progetto che ha scelto di fare della memoria il punto di partenza per guardare al futuro. Perché il nuovo Hotel "Il Tipografo" di Amalfi, nato dalla storia della famiglia De Luca e dal patrimonio culturale costruito nel tempo da De Luca Editori di Salerno, non ha semplicemente custodito il passato. Lo ha portato dentro una nuova idea di ospitalità, fatta di arte, paesaggio, cucina e accoglienza. E, mentre dalla Terrazza Gutenberg lo sguardo si è perso verso Amalfi, il mare sotto la luna ha suggerito quasi naturalmente il menù. Forse è proprio questa la magia della Costiera: quando il territorio è così potente, alla cucina resta il compito più difficile e più bello, quello di non coprirlo, ma svelarlo in tutto il suo fascino.
Annamaria Parlato 11/07/2025
"Il Mare sul Mare" dell'Embarcadero, piatto simbolo dell'estate salernitana
Sul lungomare di Salerno, dove il Tirreno sussurra storie antiche e la luce si rifrange tra vele e ombrelloni, c’è un piatto che lo incarna: "Il Mare sul Mare", la creazione-simbolo dello chef Antonio Perna del ristorante Embarcadero. Un nome che è un’ode al territorio e alla sua vocazione marinaresca, un’esperienza multisensoriale pensata per chi cerca un’immersione nelle profondità gustative del Mediterraneo.
Composto da due plateau complementari, "Il Mare sul Mare" accoglie l’ospite con un colpo d’occhio scenografico: ghiaccio, colori naturali, tagli netti e lucenti, erbe aromatiche che danzano come al vento di scirocco. Il primo plateau è un inno alla crudité più pura, con il mare che si esprime nella sua forma più autentica e vibrante: su base ghiacciata, celebra la nobiltà del frutto di mare con gambero rosso, mazzancolla, gambero viola, scampo, ostrica Gillardeau, tartufi di mare o cannolicchi secondo disponibilità, e una mousse ai ricci di mare dal gusto profondo ma elegantemente montato.
Il secondo plateau affonda nella tecnica del taglio alla giapponese, con una selezione di sashimi ottenuti da pesci esclusivamente di mare e, salvo rare eccezioni, del Golfo di Salerno: dentice reale, spigola, tonno rosso del Mediterraneo certificato ICCAT, ricciola in ceviche, cernia bianca. Quando la pesca è più scarsa, non mancano alternative degne, come triglie locali o, in casi eccezionali, salmone marinato in sale bilanciato, che non tradisce mai l’equilibrio del piatto.
A rendere ancora più sorprendente ogni boccone, l’accompagnamento di frutta di stagione marinata, scelta con attenzione per garantire un contrasto fresco, acido o dolce secondo necessità, e una serie di salse calibrate come tocchi di acquerello su una tela di mare: arancia salata, che regala un’eco agrumata e sapida; limone salato, più intenso e vibrante; aceto di Jerez, profondo e balsamico; salsa di lamponi o fragole, morbide, rosse, leggermente dolci. A guarnire il piatto, erbe aromatiche fresche come menta glaciale, frutti rossi e alghe che profumano di salsedine e natura, inseriti in punta di pinza per non coprire ma valorizzare.
La proposta di abbinamenti è consigliata dal curatore della cantina, Ivan Guzzo, che suggerisce bollicine metodo classico a dosaggio zero, come un Trento DOC firmato Fratelli Lunelli o un’Alta Langa dall’acidità netta e persistente, oppure un bianco fermo campano, come un Greco o un Fiano non eccessivamente corposi, capaci di accompagnare senza interferire. Per chi preferisse virare su un’eleganza più francese, lo Champagne base Pinot Nero – magari un Blanc de noirs giovane e fresco – offrirebbe struttura e profondità senza appesantire.
"Il Mare sul Mare" è il manifesto gastronomico dell’Embarcadero, piatto emblema scelto come slogan e visione. Ogni elemento parla della cura nella selezione del pescato, della connessione col territorio, della ricerca costante della qualità e della freschezza, ma anche dell’eleganza con cui Antonio Perna interpreta la cucina di mare in chiave moderna, essenziale, mai forzata. Al tavolo, tra la brezza che arriva dal porto e il luccichio del mare, questo piatto è paesaggio, identità e narrazione. È Salerno, con il mare davanti e il mare nel piatto.