Mario Desiderio e l'arte declinata in tutte le sue forme

"E' stata il mio conforto in questo periodo così buio e lo è ancora"

Anna De Rosa 15/01/2022 0

Intervistare Mario Desiderio, visual artist, pittore figurativo, decoratore, maestro di balli caraibici alla "Spanish Harlem", mi ha emozionata perché adoro chi pratica più arti e poi le sue opere, soprattutto ritratti di donne, sono bellissimi. "Sfogliando" le sue pagine social ho letto la frase che riporto che è anche un mio pensiero: "non aver paura di questo periodo critico per tutta l’umanità!".

"Ho sacrificato tutto per ballare e per insegnare, ho ignorato la mia laurea, ho lasciato un lavoro di prestigio a Milano, ho combattuto contro tanti pregiudizi, ho perseverato di fronte agli sguardi di chi diceva che ballare non è un lavoro, subìto sconfitte, ho sudato, pianto, riso e urlato di gioia per arrivare fin qui, per realizzare ciò che volevo, e ci sono riuscito!

Oggi "cercherò" di non aver paura... la paura dell'incerto, del buio... cercherò la forza dentro me per non cedere al terrore che l'arte possa sbiadire nell'oblio provocato da un virus, non permetterò che ciò per cui ho sempre "respirato" finisca così! Non voglio aver paura! Non ho paura!”.

Dove sei nato? Dove vivi?

Sono nato e vivo a Salerno

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Fin da piccolissimo ho sempre avuto la passione per il disegno! Trascorrevo le ore a disegnare invece di andare a giocare con gli altri bambini, era il mio mondo, era il mio gioco preferito! Poi dopo le scuole medie, col benestare dei miei genitori, ho frequentato l'istituto d'arte qui a Salerno! E sono stati anni bellissimi! Poi laurea in Comunicazione. In contemporanea, ho cominciato a danzare e attualmente sono un maestro di ballo, nonchè danzatore, della compagnia Spanish Harlem. È la mia professione.

Come nasce una tua opera?

Un'opera nasce spesso casualmente, magari da una foto che vedo o da una musica che ascolto!

Cos’è per te l’ispirazione?

È un movimento dell'anima, una vibrazione, un bisogno che cessa solo nel momento in cui poi le lascio libero sfogo e la concretizzo dipingendo.

Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

Dipingo principalmente per me stesso, per soddisfare un bisogno primario, non mi pongo l'obiettivo di comunicare per forza qualcosa, ma questo non significa che poi una mia opera non comunichi, anzi, mi piace proprio capire la molteplicità di messaggi che essa può comunicare in base all'occhio di chi guarda!

Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

Se non è una commissione, faccio ricerche in Internet di immagini che possano ispirarmi.

I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo?

Avendo studiato arte, sono sempre stato affascinato dai grandi Maestri del passato, Leonardo, Raffaello, Caravaggio, ma anche tutto il '900 mi ha sempre incantato!

Artisti, galleristi, Istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

È un sistema purtroppo molto chiuso, dove spesso vengono richiesti soldi (cifre molto alte) agli artisti anche solo per esporre, per non parlare delle gallerie che non considerano per niente gli artisti emergenti, insomma non basta il talento!

Progetti futuri?

Ho creato una performance che mette insieme la danza e la pittura, nei miei progetti c'è sicuramente la voglia di portare in giro questa "originale" forma di spettacolo! Mi piacerebbe anche fare una mostra personale.

Questi due anni con la pandemia per molti sono stati un tempo sospeso e catartico e di introspezione personale, tu come lo hai vissuto? Cosa ti ha lasciato?

Ho vissuto la pandemia come una forma di rinascita, non avendo potuto più danzare (per le restrizioni) mi sono dedicato anima e corpo alla pittura che in questi anni avevo un pò trascurato!

L'arte è stato il mio conforto in questo periodo così buio e lo è ancora! Ho deciso che mai più la trascurerò e che in futuro concilierò il mio lavoro primario di maestro di ballo con la pittura, come già adesso sto facendo! La pandemia mi ha lasciato la consapevolezza che la vita va vissuta, non trascurando mai ciò che per noi è di vitale importanza; per me, gli affetti, la famiglia, l'arte!

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Anna De Rosa 25/05/2022

L'arte "da indossare" di Erica Longobardi e i suoi progetti post pandemia

L’arte di Erica Longobardi e di suo marito viene richiesta da tutta Italia, da Potenza a Milano, addirittura in Cina; i loro sono pezzi unici, interamente disegnati e dipinti a mano. Il giusto riconoscimento per chi è coraggioso e investe su se stesso.

Dove sei nata? Dove vivi?

Sono nata è cresciuta Salerno, da qualche anno vivo a San Gregorio Magno, dove soprattutto i giovani della mia età mi hanno subito accolta e resa partecipe di molti eventi nel campo artistico; però nel cuore ho sempre la mia Città natale, un legame indissolubile: se chiudo gli occhi per un attimo, mi sembra di stare lì sulla spiaggia ad ascoltare il rumore del mare, sentire l'odore del sale e il sole che ti avvolge. Quando mi capita di tornare per me è sempre una grande gioia, come se fosse la prima. La mia anima è divisa tra mari e monti.

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

E' iniziato durante l'adolescenza, c'è la classica fase in cui devi scegliere che scuola frequentare e chi diventare. E in cuor mio sapevo già di essere un'artista, perché l'arte te la senti addosso finché non le dai modo di liberarti; però è anche vero che bisogna affinare le tecniche. I miei genitori, soprattutto mia madre, mi hanno sempre appoggiato nelle scelte, infatti ho svolto gli studi al liceo artistico Filiberto Menna dove mi hanno dato la possibilità di partecipare a svariate mostre, di cui conservo ancora attestati.

Purtroppo, col crescere anche i problemi economici crescevano e per tale motivo non ho potuto intraprendere la via dell'accademia e quindi da quel momento in poi c’è stato un periodo di standby. La mia arte è iniziata a rifiorire quando ho incontrato mio marito, anche lui artista, e insieme abbiamo deciso di aprire un negozio unico, "arte da indossare" come lo definisco io.

Abbigliamento di ogni genere, dipinto unicamente a mano su commissione; il negozio si sarebbe chiamato "Brainstorm", una tempesta d'idee, che poi si sono realizzate. Abbiamo aperto e le persone hanno ordinato dei pezzi da tutti Italia, addirittura delle scarpe in Cina: pezzi unici, interamente disegnati e dipinti a mano con colori specifici per tessuti. Purtroppo però il nostro sogno è andato in frantumi causa Covid; un momento non facile per nessuno, un momento critico che ci ha portato alla chiusura.

Come nasce una tua opera? Cosa cerchi di comunicare?

Le mie opere nascono sempre in periodi particolari della vita, nei dipinti che ho realizzato chi li guarda poteva sentire il mio stato, la mia essenza, l’urlo di tutte le emozioni perché ogni volta su un dipinto, ma soprattutto sui capi, era come se stessi regalando piccoli pezzetti di cuore in giro per il mondo. I soggetti che scelgo sono volti, animali, fiori, anche se in realtà sono loro che scelgono me.

I riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato

Nel corso del tempo devo dire che sono andata in fissa per Van Gogh, ricordo soprattutto i suoi primi quadri di cui nessuno parla mai che esprimevano tanto di lui, come i mangiatori di patate; questi uomini e donne molto simili a scimmie, con le mani sporche di terra e spaccate dal lavoro, mi fanno pensare che la sua vita non è stata per nulla facile. Un’altra artista che mi ha ispirato è Frida Kahlo, non nelle opere ma bensì come persona, donna, simbolo di libertà e di rinascita.

Artisti, galleristi, istituzioni. Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Purtroppo non è molto facile inserirsi nel sistema, bisogna farsi strada con le unghie e con i denti e molto spesso, come in tutti i campi, ci sono sempre quindi bisogna stare attenti a chi promette troppo, molto spesso bisogna scendere a compromessi per non parlare del fatto che se non trovi i giusti canali e le persone giuste non è detto che arrivi in alto. Quello che si dovrebbe fare è dare più voce all'artista e apprezzare l'arte che trasmette, non modificarlo per farlo diventare commerciale.

Progetti futuri? Cosa ti ha lasciato la pandemia?

Questi due anni mi hanno lasciato un vuoto, una ferita aperta; la situazione della pandemia ci ha messo alle strette perché non eravamo più in grado di sostenere le spese del negozio. Fra i progetti per il futuro c'è riprendere a dipingere, infatti sto iniziando con dei laboratori d’arte per bambini in modo che comincino a rapportarsi con essa, tirando fuori il lato creativo, artistico, inventivo, stravagante, perché l'arte comprende tutto.

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Anna De Rosa 28/01/2022

Marco Vecchio, il sogno dell'arte attraverso la ricerca dei materiali

Nato ad Agropoli, figlio d’arte, diplomato al Liceo Artistico e laureato presso l'Università di Salerno in Storia dell'arte, Marco Vecchio vive e lavora a Salerno. Da tempo svolge una ricerca lavorando a diversi materiali, prediligendo colori materici, sabbia, smalti, tele, carte e materiali industriali fino a fonderli e a renderli parte di sé in tutte le sue sfumature.

La sua attività artistica si è andata articolando sin da giovanissimo con esperienze diversificate, che oltre alla pittura lo hanno avvicinato ad altri tipi di linguaggio come il cinema. Ha alle sue spalle un itinerario ben lungo di collettive personali e di spettacoli da performer in cui esprime l’arte a 360°. Tutti i tuoi lavori sono un inno alla creatività, eccentrici, paradossali, onirici, in poche parole: unici.

Come riesci a dare una forma alla tua fantasia, che ormai abbiamo capito essere senza freni ne’ limiti?

Penso che la creatività sia l'unica nostra vera salvezza, è una forma di energia che muove dall'interno, come Kandinsky diceva, qualcosa che non puoi implodere e che è la radice di ogni mia forma d'arte! Le storie sono molteplici: un verso in cui riconoscersi, una particolare luce del giorno, le memorie portate dal vento. Ogni cosa può essere artefice del mio creare.

Domanda tranello: quanto ti ha ispirato e ti ispira tuttora essere il figlio del grande artista e professore Sergio Vecchio?

La presenza di mio padre non è mai stata ingombrante grazie al suo modo delicato di confrontarsi con me nelle nostre diversità, così come nei nostri punti d'incontro. Mi ha sempre detto "Ora parlo ad un artista", rimarcando la dualità del nostro rapporto: l'affetto paterno da un lato, il confronto professionale dall'altro. Mi ha lasciato tutta la libertà di "trovarmi", per usare un verbo caro ad Hesse, e insieme la libertà di fare sbagli, perché maturasse la mia identità di artista, credo che alla fine amasse di me proprio quelle differenze, il mio essere altro, nonostante il dono più grande che mi ha trasferito: l'arte e l'amore per la bellezza!

Quando e come è cominciato il tuo percorso artistico?

Il mio percorso creativo è stato un approccio immediato e naturale con il mondo interiore che riconoscevo appartenermi. Da piccolo amavo travestirmi, interpretare personaggi, improvvisare costumi. Il teatro di mia madre era come lo specchio per Alice. Non ho mai avuto alcuna esitazione quando scelsi il Liceo Artistico, come se avessi riconosciuto la mia stella, e quel gioco meraviglioso del bambino si è declinato nel tempo, fino a divenire parte integrante della mia vita. Credo che essere artisti sia un modo di stare al mondo e un modo speciale di sentire e di vivere.

Come nasce una tua opera? Cos’è per te l’ispirazione? Come scegli il soggetto di un tuo lavoro?

Come ho detto prima, ogni opera ha la sua storia. Quando dipingo "racconto" la mia età e il mio universo parallelo, mi piace farmi suggestionare da una frase, dal piacere della lettura, mi piace ascoltare un disco per essere non qui, ma altrove, farmi trasportare dal suono come da una corrente di mare. Ecco, questo può essere un inizio!

I riferimenti artistici e culturali e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?

Sono tanti gli artisti che ho amato, talmente tanti da sentirmi quasi un viaggiatore del tempo. Amo tutta la storia dell'arte, senza preclusione verso generi o periodi storici. Da bambino copiavo il Picasso cubista, ero attratto dalle sue forme, dalla vitalità e dalla forza espressiva del suo segno. Crescendo poi ho amato il suo periodo blu e le figure silenti, assorte come funamboli malinconici. Credo che l'incontro con gli artisti sia un innamoramento, è una magia che non puoi spiegare.

Artisti, galleristi, istituzioni: cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese?

Penso malissimo delle istituzioni, sono sorde e lontane, oserei dire estranee all'arte e al mio mondo! La mia assoluta sfiducia verso la politica ha origini profonde, e questi ultimi anni ne sono stati una ulteriore conferma. La mia categoria, come quella di intere classi di lavoratori, è stata totalmente ignorata, non è esistita agli occhi dello Stato e non ha avuto alcuna tutela. Siamo soli e artefici di noi stessi! Eppure l'arte è la storia del nostro paese, e più in generale lo sguardo dell'uomo sul mondo. Circa le gallerie non entro in merito, sono estraneo alle leggi di mercato e forse non mi interessano, l'artista è colui il quale, diceva Petit, non chiede mai il permesso; libertà e forza, riassunto in due parole.

Come hai vissuto la pandemia? Progetti futuri?

Questi due anni di pandemia sono stati un tempo rubato! Conoscevo la mia spiritualità anche prima, purtroppo non trovo altra lezione se non quella di realizzare quanto siamo fragili, quanto tutto possa cambiare da un giorno all'altro, come un vento che spazzi via tutto. Di me ho vissuto solo una parte, la ricerca in solitudine, ma è mancato tutto il resto: donarsi agli altri, cantare per qualcuno, comunicare. L'arte è una lingua universale perché è la voce dell'indicibile e arriva dritta; come diceva David Sassoli, non è politica, è poetica!

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Annamaria Parlato 24/03/2022

Strategie di rilancio del territorio con la d.ssa Felici, Presidente CTG Picentia

Le sorti della ripresa turistica e culturale sono ancora in bilico, anche in questo 2022. L’importanza del binomio turismo e promozione però è stata finalmente percepita, sia in ambito pubblico che privato, e questo grazie al bisogno di venir fuori da una crisi profonda che da tre anni ha fatto sprofondare l’economia italiana nel baratro con poca via d’uscita. Tutela del paesaggio, sostenibilità energetica e innovazione digitale dovrebbero essere le armi vincenti per poter essere competitivi e risanare le lacune createsi nei settori della cultura e del turismo.

Per superare le problematiche lasciate dall’emergenza Covid e dalla guerra che sta devastando la nazione ucraina, le mete turistiche italiane dovranno reinventarsi e offrire ai viaggiatori nuovi modelli di vacanza. Irno24 ha intervistato a tal proposito la d.ssa Maria Guglielmina Felici, ex funzionario della Soprintendenza ai Beni Storico-Artistici di Salerno, attualmente impegnata nel sociale e attivamente presente nella vita associazionistica cittadina in qualità di Presidente del Gruppo CTG Picentia. Portavoce di lodevoli iniziative finalizzate al rilancio della cultura, le abbiamo sottoposto alcune domande per capire quali potrebbero essere le strategie messe in campo dal Centro Turistico Giovanile in merito alla promozione della provincia salernitana.

1) Lei è stata un funzionario della Soprintendenza. Di cosa si occupava precisamente durante i suoi anni di servizio?

Ho avuto la fortuna di occuparmi di molteplici settori, dalla Biblioteca alla ricerca archivistica per l’imposizione di vincoli ai beni di particolare pregio della nostra Provincia, dall’Ufficio Studi al Settore Ispettivo sul territorio di competenza. In quest'ultimo ambito ho potuto conoscere a fondo le due zone di cui mi sono occupata: il Vallo di Diano, con la Certosa di Padula; il Cilento con i suoi borghi e le sue preziose ma poco conosciute testimonianze artistiche, oltre che paesaggistiche, delle quali sanno più i viaggiatori del nord Europa (che praticando trekking e cicloturismo si addentrano nei sentieri montani per raggiungere poi le coste) di quanto non ne sappiano i viaggiatori italiani.

Ho esercitato la mia professione con grande fierezza e curiosità ed in ognuna delle attività ho cercato di mettere il massimo delle mie risorse. Un capitolo a parte occupa l’attività da me svolta nella Certosa di San Lorenzo in Padula, di cui sono stata Vice direttrice per alcuni anni, sotituendo anche l'allora Direttrice (compianta) dott.ssa Giovanna Sessa. Con altre colleghe abbiamo progettato la mostra work in progress ‘Le Opere e i Giorni’ , curata dal prof. Achille Bonito Oliva, che si è poi svolta nel triennio 2001-2003, continuandosi poi nell’altra ‘Fresco Bosco’.

2) Come è cambiata la gestione dei beni culturali da dieci anni a questa parte? E quanto si è fatto per il patrimonio?

Credo siano stati due i fattori che hanno profondamente cambiato il modo di operare delle Soprintendenze che, di fatto, si sono progressivamente allontanate dal territorio di competenza. Il primo è sicuramente costituito dalla scelta, operata a mio parere lucidamente, di lasciare che gli organici degli Uffici Centrali e Periferici si svuotassero, senza che nuove figure professionali andassero prima ad affiancare, poi a sostituire il personale che, man mano, lasciava le Amministrazioni per andare in pensione.

Il secondo fattore, collegato strettamente al primo, è stato quello determinato dalla vasta campagna di fango sul Pubblico – stessa sorte è toccata a Scuola e Sanità, per dirne alcune – che ha convinto le persone a credere indiscriminatamente che una massa di mangiapane a tradimento fosse lì ad impedire la libera espressione personale. Via i controllori per poter avere mano libera sul territorio. Per questo si è arrivati all’ipotesi di sopprimere le Soprintendenze. Naturalmente questo è un mio parere personale ma credo ragionevolmente vero, come dire buttiamo via il bambino con l’acqua sporca che, indubbiamente, era abbondante ma che nessuno mai si è curato di gettare.

3) La carriera universitaria è molto lunga, gli sbocchi lavorativi spesso insufficienti. Cosa consiglierebbe ad un giovane laureando in Beni Culturali che vorrà poi intraprendere la professione di conservatore?

Torno alla risposta precedente in quanto la nostra politica ha creato un paradosso, aprendo un percorso universitario dedicato, con specializzazioni che vanno dalla creazione di figure professionali quali Storici dell’arte o Conservatori, o raffinatissime professionalità di cui dovremmo essere fieri, in quanto l’Italia è stata e rimane un faro per gli altri Paesi che guardano alla nostra cultura con rispetto. Rispetto che manca del tutto a noi che con Istituti unici come l’Istituto Centrale del Restauro o l’Opificio delle Pietre Dure, giusto per citarne due, lascia che giovani molto formati vadano a lavorare all’estero.

So di Restauratori e di Archeologi e Storici dell’Arte trasferitisi in Egitto, Armenia, Grecia e Turchia, o nella vicina Germania. E’ anche passato il concetto che queste professionalità non meritino compenso ed un’Amministrazione pubblica locale, che non cito per pudore, ha pubblicato un bando rivolto a Restauratori che, a loro spese ed acquistando anche materiali, avrebbero dovuto restaurare gratuitamente i beni storico artistici di quella stessa Amministrazione. A chi, ben sapendo quali fossero le difficoltà dell’inserimento, ha scelto di intraprendere questi studi per inseguire una passione, dico di non arrendersi e di lottare e studiare per partecipare a concorsi ormai indifferibili.

4) Musei e Cultura hanno subito un duro contraccolpo dalla pandemia, qual è la sua opinione?

Sono ottimista: presto si tornerà alla normalità e le opere d’arte si saranno riposate, respirando senza essere devastate dalla scelta della massificazione della cultura, che non equivale alla formazione culturale. I siti archeologici, i musei, le aree protette sono realtà fragili che meritano cura e rispetto e non invasione di truppe di visitatori spesso inconsapevoli. Nel contempo si è cancellata la gratuità dell’ingresso agli ultrasessantacinquenni, iniziativa a mio parere dissennata. Ricordo quando mio papà a Roma portava i nipoti al Museo o quando, ormai solo, si dilettava a visitarli per poter continuare a sentirsi vivo. E’ chiaro che alla base della scelta c’è un puro calcolo matematico basato sull’innalzamento dell’età media degli italiani.

5) Ci spiega cos’è il Centro Turistico Giovanile?

Una volta andata in pensione, la scelta di aderire all’Associazione Centro Turistico Giovanile, e la creazione a Salerno del Gruppo Picentia APS, ha significato dare in qualche modo continuità al precedente impegno lavorativo. Devo ringraziare per questo la prof.ssa Adele Cavallo, oggi Presidente del Comitato Provinciale CTG Salerno, per avermene data l’opportunità. Il CTG è infatti una grande ed importante Associazione Nazionale, con ramificazioni territoriali fatte di Gruppi, Comitati, Case per Ferie. La sua attività è prevalentemente rivolta alla promozione di un turismo lento, consapevole, rispettoso e rivolto essenzialmente a percorsi meno conosciuti ma, non per questo, meno importanti nel panorama della cultura italiana.

Ho imparato infatti, nel mio lavoro, che in ogni Paese, Borgo, realtà dove si aggregano persone, c’è uno scrigno fatto di storia, testimoniata da manufatti, chiese, palazzi, attività presenti e passate, cibi. Dobbiamo smettere di rivolgere i nostri sguardi verso schermi freddi e riprendere ad incontrarci per poter guardare, col naso all’insù ed all’ingiù, tutto quanto ci circonda. Il CTG, pur nella sua laicità, essendo aperto a tutti, racchiude in sé i valori del Cristianesimo perché la contemplazione del bello ed il rispetto del Creato ci portano a conoscere l’immagine di Dio. Per questo e per le altre finalità il CTG è accreditato presso la CEI.

Finalità del CTG sono anche la valorizzazione dei Beni culturali che possono essere affidati in gestione da parte delle Soprintendenze in applicazione dello Statuto e del Protocollo d’Intesa firmato tra Ministero BB.CC. e CTG. Il Gruppo Picentia ha firmato un Protocollo d’Intesa con la Soprintendenza che intende coadiuvare nel compito di diffusione della conoscenza dei Beni Culturali, soprattutto tra le giovani generazioni.

6) Quali progetti ha in attivo il suo gruppo di associati sulla provincia di Salerno?

Formato un gruppo è necessario trovare un’aggregazione di persone disposte ed interessate a seguire un progetto; il nostro fomat vincente, attorno al quale si è formato il gruppo, è stato e rimane senz’altro il progetto "Di Food in Tour". Nato dall’idea della nostra socia, ed ora anche Vicepresidente del Gruppo Picentia APS, Annamaria Parlato, storica dell’arte (di quelle che non mollano) e specializzata in materia di Enogastronomia, settore che l’ha portata a divenire una giornalista conosciuta ed apprezzata nel settore, "Di Food in Tour" coniuga i beni culturali alle eccellenze enogastromiche del territorio. Durante una domenica, i nostri soci e simpatizzanti partecipano con il Picentia ad un tour in un paese e ne conoscono storia, beni culturali, tradizioni, cibi, ed attività imprenditoriali nascenti o consolidate. Ogni tappa è condotta insieme all’Amministrazione comunale del luogo visitato che ci accoglie e conduce in questo itinerario di cui fanno parte anche diversi momenti conviviali: dall’accoglienza all’assaggio di prodotti tipici, al pranzo, all’osservazione dei procedimenti produttivi.

Durante quasi 2 anni abbiamo percorso i Picentini ed ora siamo alla scoperta della Valle dell’Irno. Ultima tappa è stata quella di Fisciano, prossima sarà quella di Mercato San Severino. I partecipanti all’evento si dicono sorpresi dalla ricchezza dei luoghi, a volte assolutamente sconosciuti ai più, e dalla competenza di giovani membri di associazioni locali, che ci fanno da guida con entusiasmo. Anche assistere al ciclo di produzione dell’olio o della birra, o della trasformazione della nocciola, o gustare una fresca mela annurca, diventa un’esperienza che non ha prezzo.

Oltre a "Di Food in Tour", il Picentia ha realizzato "Salerno a Passi nella Storia", progetto che, partendo dalla Mappa a passi dell’artista Tony Ponticiello, alias Mister Time, carta di cui siamo stati sponsor fin dalla sua prima edizione, cammina per le viuzze del Centro storico, raccontando storie e leggende miste a brani di conoscenza derivata dalla pratica maturata nei lunghi anni in Soprintendenza. Curiosità per gli addetti ai lavori e divulgazione di una cultura persa negli anni. Oggi le cartine di Salerno ci portano a visitare locali e strutture ricettive dove consumare, ma sono scarne di informazioni sui Beni Culturali. A condurre il gruppo le tre ACA, Irene Russo, con le curiosità sulle erbe della Scuola Medica, Annamaria Parlato, ed io stessa.

Un altro progetto realizzato ed in itinere è "Tra Terra e Cielo", che ci ha portato a Campagna dove una volta abbiamo camminato su un percorso montano ed un’altra abbiamo conosciuto il Giardino dei Semplici del Santuario di Maria SS. di Avigliano. Qui don Carlo Magna ha, con Walter Iannotti dell’UPI, riportato il Convento alla sua originaria funzione di centro di accoglienza e cura dell’anima e della persona. Con l’UPI abbiamo ora siglato un Protocollo d’intesa che ci vedrà uniti su altri progetti. Con lo stesso Santuario, che è entrato nella Rete "Laudato sii", abbiamo in programma iniziative che portino Soci CTG da tutta Italia a soggiornarvi.

7) Cos’è la figura dell’ACA introdotta dal CTG a livello nazionale, quali sbocchi lavorativi?

Gli ACA sono Animatori Culturali Ambientali, ciò che li differenzia da una guida turistica. L’ACA anima un percorso dando spunti di conoscenza e riflessione e rendendo l’esperienza del tour piacevole e partecipata. Questa figura è nata all’interno del CTG e siamo stati formati per raggiungerne lo status; ogni anno sono previste ore di aggiornamento teorico e di esercizio pratico che varrà il rinnovo della tessera di ACA. Alcune Regioni come, ad esempio il Veneto, hanno riconosciuto questa figura inserendola negli albi regionali, offrendo a chi ne sia in possesso la possibilità di essere impiegati non solo all’interno dei Gruppi CTG, come oggi avviene, ma anche con le scuole o altre realtà del posto. In questo modo, insieme alla guide turistiche, contribuiscono alla diffusione della conoscenza del territorio ed alla sensibilizzazione dei valori ad essa collegati.

8) Pensa che dopo una pandemia e l'atroce guerra in corso possa esserci di nuovo la ripresa del turismo nei nostri territori?

Non c’è alcun dubbio, noi italiani siamo sempre pronti al viaggio e a gustare un buon piatto tipico o a bere un buon vino locale. Speriamo si sia capito anche che, al di là del turismo fuori dai confini nazionali, ci sono tante realtà di eccellenza che vale la pena conoscere ed apprezzare per godere di una bella vacanza. Inutile dire che i turisti stranieri non aspettano altro che poter tornare. Bisogna solo comprendere che il turista ha diritto ad avere un trattamento rispettoso e che oggi, in cui nessun luogo è lontano, se il turista non viene coccolato non tornerà. Il turismo di qualità è quello a cui dobbiamo tendere per non cannibalizzare il territorio.

9) Lei è più sostenitrice della linea della tutela o della valorizzazione?

Credo che i due temi camminino insieme perché, senza tutela, non sarà possibile la valorizzazione. Un bene culturale danneggiato da un restauro sbagliato o da un intervento irrispettoso sarà perso per sempre. Dunque la tutela, fatta in modo intelligente senza rigidi atteggiamenti proibitivi in assoluto, ma nel rispetto delle norme del Codice dei Beni Culturali, darà alle prossime generazioni la possibilità di godere di un patrimonio culturale di immenso valore, quale è quello diffuso su tutto il territorio della nostra bella Penisola. Prendiamo i più bravi tra i giovani che in questi anni si sono laureati e specializzati nel settore e ricostruiamo le Soprintendenze, restituendo agibilità e dignità alla ricerca ed alla competenza.

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