La suggestione dell'attimo felice negli scatti di Giovanna Rispoli

Paesaggi marini e tramonti alla base della grande ispirazione dell'artista

Anna De Rosa 26/04/2022 0

Giovanna Rispoli è una fotografa, che durante l’adolescenza, ai tempi del Liceo Artistico di Salerno, ha avuto la fortuna di avere professori che sono stati e sono tuttora grandi artisti e critici d’arte. Si è fatta notare per il suo spirito di partecipazione alla realtà culturale di Salerno. Per una serie di motivi, ha vissuto un lungo periodo di silenzio creativo, interrotto circa due anni fa, quando si è rivestita di una “pelle nuova” ed ha ritrovato il suo spirito artistico e sono arrivate partecipazioni a collettive con le sue fotografie.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata a Salerno e vivo a Pellezzano.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Nel lontano 1985, quando scelsi di iscrivermi al Liceo Artistico. Gli anni della mia formazione completa li ho avuti negli anni '90, quando, ancora liceale, frequentavo gli studi di alcuni maestri d’arte come Matteo Sabino e Sergio Vecchio. Due grandi maestri di cultura a 360 gradi. Da loro ho imparato molte tecniche pittoriche, a mescolare i colori, a preparare tele, ma soprattutto ad osservare la natura, gli oggetti, a sentire ad ascoltare i loro racconti, le loro esperienze culturali artistiche. Da loro ho imparato praticamente come si crea un’incisione, un murale, un mosaico, un restauro di un quadro, un vaso di ceramica, come si fotografa.

Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?

Ho costruito una macchina fotografica con la quale potevo scattare foto e svilupparle io. Una passione innata, ma la grande ispirazione l’ho avuta osservando i paesaggi marini, i tramonti, facendo lunghe passeggiate al mare, visitando paesi. Cerco di comunicare emozioni, calma, serenità, anche paura, perché a volte la mia anima è in tempesta ed ascoltando le onde del mare mi calmo, divento serena, felice. Scelgo il soggetto dei miei lavori quando esco e sono in giro con il mio motorino, e mi fermo dove un paesaggio, un animale, un fiore, una spiaggia mi colpisce e cerco di catturare l’attimo fuggente con la mia macchina fotografica.

Gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo?

I due grandi artisti precedentemente citati, che non ci sono più. I loro insegnamenti mi hanno molto influenzato, le loro critiche positive, i loro rimproveri. I pomeriggi trascorsi presso i loro studi mi hanno formata e tramite loro ho avuto modo di conoscere e frequentare gallerie (Il Catalogo, Verrengia), il Museo Frac e critici d'arte come Massimo Bignardi e Rino Mele e altri.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Qui al Sud è un po' provinciale, c’è poca cultura, la gente segue di più cose futili e poco una bella mostra, si pensa solo al locale dove andare a sentire musica e cenare. Eppure nella Valle dell’Irno, a parte Salerno, ci sono complessi museali importanti come il Museo Eremo dello Spirito Santo di Capriglia e il convento di San Francesco di Baronissi.

Progetti futuri? Cosa ti ha lasciato la pandemia?

I miei progetti mi impegnano a seguire la mia evoluzione e ricerca artistica attraverso la fotografia. In questi due anni di pandemia ho imparato ad ascoltare il mio essere, i miei sentimenti, desideri, valori, nozioni; la solitudine ha scatenato la mia voglia di vivere, di ripresa, di rimettermi in gioco, di vivere di nuovo per le strade e fotografare gli attimi, i momenti, le persone, gli oggetti, i tramonti, le albe, il mare calmo, in tempesta, gli animali, i fiori, la natura, tutto ciò che è bello, che stimola serenità, felicità, gioia, pace, tranquillità.

Potrebbero interessarti anche...

Anna De Rosa 05/03/2023

Gioia e ricerca del bello nell'attività artistica di Jole Mustaro

Jole Mustaro è nata a Napoli, ma ha origini salernitane, attualmente vive a Salerno nel quartiere Fratte. Fin da piccola, esprime attraverso il disegno l’estro artistico e crea bracciali orientali per le amiche; in seguito, la vena creativa emergerà in maniera preponderante quando realizzerà borse e accessori sia di stoffa che ricamati. Ideatrice di costumi di carnevale e corredi ricamati, ha frequentato, su consiglio del padre, l’Istituto d’Arte ed ha conseguito il diploma di “Maestro d’Arte nel campo della ceramica”.

Vincitrice di numerosi premi di poesia e pittura, ha partecipato a mostre d’arte con successo, presentando quadri e ceramica modellata a mano su tornietta. E’ inserita in diverse antologie d’arte e di poesia. Ha lavorato come educatrice per il recupero di ragazzi con disagi mentali presso una Onlus. Attualmente dipinge su commissione. “Arte passione infinita - dice Jole - che fiorisce ogni giorno nel mio cuore”.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata a Napoli perchè la famiglia da Salerno ci si trasferì per motivi di lavoro, per poi ritornare a Salerno per la forte nostalgia di mio padre, anche per la sua fede calcistica. Attualmente vivo Salerno, ma ho vissuto la mia infanzia felice a Napoli.

Quando e come è iniziato il tuo percorso artistico?

A scuola si facevano le cornicette alla prima pagina dei quaderni, io ero brava a realizzarle e mio padre, ammirandole, mi disse "Da grande ti farò frequentare la scuola d’Arte". Orgoglioso di me e dei miei disegni. Infatti, ho frequentato l’Istituto Statale d’Arte con indirizzo ceramica, però la mia intenzione era di frequentare il Liceo Artistico, ma quando mio padre mi accompagnò per fare l’iscrizione vide un viavai di studenti nell’androne, forse era il cambio di aule o forse un'assemblea, e lo interpretò come confusione e poco studio e mi portò via.

Mi portò di corsa a fare l’iscrizione a Mercatello, dove c'era l’Istituto d’Arte. E lì c'era silenzio, coi ragazzi in aula a fare lezione, e mi iscrisse. Io volevo disegnare, dipingere e mi sono ritrovata a fare ceramica, MAESTRO D’ARTE nel campo della CERAMICA applicata, sul mio diploma c’è scritto così! Ma ho sempre realizzato quadri senza tralasciare la ceramica.

Poi nel tempo ho iniziato a frequentare associazioni artistiche e socio culturali, come poetessa, declamando i miei versi, poi ho cominciato a portare anche i miei quadri. Uno dei miei primi quadri, nel 2004, lo dedicai a mio figlio, fu esposto presso il Comune di Bellizzi, durante un evento organizzato dall’associazione "Bellizzi Arte e Società" in cui rivestivo il ruolo di socia/segretaria.

Quella sera, tra i relatori, c’era la critica d’Arte Maria Pina Cirillo, che mi incoraggiò parlando della mia opera e da allora ho continuato con passione a partecipare a collettive d’arte. Poi ho incontrato la curatrice di eventi Anna De Rosa e partecipo con i miei quadri a ogni suo evento in luoghi storici della città: Palazzo Genovese, Arco Catalano, Palazzo della Provincia.

Cosa ti caratterizza, quali sono i tuoi valori e le tue priorità?

Sono una persona che ama fare tutte le cose normali di questo mondo: gioisco quando viaggio, quando cucino, quando creo un nuovo quadro, una nuova poesia! Sono serena, vivere in una famiglia numerosa è allegria ogni giorno. Ho avuto un bravo padre lavoratore, intelligente, che ci aiutava a fare i compiti. Trascorrevamo l’estate al mare ed io sono rimasta solare, come l’estate nelle pubblicità. CERCO SEMPRE IL BELLO IN TUTTO.

La timidezza di quando ero bambina mi è servita per osservare, mi ha fatto sviluppare l’empatia, la sensibilità; cerco sempre di sdrammatizzare, ma sono determinata nell’affrontare le difficoltà. La mia priorità è mio figlio, a cui ho dedicato il mio primo quadro, poi le persone a me care e poi l’Arte.

Come nasce una tua opera?

Dal vissuto della mia infanzia e adolescenza felice, prendo materiale nel mio bagaglio interiore. Dipingo la sera e mi capita di fare le ore piccole, mi immergo nella pittura, nel mio mondo, io e la pittura, è puro relax, dipingo 6/7 ore di seguito. Dipingere per me è una forma sublime per esprimere il mio stato d’animo, una vera coccola a me stessa.

Cos'è per te l’ispirazione? Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

L’ispirazione di un’opera nasce dalla bellezza che ci circonda, dai colori della bouganville che crescevano nel parco dove vivevo, insieme alle ortensie, il verde dei prati; il soggetto è l’ispirazione del momento.

I riferimenti artistici che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo?

Sono legati allo studio dei grandi maestri del passato, ma poi predomina il proprio estro, la propria visione, la propria esperienza pittorica. Leggo le biografie dei grandi artisti, amo Leonardo, Raffaello, Hayez, Cezanne, Renoir, Kandisky, Frida, Artemisia, ma soprattutto Caravaggio.

Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Per quanto riguarda i colleghi e colleghe artisti, vedo in tutti entusiasmo, impegno, dipingono da anni. Nota dolente è che per partecipare alle Biennali, ai concorsi, alle gallerie, ci sono spese esose che non possiamo permetterci. Riconosco che è il loro mestiere, ma poi il guadagno è solo loro, noi artisti difficilmente riusciamo a vendere. Sarà forse il nostro territorio?

Leggi tutto

Anna De Rosa 25/02/2022

L'odio che muta nella pace, il senso profondo dell'opera di Inna Lukyanytsya

Intervistare Inna Lukyanytsya è stato un piacere dettato dalla mia curiosità perché lei vive a Salerno da anni, ma viene dall’Ucraina. Il suo racconto è bello ed emotivo, in un momento molto delicato nello scenario internazionale dopo l'offensiva russa. Inna è una pittrice ucraina esperta, artista di formazione classica ma con una sua ricerca personale.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata in Ucraina e vivo a Salerno da 22 anni.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Mio padre era un bravissimo pittore. La sua passione per la pittura me l’ha trasferita quando ero ancora bambina. Nelle fredde giornate invernali, con -30 sotto zero e la neve fino 2 metri di altezza, noi due in una casa calda facevamo le gare di chi dipingeva meglio. E vincevo sempre io.

Come nasce una tua opera?

Di solito parte da zero. Adoro manualità e preferisco preparare la tela da sola, con passione e tanta pazienza. All’incirca ci vuole un mese di tempo per la costruzione e l'imprimitura. Mi piace usare una tecnica per la preparazione della tela risalente al 1400, tutta a base di prodotti naturali.

Cos'è per te l’ispirazione?

L’ispirazione sono le cose che fanno gioire l’anima e il cuore.

Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

Come diceva Picasso, “La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico”. Spesso nelle opere rappresento il cambiamento, che avviene tramite l’evoluzione che parte dal singolo ego per poi arrivare a tutti noi, intesi come un'unica unità intellettiva di persone. Nei miei dipinti narro delle tecnologie distruttive che passano alle tecno-ecologie, della guerra e dall’odio che muta nella pace, della distruzione del nostro pianeta Terra che si trasforma in rispettosa conservazione e rigenerazione.

Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

Lo scelgo spontaneamente.

I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel tempo?

I miei quadri sono di diversi riferimenti artistici e culturali: arte di tradizione ucraina, arte astratta, arte povera del riciclo, arte di impressionismo, arte classica. I pittori che amo sono Siskin, Ajvazovskij, Kandinsky, Malevic, Monet, Pollock. Artisti, galleristi, istituzioni.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro paese?

L'Italia, e in particolar modo Salerno, è la terra dell’arte. Qui il vento, il sole e il mare svegliano l’anima e ispirano a creare. In Ucraina esponevo nella galleria "Art Italia" a Donetsk. Anche qui espongo, ma conosco tantissimi talentosi pittori del posto che non hanno fortuna o possibilità economica di esporre in galleria o di pagare un famoso critico d’arte.

Progetti futuri?

Nella mia città natale c’è una strada che si chiama Viale dell’Arte, dove ogni domenica si riuniscono tutti i pittori e gli artisti del posto con le proprie opere, comprese esibizioni teatrali e musicali. Vorrei ci fosse un piccolo viale dell’arte anche qui nella città di Salerno. Un posto per artisti a 360°, un posto per promuovere arte, per creare, esporre, conoscerci e gioire.

Come hai vissuto la pandemia?

Da un lato è stato un periodo di paura e di grande dolore per le sofferenze e le morti. Dall'altro, un periodo di riacquisizione dei veri valori di vita come la famiglia, l'amicizia e l'aiuto gli altri. La vena artistica non mi ha lasciato nemmeno nel periodo pandemico. Sono volontaria di Lipu a Salerno e ho dipinto 21 "mandala" di uccelli in bianco e nero con la tecnica di una sola pennellata. Spero di poterli esporre da qualche parte per sensibilizzare le persone nei confronti dei nostri fratelli volatili, creature magiche e simbolo di libertà, di cui noi siamo stati brutalmente privati durante la pandemia.

Leggi tutto

Annamaria Parlato 30/10/2023

Umanità celata da un velo di malinconia, Vivian Cammarota espone a Baronissi

Due settimane dall’inaugurazione, trenta opere esposte e ancora dodici giorni per poter visitare la mostra fotografica “Presenze” di Vivian Cammarota, fotografa, performer e coreografa nativa di Giffoni Valle Piana, la città nota per il Festival del Cinema dei Ragazzi.

Gli scatti allestiti alle pareti del Museo FRaC di Baronissi sono incredibili, rappresentano dieci anni di ricerca e maturità artistica di Vivian, sono “emozioni in cui è il cuore a dominare lo sguardo”, secondo il testo del depliant che accompagna la mostra (scritto da Carlo Pecoraro), sono “immagini/testimonianze di un’esperienza vissuta nella sua percezione emotiva che resta, come lo è per ogni esperienza creativa, inesprimibile”, come scrive Massimo Bignardi, curatore della mostra.

La mancanza di colore semplifica l'immagine, concentrandosi sull'essenza del soggetto, creando un senso di purezza e chiarezza. Le fotografie in bianco e nero spesso evocano un senso di atemporalità, poiché non sono legate a periodi specifici, sono un collegamento tra passato e presente, enfatizzano il contrasto tra le diverse parti dell'immagine, creando un impatto visivo più forte, evidenziando forme, linee e dettagli.

La scelta del bianco e nero da parte di Vivian ha reso le immagini più astratte, consentendo al pubblico di concentrarsi sui motivi, sulle forme, sulla composizione e sugli aspetti emotivi. È stata una scelta artistica versatile, che continua a essere ampiamente utilizzata nel mondo della fotografia per la sua capacità di trasmettere messaggi e sensazioni in modo unico, ma anche mistero e atmosfera, aprendosi all’interpretazione dell’osservatore.

Un aspetto notevole di questa mostra è la diversità delle immagini esposte. Si possono trovare paesaggi mozzafiato, ritratti coinvolgenti e scatti che catturano momenti fugaci della vita urbana o quotidiana. Questa varietà permette al pubblico di immergersi in una vasta gamma di esperienze visive, offrendo un'occasione per riflettere su quanto sia variegato il mondo che ci circonda. La composizione e l'estetica delle fotografie sono eccezionali. Ogni immagine è stata attentamente composta, con un occhio per i dettagli e una profonda comprensione della luce e della prospettiva. Questo ha portato a una serie di immagini che sono visivamente coinvolgenti e trasmettono emozioni e storie in modo potente.

Un altro elemento che spicca in questa esposizione è la capacità dell’artista di catturare momenti effimeri e trasformarli in opere d'arte durature. Le immagini possono raffigurare momenti di felicità, tristezza, sorpresa o contemplazione, e in tal modo permettono di riflettere sulla complessità delle emozioni umane e dell’esistenza. Ogni immagine cattura un frammento unico del nostro mondo e ci invita a riflettere su quanto sia meraviglioso e complesso. Ci sono immagini che rivelano la fragilità della vita, altre che esplorano la gioia e la connessione umana, mentre alcune sfidano i confini tra realtà e fantasia.

Questa capacità di raccontare storie attraverso le immagini è un'indicazione della profondità e della complessità dell'arte fotografica esposta. “Presenze” è un'esperienza visiva emozionante e ispiratrice, che merita di essere visitata da chiunque ami l'arte della fotografia. Al di là dell’osservazione e dell’analisi critica di ogni scatto, è stato significativo intervistare Cammarota per capire con maggiore dovizia di dettagli cosa abbia cercato di esprimere attraverso questa mostra e cosa abbia rappresentato per lei un evento così importante nella sua carriera di fotografa.

Mi puoi spiegare brevemente il percorso formativo che ti ha portato a sposare la fotografia?

Non ho studi prettamente fotografici, sono autodidatta, ma ho avuto modo di osservare e confrontarmi con diversi professionisti della fotografia. Tuttavia, credo che i percorsi formativi conseguiti si siano lietamente contaminati, canalizzandosi in un’unica forma espressiva che è appunto la fotografia. La Danza Classica è stato il mio primo grande amore e, dopo aver conseguito il diploma accademico con il passo di addio, mi sono dedicata alla formazione (anche con maestri internazionali) del Teatro fisico-performativo e del Teatro Danza.

Per molti anni il teatro è stata la mia professione ed ho realizzato anche diverse regie-coreografie. La danza e il teatro sicuramente hanno contribuito a sviluppare in me la cosiddetta “visione periferica”, cioè l’amplificazione dello sguardo: l’osservazione totale in scena è fondamentale per sincronizzarsi con i colleghi di scena, i tecnici audio-luci e il pubblico. Entrambe le discipline, inoltre, mi hanno insegnato ad avere una maggiore consapevolezza e padronanza dello spazio.

Per quanto concerne il percorso di studi, la scelta scolastica delle superiori (di cui mi sono poi pentita) si è rivolta ad un tecnico per geometri, però traendo le somme probabilmente gli studi tecnici hanno influito positivamente nella composizione tecnica della fotografia. Successivamente mi sono laureata al Davimus (Discipline delle arti visive della musica e dello spettacolo) con tesi in drammaturgia (sull’ultimo spettacolo di Julian Beck del Living Theatre, avendo collaborato per alcuni anni con attori storici della compagnia). Gli esami di Storia dell’Arte, con annesse ricerche personali con visite nei Musei, hanno sicuramente arricchito la mia visione e la mia sensibilità.

La tua personale si intitola "Presenze". Cosa sono e chi rappresentano?

Il Titolo “Presenze” è stato scelto dal Professore Massimo Bignardi, curatore della mostra, il quale con la sua prestigiosa esperienza e la sua sensibilità ha colto in pieno il mio sentire. Le “Presenze” per me rappresentano ciò ho sempre “ricercato” nella fotografia, in quanto non amo molto fotografare senza la presenza di figure umane, a meno che non siano luoghi dismessi in cui si percepisce che c’è stato un vissuto.

Credo, dunque, che le “presenze” per me rappresentino una continua ricerca di umanità celata da un velo di malinconia; infatti, ritraggo spesso figure raccolte in momenti di riflessione e di solitudine, forse la fotografia del fisarmonicista parigino che suona accanto alla scritta “alone” svela la narrazione dell’esposizione, come ha osservato Carlo Pecoraro. Le “presenze” però possono rappresentare tutto, nel senso che per ogni osservatore può cambiare il modo di percepire quelle “presenze”.

La scelta del bianco/nero?

Probabilmente esistono determinate foto che nascono, anche inconsciamente, già in bianco e nero senza che io decida, probabilmente perché per anni mi sono nutrita, quasi ossessivamente, di immagini fotografiche dei grandi maestri francesi della metà del novecento, come Bresson, Brassai, Erwitt, Doisneau, Man Ray. Il bianco e nero, inoltre, credo che evidenzi l’autenticità e la drammaticità della fotografia, oltre ad esaltarne il soggetto, in quanto non vi è la dispersione visiva dei colori e, dunque, l’emozione che si intende suscitare è sicuramente più immediata.

Quanto è stato importante per te esporre al FRaC?

Rappresenta una tappa molto importante nella mia vita, giunta in un momento in cui ne avevo veramente bisogno, per motivarmi e avere nuovi stimoli creativi. Essere presentata dal Professor Bignardi per me è stato praticamente un sogno che si è realizzato. E anche la presentazione del giornalista Pecoraro mi ha davvero commosso.

È dunque un’emozione indescrivibile presentare la mia prima mostra personale in un Museo prestigioso come il FRaC, anche se allo stesso tempo mi sento messa a nudo, come se mi fossi spogliata per mostrare al pubblico la mia vera essenza, compresa le fragilità, come se fossero tanti pezzi dell’anima e del cuore, senza filtri, cioè senza alcuna finzione o maschera che invece utilizzavo in teatro.

In che maniera l'ambiente esterno influenza il tuo lavoro?

La creatività ha continuamente bisogno di stimoli esterni, ma a volte gli stimoli non sono necessariamente viaggi si possono trovare anche interiormente, dipende da quel che si sta vivendo in quel momento, di solito le foto migliori le ho scattate in stati emotivi abbastanza positivi in cui vi era speranza e vitalità in me. Mentre nei periodi difficili ho vissuto un vero “blocco” con il mezzo fotografico.

Hai trovato ispirazione in città come Napoli, Parigi, Marsala; c'è anche la Costiera Amalfitana, quali sensazioni hai percepito?

Sono tra le città che amo di più, Parigi in primis, poi c’è tanta Venezia, come ci sono tante città toscane e poi Napoli, che amo tanto e in cui ho vissuto per alcuni anni. Marsala, la costiera amalfitana, aggiungo Procida, ma anche la stessa Salerno sono luoghi di mare molto poetici.

Tu sei anche coreografa e hai frequentato il teatro. Nei tuoi scatti si percepisce questo interscambio culturale tra i due ambiti...

Sì, tutto il percorso formativo è confluito nella fotografia. Tra le altre cose ho conseguito una specializzazione in training fisico avanzato e “presenza” scenica. I maestri di questa disciplina ci insegnavano a lavorare molto sulla “presenza”, facendoci concentrare sul respiro, il vuoto e il silenzio, per acquisire una piena consapevolezza del proprio corpo ed entrare in empatia con gli altri, perché se non ci si “libera” delle proprie ansie non si può ascoltare il proprio sentire e diventa difficile entrare in sintonia con gli altri. Il Teatro, inoltre, mi ha insegnato a “togliere”, cercare di eliminare tutte le sovrastrutture per ritrovare la vera essenza. Probabilmente è ciò che mi accade con la fotografia, prediligendo, infatti, pochi elementi.

A che progetto stai lavorando al momento e cosa dobbiamo aspettarci in futuro?

Sto lavorando a un progetto contro la violenza sulle donne, in modo, credo, molto originale, ma non posso aggiungere altro. Poi mi piacerebbe riprendere a viaggiare e avere altre occasioni espositive in altre città, quindi uscire di nuovo dalla provincia. Un sogno nel cassetto è quello di riuscire a fare qualche viaggio fotografico intercontinentale e vorrei farlo come un vero lavoro di reportage, magari per qualche agenzia importante, e dunque esser accompagnata da una troupe di professionisti.

Pensi che la fotografia possa aiutare a svelare certe cose o a preservarle dallo scorrere del tempo?

Sì, certo; credo che sia tra i mezzi più immediati della comunicazione che resta indelebile nel tempo, i video possono essere dimenticati, le immagini no.

I tuoi ritratti sono molto delicati, ovattati, non chiassosi, anche in contesti legati alle grandi metropoli. Hai voluto attutire le disuguaglianze o è una tua condizione interiore ed intimista?

Hai veramente colto in pieno. Per me la fotografia rappresenta un vero “rifugio per l’anima” dal caos in cui siamo catapultati, ma anche dal trambusto interiore, per questo la mia ricerca del silenzio, dell’essenziale e del sospeso nella fotografia. Credo sia senza dubbio una condizione interiore ed intimista, ma probabilmente inconsciamente la parola “disuguaglianza” per me non esiste, per cui sono ritratte sullo stesso piano un po’ tutte le condizioni umane, dalla mendicante alla borghesia, dagli scugnizzi agli artisti. E lo stesso vale per i luoghi, non c’è distinzione.

Ci sono fotografi o artisti che senti particolarmente vicini a te?

Non oso fare paragoni, sicuramente una fotografa che ho amato molto è stata Francesca Woodman e adoro l’arte metafisica di Giorgio De Chirico. In realtà ciò che sento molto vicino a me è la musica, nello specifico la musica jazz, come Bill Evans, Stan Getz, Chet Baker.

Concludendo, chi scrive si rivolgerebbe a Vivian, prima di salutarla, dicendo: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”.

Leggi tutto

Lascia un commento

Cerca...