L'odio che muta nella pace, il senso profondo dell'opera di Inna Lukyanytsya
"Nei miei dipinti narro delle tecnologie distruttive che passano alle tecno-ecologie"
Anna De Rosa 25/02/2022 0
Intervistare Inna Lukyanytsya è stato un piacere dettato dalla mia curiosità perché lei vive a Salerno da anni, ma viene dall’Ucraina. Il suo racconto è bello ed emotivo, in un momento molto delicato nello scenario internazionale dopo l'offensiva russa. Inna è una pittrice ucraina esperta, artista di formazione classica ma con una sua ricerca personale.
Dove sei nata? Dove vivi?
Sono nata in Ucraina e vivo a Salerno da 22 anni.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Mio padre era un bravissimo pittore. La sua passione per la pittura me l’ha trasferita quando ero ancora bambina. Nelle fredde giornate invernali, con -30 sotto zero e la neve fino 2 metri di altezza, noi due in una casa calda facevamo le gare di chi dipingeva meglio. E vincevo sempre io.
Come nasce una tua opera?
Di solito parte da zero. Adoro manualità e preferisco preparare la tela da sola, con passione e tanta pazienza. All’incirca ci vuole un mese di tempo per la costruzione e l'imprimitura. Mi piace usare una tecnica per la preparazione della tela risalente al 1400, tutta a base di prodotti naturali.
Cos'è per te l’ispirazione?
L’ispirazione sono le cose che fanno gioire l’anima e il cuore.
Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?
Come diceva Picasso, “La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico”. Spesso nelle opere rappresento il cambiamento, che avviene tramite l’evoluzione che parte dal singolo ego per poi arrivare a tutti noi, intesi come un'unica unità intellettiva di persone. Nei miei dipinti narro delle tecnologie distruttive che passano alle tecno-ecologie, della guerra e dall’odio che muta nella pace, della distruzione del nostro pianeta Terra che si trasforma in rispettosa conservazione e rigenerazione.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
Lo scelgo spontaneamente.
I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel tempo?
I miei quadri sono di diversi riferimenti artistici e culturali: arte di tradizione ucraina, arte astratta, arte povera del riciclo, arte di impressionismo, arte classica. I pittori che amo sono Siskin, Ajvazovskij, Kandinsky, Malevic, Monet, Pollock. Artisti, galleristi, istituzioni.
Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro paese?
L'Italia, e in particolar modo Salerno, è la terra dell’arte. Qui il vento, il sole e il mare svegliano l’anima e ispirano a creare. In Ucraina esponevo nella galleria "Art Italia" a Donetsk. Anche qui espongo, ma conosco tantissimi talentosi pittori del posto che non hanno fortuna o possibilità economica di esporre in galleria o di pagare un famoso critico d’arte.
Progetti futuri?
Nella mia città natale c’è una strada che si chiama Viale dell’Arte, dove ogni domenica si riuniscono tutti i pittori e gli artisti del posto con le proprie opere, comprese esibizioni teatrali e musicali. Vorrei ci fosse un piccolo viale dell’arte anche qui nella città di Salerno. Un posto per artisti a 360°, un posto per promuovere arte, per creare, esporre, conoscerci e gioire.
Come hai vissuto la pandemia?
Da un lato è stato un periodo di paura e di grande dolore per le sofferenze e le morti. Dall'altro, un periodo di riacquisizione dei veri valori di vita come la famiglia, l'amicizia e l'aiuto gli altri. La vena artistica non mi ha lasciato nemmeno nel periodo pandemico. Sono volontaria di Lipu a Salerno e ho dipinto 21 "mandala" di uccelli in bianco e nero con la tecnica di una sola pennellata. Spero di poterli esporre da qualche parte per sensibilizzare le persone nei confronti dei nostri fratelli volatili, creature magiche e simbolo di libertà, di cui noi siamo stati brutalmente privati durante la pandemia.
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Annamaria Parlato 05/12/2025
Da "Amore Espresso" a Salerno ogni chicco racconta storie e passioni
Con tanta passione per il caffè, Michele Cantarella inizia il suo percorso dopo il Diploma di Scuola Alberghiera, diventando barista e gestore di una caffetteria di successo in Campania. La sua esperienza si arricchisce entrando nel team di Espresso Academy, dove condivide con entusiasmo conoscenze, trucchi del mestiere e formazione su barista, brewing e sostenibilità. Oggi è anche AST Sca Trainer e Q Grader, occupandosi di consulenze e formazione con un focus sulla valorizzazione di filiere etiche e sostenibili.
Nel 2017, Michele dà vita ad "Amore Espresso", il suo coffee shop a Salerno, nato come costola di Torrefazione Castorino, presente sul territorio dal 1946. Il locale, menzianato anche nella guida 2025 del Gambero Rosso Bar d’Italia, rappresenta la sua visione del caffè: un’esperienza autentica che unisce tradizione e cultura specialty, con monorigini selezionate, estrazioni curate e un servizio che accompagna davvero il cliente. L’ambiente è semplice e accogliente, inclusivo: dal bambino con il suo bicchiere di latte all’anziano con il suo quarto di caffè macinato per la moka.
Ma Amore Espresso è anche un luogo di incontro, cultura ed energia creativa: qui il caffè dialoga con l’arte, la musica durante i Coffee Party del sabato mattina e una proposta gastronomica attenta e selezionata, che va dalla colazione al brunch, fino al pranzo veloce. Un progetto che supera il concetto classico di caffetteria per diventare spazio vivo e contemporaneo.
Da dove nasce la tua passione per il caffè e qual è la missione che ti guida ogni giorno?
Mi occupo di formazione da anni, soprattutto nei moduli Barista, Brewing e Sostenibilità. Da qualche mese sono diventato Q Grader. Parallelamente sono titolare di Amore Espresso, nato nel 2017 come costola di Torrefazione Castorino: il primo locale in provincia che all’epoca, oltre all’espresso classico, proponeva blend di arabica, specialty e metodi di estrazione alternativi; un vero punto di svolta, soprattutto durante il periodo delle chiusure Covid, in cui i metodi filtro sono stati per me una risorsa fondamentale. La missione che mi guida è semplice: il caffè è cibo, come tale va rispettato. Ogni chicco è frutto della terra e del lavoro umano: io voglio valorizzare questa catena del valore, raccontarla e difenderla.
Quali sono gli errori più comuni che si fanno quando si sceglie o si consuma un caffè?
Il problema principale è che, in genere, il caffè non si sceglie: nel mio lavoro ho sempre evitato la divulgazione “di gamba”. Preferisco parlare al cliente del caffè che sta bevendo senza demonizzare nulla, accompagnandolo con assaggi diversi così da trasformare gradualmente il suo “buono soggettivo” in un “buono oggettivo”. Un altro errore crescente è pensare che lo specialty sia una moda. Va bene che il settore cresca, ma dobbiamo chiederci: stiamo davvero educando il consumatore alla catena del valore?
Come reagisce il cliente medio quando incontra gusti nuovi e più complessi?
Nel mio locale propongo diverse opzioni: un espresso classico 70% arabica/30% robusta, un 100% arabica, un bio 80/20, un decaffeinato 80/20 anche con diversi metodi di decaffeinizzazione, due “fine robusta”, che credo rappresentino il nuovo capitolo del caffè, e tre specialty (lavato, naturale, fermentato o infuso). Da me nessuno esce “scioccato”: quando chiedono un caffè, proponiamo espresso o metodi alternativi e chiediamo quali sapori e aromi vogliono trovare. Alla fine spieghiamo loro cosa hanno bevuto. Il risultato è un cliente curioso e spesso entusiasta, perché partecipa all’esperienza.
Al bar i paghiamo una tazzina che non riflette il valore reale del lavoro. Cosa fare per una filiera più equa?
La verità è che dietro al caffè c’è una filiera lunghissima. Non è un problema di qualità o di “caffè buono o cattivo”: è un problema di prezzi e di un mercato, che spesso non riflette il valore reale del lavoro. Nelle mie consulenze capita di assaggiare caffè pessimi, che bar e caffetterie pagano quanto uno specialty solo perché il brand è famoso. All’opposto, molti scelgono il caffè più scadente perché per loro “è solo un servizio”. Per sostenere la filiera dobbiamo: pagare il giusto a monte, scegliere prodotti tracciati, uscire dalla logica del brand e basta, ma del brand che racconta cosa ci sia dentro quel pacco e ancor di più come sia arrivato a quella materia prima e rientrare nella logica della qualità reale, fare divulgazione seria.
Cosa ti sta più a cuore trasmettere a chi segue i tuoi corsi? Quali sono le competenze che un barista moderno dovrebbe avere?
Nei corsi base lo dico sempre subito: questo percorso serve o a far innamorare del mestiere, oppure a far capire che forse è il caso di cambiare strada. Chiedo ai partecipanti di darmi la loro definizione di “barista”, ascolto le risposte e poi li spiazzo dicendo: “Il barista è una persona che, non avendo trovato di meglio, si è messo a fare questo lavoro”. Ovviamente non è vero, subito lo chiarisco. Lo faccio per rompere il ghiaccio e per far comprendere quanto, invece, il nostro sia un mestiere complesso, sacrificante, e che richiede una conoscenza ampia, proprio come quella di uno chef. Un barista moderno deve: conoscere la materia prima, dal verde alla tostatura, saper assaggiare e riconoscere pregi e difetti, comprendere blend e monorigini, dominare le tecniche di estrazione, saper guidare il cliente in un’esperienza, non semplicemente “premere un pulsante”.
Come può un locale essere realmente sostenibile nel mondo del caffè?
Qualche anno fa, nel mio esame del percorso di studi sulla sostenibilità del caffé, insieme a un collega, ho sviluppato proprio il progetto di una caffetteria sostenibile. Molte idee sono bellissime ma, nella pratica, non sempre realizzabili: serve trovare compromessi e compensazioni. Buone pratiche concrete: utilizzare caffè e bevande totalmente tracciate e con filiere “corte”, collaborare con aziende agricole per il ritiro della posa esausta e riutilizzarla come ammendante, scegliere attrezzature tecnologiche ad alto risparmio energetico, eliminare il monouso dove possibile. Non basta dirsi sostenibili: bisogna dimostrarlo ogni giorno.
Quali segnali per distinguere un caffè etico da uno che non lo è?
Il primo passo è leggere bene le etichette. Più informazioni ci sono - origine, altitudine, lavorazione, cooperativa, metodo di tostatura - più significa che chi produce quel caffè vuole raccontare e garantire la filiera. Quando un’etichetta è vaga, il motivo spesso è semplice: non c’è niente da raccontare.
Qual è la tua “tazzina perfetta”? Non solo il gusto, ma il contesto, il racconto, il modo in cui viene servita.
La mia tazzina perfetta è un espresso o un caffè filtro senza punteggi, senza moda, solo origine, persone, storie, sapori. È un caffè che si abbina a un contesto, a un incontro, a un momento. Come stiamo facendo con i nostri Coffee Party, un’intuizione geniale di Emanuele Apicella, che lavora con me sia in caffetteria sia nella formazione: musica, dj set di giorno - dalle 11:00 alle 13:00 - senza alcol, ma con miscelazioni di caffè e latte. Stiamo cambiando la tendenza ancora una volta: cultura, divertimento e caffè che racconta qualcosa.
Bere un caffè è sicuramente un gesto quotidiano, ma è soprattutto un incontro con la terra, con le persone e con le loro storie. Amore Espresso, con Michele Cantarella alla guida, racconta una nuova idea di caffetteria: consapevole, inclusiva, attuale. Tra formazione, eventi, filiera etica e creatività, dimostra che anche una semplice tazzina può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo.
Anna De Rosa 15/01/2022
Mario Desiderio e l'arte declinata in tutte le sue forme
Intervistare Mario Desiderio, visual artist, pittore figurativo, decoratore, maestro di balli caraibici alla "Spanish Harlem", mi ha emozionata perché adoro chi pratica più arti e poi le sue opere, soprattutto ritratti di donne, sono bellissimi. "Sfogliando" le sue pagine social ho letto la frase che riporto che è anche un mio pensiero: "non aver paura di questo periodo critico per tutta l’umanità!".
"Ho sacrificato tutto per ballare e per insegnare, ho ignorato la mia laurea, ho lasciato un lavoro di prestigio a Milano, ho combattuto contro tanti pregiudizi, ho perseverato di fronte agli sguardi di chi diceva che ballare non è un lavoro, subìto sconfitte, ho sudato, pianto, riso e urlato di gioia per arrivare fin qui, per realizzare ciò che volevo, e ci sono riuscito!
Oggi "cercherò" di non aver paura... la paura dell'incerto, del buio... cercherò la forza dentro me per non cedere al terrore che l'arte possa sbiadire nell'oblio provocato da un virus, non permetterò che ciò per cui ho sempre "respirato" finisca così! Non voglio aver paura! Non ho paura!”.
Dove sei nato? Dove vivi?
Sono nato e vivo a Salerno
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Fin da piccolissimo ho sempre avuto la passione per il disegno! Trascorrevo le ore a disegnare invece di andare a giocare con gli altri bambini, era il mio mondo, era il mio gioco preferito! Poi dopo le scuole medie, col benestare dei miei genitori, ho frequentato l'istituto d'arte qui a Salerno! E sono stati anni bellissimi! Poi laurea in Comunicazione. In contemporanea, ho cominciato a danzare e attualmente sono un maestro di ballo, nonchè danzatore, della compagnia Spanish Harlem. È la mia professione.
Come nasce una tua opera?
Un'opera nasce spesso casualmente, magari da una foto che vedo o da una musica che ascolto!
Cos’è per te l’ispirazione?
È un movimento dell'anima, una vibrazione, un bisogno che cessa solo nel momento in cui poi le lascio libero sfogo e la concretizzo dipingendo.
Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?
Dipingo principalmente per me stesso, per soddisfare un bisogno primario, non mi pongo l'obiettivo di comunicare per forza qualcosa, ma questo non significa che poi una mia opera non comunichi, anzi, mi piace proprio capire la molteplicità di messaggi che essa può comunicare in base all'occhio di chi guarda!
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
Se non è una commissione, faccio ricerche in Internet di immagini che possano ispirarmi.
I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo?
Avendo studiato arte, sono sempre stato affascinato dai grandi Maestri del passato, Leonardo, Raffaello, Caravaggio, ma anche tutto il '900 mi ha sempre incantato!
Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?
È un sistema purtroppo molto chiuso, dove spesso vengono richiesti soldi (cifre molto alte) agli artisti anche solo per esporre, per non parlare delle gallerie che non considerano per niente gli artisti emergenti, insomma non basta il talento!
Progetti futuri?
Ho creato una performance che mette insieme la danza e la pittura, nei miei progetti c'è sicuramente la voglia di portare in giro questa "originale" forma di spettacolo! Mi piacerebbe anche fare una mostra personale.
Questi due anni con la pandemia per molti sono stati un tempo sospeso e catartico e di introspezione personale, tu come lo hai vissuto? Cosa ti ha lasciato?
Ho vissuto la pandemia come una forma di rinascita, non avendo potuto più danzare (per le restrizioni) mi sono dedicato anima e corpo alla pittura che in questi anni avevo un pò trascurato!
L'arte è stato il mio conforto in questo periodo così buio e lo è ancora! Ho deciso che mai più la trascurerò e che in futuro concilierò il mio lavoro primario di maestro di ballo con la pittura, come già adesso sto facendo! La pandemia mi ha lasciato la consapevolezza che la vita va vissuta, non trascurando mai ciò che per noi è di vitale importanza; per me, gli affetti, la famiglia, l'arte!
Anna De Rosa 09/05/2022
La sfida avvincente dello "scrittore-artigiano" Domenico Notari
Domenico Notari è architetto e scrittore. Suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste italiane, statunitensi ed elvetiche: «Nuovi Argomenti», «Linea d’ombra», «Achab», «Webster Review», «TriQuarterly» e «Viola» sono stati trasmessi dalla Radio Svizzera. Ha fatto parte della nuova leva di narratori, sceneggiatori e registi chiamati dalla Rai a rappresentare una porzione d’Italia attraverso la radio. Ne è scaturito il documentario a puntate "Salerno, un archivio della memoria" per la serie Centolire.
È autore dei romanzi "9, la rabbia del rivale" (Castelvecchi, 2018) e "L’isola di terracotta" (Avagliano 2000; Marlin 2019), giunto alla quarta edizione. Ha fondato e dirige dal ‘98 una delle prime scuole di scrittura narrativa del Meridione: "L’officina del racconto". Ha insegnato Scrittura creativa all’Università di Salerno. Con Newton Compton ha pubblicato "Breve storia del Regno di Napoli" (2019), poi audiolibro per Audible (2021), e "La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés" (2021).
Dove sei nato? Dove vivi?
Sono nato a Capriglia di Pellezzano e vivo a Salerno.
Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?
Sono convinto che il percorso formativo di un artista inizi già dall’infanzia. E per quanto mi riguarda è cominciato intorno ai 6 anni con la lettura accanita di qualsiasi cosa – libro o fumetto – avesse le sembianze di una storia avventurosa o di una fiaba. Sono stato favorito in questo da una biblioteca di famiglia ben fornita. I volumi con le illustrazioni in tricromia della Scala d’oro Utet – quella originale degli anni Trenta – sono stati i miei primi maestri.
Un altro esercizio formativo per un artista è la distrazione. E io mi sono esercitato molto con questa pratica: a scuola ero sempre distratto, nonostante i rimproveri di genitori e maestri. La distrazione è stata sempre demonizzata. Solo oggi, gli psicologi riconoscono che favorisce la creatività, la formazione del sé e la percezione degli altri.
Quando, poi, da adulto ho letto “L’inventore di sogni” di Ian McEwan, mi sono riconosciuto in pieno nel personaggio di Peter Fortune, il ragazzino che sogna a occhi aperti. Gli adulti lo considerano un ragazzo difficile perché è molto distratto, ma non sanno che Peter cresce proprio attraverso quei sogni: gli danno il coraggio necessario per affrontare le difficoltà della vita. Forte di quest’esperienza, i miei laboratori di scrittura creativa, nella scuola primaria, favoriscono sempre la distrazione in classe.
Perché la voglia di scrivere?
All’inizio della carriera, è stata una sfida, emulare gli scrittori che amavo: Calvino, Rodari, Buzzati, i miei primi modelli di scrittura. E sono partito imitando il loro stile; un po’ come quei pittori che nei musei copiano le tele dei grandi maestri. Oggi, invece, scrivo con uno stile mio quelle storie che da lettore vorrei leggere. Do forma a quanto tumultuosamente si agita dentro di me e cerco di trasmetterlo a quante più persone è possibile.
Cos’è per te l’ispirazione?
L’ispirazione è un’idea fissa, un pensiero in nuce che ti accompagna prepotente per giorni, mesi, finché non le dai la forma di una storia. E la storia che viene fuori sulla carta (racconto o romanzo) è frutto, poi, di un lavoro ostinato, maniacale e monacale, dello scrittore-artigiano. Direi un lavoro di cesello della pagina, di “ogni” pagina scritta.
Sandro Veronesi ha colto perfettamente la mia idea di lavoro nello “strillo” di copertina che accompagna i miei ultimi volumi: «La forza di Domenico Notari è sempre stata quella dell’artigiano (il sarto, il ceramista, il vetraio) che siede davanti alla materia grezza e sa che il raggiungimento della forma desiderata è solo questione di tempo». Ecco: ispirazione e inventiva, ma anche molta pazienza e duro lavoro.
Come nasce una tua opera?
Dopo che l’ispirazione ha preso forma, diventando un’idea strutturata, passo ad abbozzare una trama mediante appunti. Ho un bellissimo quaderno nuovo per ogni romanzo in fieri: una grafica accattivante invoglia i pensieri. Non mi metto subito al PC per scrivere la storia; non navigo a vista, senza avere una rotta. Ho bisogno, invece, di partire già con un finale, con un punto fermo, che naturalmente nel corso della scrittura vera e propria può cambiare, modificarsi strada facendo. In questa prima fase, per acciuffare idee o soluzioni ai problemi che sorgono man mano, utilizzo una sorta di brainstorming con me stesso, un “botta e risposta” con il mio alter ego grazie allo straniamento.
Cosa cerchi di comunicare attraverso il tuo scrivere?
Inizialmente nulla. Nessun messaggio preconcetto, Dio ce ne scampi! Voglio solo emozionare i miei lettori. Quella stessa emozione che provo io nel momento in cui affiora sulla pagina, improvviso, l’inconscio. Mi interessa affascinare il lettore, tenerlo avvinto. Farlo ridere, piangere, saltare sulla sedia. Un romanzo, in fondo, è come un bonsai: è una vita in miniatura. In un centinaio di pagine è condensato il dramma di una o più persone.
Pensiamo a “Guerra e Pace”: in poco più di mille pagine sono concentrate le guerre napoleoniche, le vite di interi eserciti e i destini di intere generazioni. Se, durante la mia scrittura, sorgono istanze civili, politiche o morali, queste vengono “mostrate”, non “dette”; non sono mai esplicite: sono sempre narrativizzate, sotto forma di simboli, di situazioni, di personaggi.
Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?
È il soggetto che sceglie me. In questo la penso come Picasso che affermava: “Io non cerco, trovo!”.
Cosa pensi del sistema dell’editoria contemporanea del nostro Paese?
Penso che il sistema editoriale italiano sia schizofrenico: abbiamo un’editoria spendacciona e nello stesso tempo tirchia perché indebitata. Si parla tanto di industria editoriale, ma il sostantivo, in questo caso, è inappropriato. Nell’industria vera, c’è la volontà di produrre per vendere, e tutto scorre in questa direzione in maniera più o meno razionale. Nel caso del libro, invece, spesso non c’è razionalità. Ci sono editori, anche importanti, che si comportano ancora da artigiani, fanno prevalere le proprie paturnie, le proprie idiosincrasie, la propria visione snobistica della cultura, ma non giungono al cuore di chi legge. Nello stesso tempo pubblicano troppo, pressati dal ricatto dei distributori. Il risultato è un grosso fatturato solo sulla carta, ma non reale. In agguato, allora, l’indebitamento.
Un editore efficiente e razionale, invece, dovrebbe essere di qualità nei contenuti che pubblica, e nello stesso tempo risoluto a giungere al cuore di chi legge. Ovvero commerciale nella promozione e nella distribuzione di quanto ha stampato, abbandonando ogni forma di boria e snobismo. Devo dire che la mia esperienza con la Newton Compton va proprio in questa direzione: massima libertà, apertura anche alla sperimentazione letteraria di chi scrive; e nello stesso tempo una macchina efficiente a disposizione: promozione, distribuzione capillare e vendita, sia nelle librerie fisiche che online.
Progetti futuri? Aspettative di successo per il tuo libro/libri?
Spero di continuare la serie del commissario Donnarumma, edita da Newton Compton, in cui racconto la mia Salerno; magari con traduzioni all’estero. Amo, come il mio protagonista, la Salerno-Jekyll: sonnolenta, decorosa, accogliente, così come ne detesto la poliedrica sorella criminale Hyde, la città di Bengodi, dello spaccio, dei cento bar, dei cento pub, delle discoteche. La Salerno dell’usura e delle attività commerciali che muoiono e rinascono; il tempo di un “bucato” bianco e splendente. La città è un personaggio fondamentale in un giallo che si rispetti e, in questo caso, è anche l’occasione per riversare sulla pagina l’impegno civile e politico di chi scrive. Far conoscere all’estero la mia Salerno letteraria sarebbe, allora, un bel risultato.
La pandemia per molti è stata un tempo catartico e di introspezione personale, tu come l'hai vissuta?
Nel mio caso non è stato un periodo catartico né di introspezione; è stato, invece, un momento di riflessione politica e civile. Tutto il sistema statale è crollato o è stato demolito sotto una spinta globalista violenta, che è cresciuta con gli anni. Tutte le nostre certezze e i nostri punti di riferimento sono venuti meno. I due romanzi che sono riuscito a scrivere, durante l’isolamento forzato, sono anche il frutto di queste riflessioni e di questi sentimenti forti.