San Severino, Kyoto Sushi e il fenomeno AYCE: gusto, convenienza e qualità

La nuova formula punta con forza su varietà delle portate, condivisione e spesa contenuta

Annamaria Parlato 19/10/2026 0

È ormai una presenza consolidata nel panorama della ristorazione italiana e continua ad attirare un pubblico trasversale, con una particolare concentrazione tra giovani e studenti universitari. La formula AYCE, soprattutto nei ristoranti cinesi, giapponesi e panasiatici, ha trasformato il modo di vivere un pranzo o una cena fuori casa, facendo della varietà delle portate, della condivisione e della spesa contenuta i suoi principali punti di forza. Un successo che merita di essere osservato più da vicino, per comprendere le ragioni di questa diffusione e interrogarsi su ciò che distingue un’offerta gastronomica curata da una proposta orientata soprattutto alla quantità.

Il principio è semplice: un prezzo prestabilito e la possibilità di ordinare diverse portate, secondo le condizioni previste dal locale. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde un fenomeno gastronomico e commerciale più articolato, che racconta l’evoluzione del rapporto tra i consumatori e il cibo. Per comprendere il successo dell’AYCE bisogna partire dalle nuove abitudini di consumo. Per gli universitari, spesso alle prese con budget contenuti e giornate scandite da lezioni, studio e spostamenti, conoscere in anticipo il costo di un pasto rappresenta un vantaggio concreto. La formula consente di programmare la spesa senza rinunciare alla varietà, sperimentando preparazioni diverse rispetto a quelle della cucina quotidiana.

A questo si aggiunge la dimensione conviviale: condividere più portate, confrontare i propri gusti, assaggiare una specialità consigliata da un amico e scoprire nuovi abbinamenti trasforma il pasto in un’esperienza collettiva. Il richiamo esercitato dalla cucina asiatica contemporanea dipende anche dalla sua capacità di parlare linguaggi differenti. Accanto a sushi, sashimi, ramen, ravioli al vapore e involtini primavera, trovano spazio uramaki elaborati, salse agrodolci, ingredienti croccanti, frutta e contaminazioni che avvicinano sapori orientali e gusti internazionali. L’impatto visivo delle preparazioni, la possibilità di fotografare i piatti e la varietà delle combinazioni contribuiscono a rendere questa ristorazione particolarmente adatta alla condivisione, anche sui social.

Il successo di questo modello, tuttavia, non dovrebbe far dimenticare che non tutte le proposte sono uguali. Il prezzo accessibile non è necessariamente sinonimo di bassa qualità, così come un menu molto ampio non costituisce, da solo, una garanzia di eccellenza. La differenza si misura nella scelta delle materie prime, nella tecnica di preparazione, nella corretta conservazione degli alimenti e nella cura riservata a ogni portata. Un ristorante affidabile presenta un menu comprensibile, fornisce le informazioni sugli allergeni e rispetta le procedure igienico-sanitarie previste, soprattutto quando si tratta di pesce destinato al consumo crudo. Per sushi e sashimi sono fondamentali la gestione della catena del freddo, la corretta conservazione e i trattamenti prescritti dalla normativa contro il rischio legato ai parassiti, salvo le deroghe previste.

Anche il tema dei surgelati merita un chiarimento: un ingrediente surgelato non è automaticamente un ingrediente scadente. La surgelazione, se eseguita e mantenuta correttamente, è una tecnica di conservazione che permette di preservare le caratteristiche di molti alimenti. Il punto è la qualità originaria del prodotto, la sua gestione e il risultato che arriva nel piatto. Più problematico è un approccio eccessivamente standardizzato, nel quale preparazioni industriali, salse utilizzate senza equilibrio e lavorazioni ripetitive rischiano di appiattire il gusto e rendere le diverse portate poco riconoscibili. Nel sushi, per esempio, il riso deve presentare una consistenza equilibrata, mantenere la forma senza risultare troppo compatto e accompagnare il pesce senza sovrastarlo; gli ingredienti devono conservare le proprie caratteristiche e le salse dovrebbero valorizzare, non coprire, il profilo aromatico della preparazione. Nelle fritture contano la croccantezza e l’assenza di un’eccessiva untuosità, mentre nei piatti caldi, come ramen e preparazioni al tegame, sono determinanti l’equilibrio del condimento e la corretta consistenza degli ingredienti.

Un menu esteso può rappresentare un valore quando è sostenuto da un’organizzazione di cucina capace di garantire attenzione e continuità; diventa invece un limite quando la quantità prende il posto dell’identità gastronomica. In questo scenario si inserisce Kyoto Sushi, a Mercato San Severino, aperto da circa un anno in una zona residenziale della città, che propone un’offerta capace di abbracciare più anime della cucina asiatica, in un ambiente moderno, curato e ben strutturato. Gli spazi sono adatti ad accogliere coppie, famiglie e gruppi di amici, in un contesto nel quale il pasto diventa anche un’occasione di condivisione. Tra gli elementi distintivi del locale figura la tecnologia integrata ai tavoli, che rende l’ordinazione più immediata e funzionale. La possibilità di consultare le proposte e gestire le richieste attraverso un sistema digitale risponde alle abitudini di un pubblico sempre più abituato a interfacce intuitive e a un servizio pratico. Se ben integrata nell’organizzazione, la tecnologia può agevolare il lavoro di sala e rendere più fluida l’esperienza, senza sostituire l’importanza dell’accoglienza e dell’attenzione al cliente.

L’ampiezza del menu, i prezzi accessibili e le offerte promozionali proposte ogni mese completano una formula che può risultare interessante per chi desidera esplorare la cucina asiatica, senza affrontare una spesa elevata. La carta permette di alternare grandi classici e preparazioni più elaborate, passando dai piatti caldi alle proposte di sushi contemporaneo, con combinazioni pensate per gusti differenti. Tra le proposte convincenti da provare ci sono i bao al vapore, nelle varianti con crema di uova oppure nella versione dolce al cioccolato, da intingere nel latte condensato. Due interpretazioni che giocano sulla consistenza soffice dell’impasto e sulla cremosità della farcitura, offrendo rispettivamente un’alternativa salata e una conclusione golosa al pasto.

Per chi preferisce una preparazione calda e più strutturata, il ramen di manzo richiama uno dei piatti più riconoscibili della cucina giapponese contemporanea, con il suo incontro tra brodo, noodles e carne. Interessanti anche i gamberi con funghi e bambù, che accostano la delicatezza dei crostacei alle note vegetali e alla consistenza caratteristica del bambù, e i gamberi in tempura di mandorle, nei quali la croccantezza della copertura incontra la morbidezza del gambero. Tra gli antipasti trovano spazio gli involtini primavera, un classico della cucina cinese apprezzato per la sfoglia croccante e il ripieno vegetale, mentre i ravioli al vapore di verdure, preparati con mais, carote, cavolo cappuccio, zucchine e farina di patate, rappresentano un’alternativa alle farciture di carne o pesce. La cottura al vapore valorizza la morbidezza dell’involucro e lascia spazio al gusto degli ortaggi.

Il percorso prosegue con il sashimi selezionato secondo l’omakase dello chef, una proposta che richiama la consuetudine giapponese di affidarsi alla scelta del cuoco. Nel sashimi, privo della componente del riso e delle salse che caratterizza altre preparazioni, assumono particolare importanza la materia prima, il taglio e la temperatura di servizio. È una portata nella quale la qualità del pesce dovrebbe emergere con immediatezza, senza essere mascherata da condimenti o accompagnamenti eccessivi. Sul versante degli uramaki, Kyoto Sushi propone combinazioni che giocano sul contrasto tra ingredienti, colori e consistenze. Il Cheritomato Roll, con salmone, maionese, pomodorini e sesamo nero, introduce una nota vegetale e fresca in una composizione dalla componente cremosa, avvicinando il gusto del pesce a ingredienti familiari alla cucina mediterranea. Più articolato il Painappuru Chicken Roll, che abbina salmone, maionese, pollo fritto, ananas, salsa agropiccante e sesamo nero: la croccantezza del pollo, la dolcezza del frutto e la spinta agropiccante della salsa costruiscono un contrasto destinato a chi ama sapori intensi e contaminazioni contemporanee.

Per chi desidera una proposta più ricca, l’uramaki con astice, uova di salmone e avocado riunisce ingredienti dalla consistenza e dal profilo gustativo distinti: la morbidezza dell’avocado, la componente marina dell’astice e la nota caratteristica delle uova di salmone danno vita a una composizione articolata. Tra le proposte più creative si colloca anche il Tempura Oshizushi, con riso in tempura, salmone spicy, avocado e salsa al mango. La componente croccante incontra qui la piccantezza del salmone e la dolcezza fruttata della salsa, in un gioco di contrasti pensato per chi ama combinazioni più decise. Il Crispy Cono, con salmone spicy, salsa teriyaki, riso soffiato, salsa al tartufo ed erba cipollina, punta invece sull’alternanza tra note sapide, dolci, aromatiche e croccanti.

Nell’assaggio, tuttavia, il salmone è apparso leggermente troppo amalgamato, con una consistenza quasi impastata che ne attenuava la percezione al morso. Una lavorazione meno spinta, capace di conservare piccoli pezzi di pesce come in una tartare, avrebbe probabilmente restituito maggiore definizione alla materia prima e una più piacevole alternanza di consistenze. Anche la salsa al tartufo è sembrata avere un profilo piuttosto commerciale e standardizzato: una variante più equilibrata, con note aromatiche meno invasive e una maggiore riconoscibilità del tartufo, potrebbe valorizzare il piatto senza sovrastare il salmone. Sono dettagli che, se curati, contribuirebbero a rendere questa proposta più interessante e gastronomicamente equilibrata.

Proprio su questi aspetti, tuttavia, Kyoto Sushi potrebbe intervenire per rendere la propria proposta ancora più convincente. Un primo elemento riguarda la cottura e la consistenza del riso del sushi: nell’assaggio può risultare leggermente gommoso al morso, una sensazione che meriterebbe di essere verificata e corretta attraverso una maggiore attenzione alla cottura, al condimento e alla lavorazione. Il riso è una componente fondamentale dell’equilibrio del sushi e dovrebbe mantenere una consistenza morbida ma definita, capace di accompagnare il pesce senza diventare eccessivamente compatta.

Un secondo aspetto riguarda la salsa di soia, che, quando presenta una sapidità troppo marcata, rischia di coprire le sfumature degli ingredienti. Sarebbe interessante valutare una referenza dal profilo aromatico più complesso, eventualmente proveniente da produzioni tradizionali ottenute attraverso la fermentazione, così da valorizzare il pesce senza sovrastarlo. L’obiettivo non sarebbe necessariamente rinunciare a un prodotto industriale in quanto tale, ma scegliere una salsa di maggiore qualità, con un gusto più armonico e una sapidità meglio integrata.

Anche la carta delle bevande potrebbe offrire un’opportunità di crescita. Accanto alle referenze più diffuse, sarebbe interessante introdurre una selezione più rappresentativa della tradizione giapponese e asiatica, con sakè di differenti tipologie, birre giapponesi o asiatiche, dotate di una precisa identità, e una scelta più caratterizzata di distillati e digestivi tradizionali. Brevi indicazioni sulle caratteristiche delle bevande e sui possibili abbinamenti aiuterebbero il cliente a orientarsi e renderebbero il percorso gastronomico più completo.

Un ulteriore margine di miglioramento riguarda la cura dell’impiattamento e della presentazione. Nella ristorazione asiatica contemporanea, dove l’impatto visivo contribuisce sensibilmente alla percezione del piatto, la disposizione degli ingredienti, l’armonia cromatica, la scelta dei supporti e la pulizia delle composizioni sono aspetti che meritano attenzione. Una presentazione più accurata potrebbe dare maggiore risalto alle singole preparazioni, soprattutto agli uramaki elaborati e ai piatti destinati alla condivisione, valorizzando il lavoro della cucina e rendendo più coerente l’esperienza con l’ambiente moderno del locale. Si tratta di interventi mirati, non di una revisione radicale dell’offerta, che potrebbero consolidare i punti di forza di Kyoto Sushi: ambienti piacevoli, tecnologia al tavolo, ampia scelta, prezzi accessibili e promozioni mensili. Anche la conclusione del pasto può diventare parte del percorso di scoperta.

Kyoto Sushi si inserisce così in un modello di ristorazione nel quale l’accessibilità economica e la varietà sono importanti fattori di attrazione, soprattutto per il pubblico giovane. La convenienza, tuttavia, non dovrebbe essere l’unico criterio di valutazione: a fare la differenza nel tempo sono la precisione tecnica, la qualità delle materie prime, la cura del servizio e la capacità di offrire un’esperienza gastronomica coerente. Per chi sceglie un ristorante AYCE, il consiglio resta quello di guardare oltre il prezzo e lasciarsi guidare dalla curiosità, osservando la qualità delle preparazioni e l’attenzione ai dettagli. Mangiare bene non significa necessariamente spendere molto, ma trovare un equilibrio convincente tra ciò che si paga, ciò che si assaggia e il piacere di condividere la tavola.

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Redazione Irno24 01/12/2020

Baronissi, due "forchette" per il ristorante "Pensando a te"

Qualche tempo fa, precisamente a fine Ottobre, ci siamo occupati del ristorante di Baronissi "Pensando a te", con a capo lo chef Petrone, in occasione dei dieci anni di attività. E' di qualche giorno fa la notizia del conseguimento della due "forchette", speciali "unità di misura" con cui la Guida del Gambero Rosso "quantifica" la cucina d'eccellenza. Due i piatti forti che hanno senz'altro fatto la differenza: "Lasagnetta alla Genovese croccante" e "Pensando alla Ramata".

"In un momento storico difficile - scrive lo chef Antonio Petrone sui social - voglio dedicare questo risultato gastronomico ai tanti amici clienti che ci danno fiducia, spronandoci a fare sempre meglio, alle tante persone che stanno attraversando un momento delicato e soffrono in silenzio.

Grazie a Imma e Lucia, che da 10 anni difendono con me questo bellissimo progetto, mi sopportano e supportano in tutto. Grazie a Claudia, ormai parte integrante del progetto, e a tutto lo staff che lavora dietro le quinte con tanta dedizione.

Grazie sopratutto ad Emanuele, una persona speciale diventata la mia anima gemella in cucina; appassionato, volenteroso senza eguali, in questi mesi è stato più di una spalla forte su cui contare ed insieme abbiamo realizzato un lavoro di squadra impressionante per traghettare la nave oltre la tempesta".

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Redazione Irno24 24/06/2025

Apericena sul terrazzo dell'Embarcadero a Salerno, la cantina è un vanto

Piatti del territorio, preparazioni tradizionali ma di qualità. Il ritorno alla cucina di mare che rappresenta Salerno. L'Embarcadero, da qualche tempo, esprime questo e molto altro, mettendo a disposizione una grande offerta anche agli amanti del bere: vini, bollicine, liquori. Il "guru" del comparto è Ivan Guzzo, uno dei soci del locale. E' lui a raccontare questo mondo così ricco e affascinante.

"Mio padre ha sempre lavorato nel settore dei vini e dei liquori. Da qui la mia passione, poi diventata lavoro. Prima un ingrosso, poi un'enoteca, successivamente un bar. Infine, l'approdo all'Embarcadero. Qui i vini li acquistiamo direttamente dalle cantine. Non c'è un modo ben preciso di allestire la selezione, provo qualcosa se si tratta di una novità particolare. I nomi importanti sono sempre presenti. Non forzo, però, la ricerca sulla "cantina micro", commercialmente non lo ritengo un discorso valido. Tuttavia, se c'è qualche piccola realtà nuova, a prezzo giusto, la prendo in considerazione.

In primis devo capire cosa desidera il cliente: mai calcare la mano, al massimo posso dare un consiglio. Il vino più buono, in fondo, è sempre quello che piace. Come nel comparto gastronomico, così nel 'bere' la ricerca conta tanto. Troppo facile proporre prodotti di qualità a prezzi altissimi; molto più difficile, invece, è farlo a prezzi giusti: ci vogliono attenzione e studio. In generale, i turisti puntano sul territorio: leggere 'Costa d'Amalfi' in etichetta già conta molto per loro. In termini di richiesta, si registra un calo dei vini estremamente aromatici, oggi si va molto più sul secco, sul semplice e non troppo strutturato.

Sul fronte bollicine, grande ritorno all'italianità, come Trento Doc e Franciacorta. A parte le aziende storiche, che non devono mancare, a me piace cambiare spesso. Ma, ribadisco, la regola fondamentale è sempre la stessa: il cliente va lasciato libero, vuole rilassarsi e non è interessato a spiegazioni particolari. Le definizioni specifiche, i tecnicismi, i "sentori" li riservo alle cene con gli addetti ai lavori. Con una gamma così ampia, oltre 200 etichette fra vini e spumanti, offriamo tante opzioni di abbinamento al menù. Sono più di 600 i liquori: 55 gin, 20 vodka, 15 tequila, oltre a whisky americani, scozzesi e irlandesi. Un parco che accontenta tutti. Questa, ad esempio, è la fase del gin, d'altronde anche le mode aiutano il commercio.

Il martedì, e ogni tanto anche il venerdì, stiamo proponendo un'apericena con musica in terrazza, solo su prenotazione. Un servizio in più alla clientela. Niente discoteca "spinta", una selezione soft curata da un dj, che accompagna i drink e i piatti semplici, curati dalla cucina: pinsa, acquasale, frittura di mare, insalata di polpo.

Adesso, a livello gestionale, stiamo raggiungendo un giusto equilibrio. E' pur vero che si fa fatica a trovare personale, per questo dobbiamo anche rinunciare a delle idee; noi stessi soci siamo in prima linea a lavorare - e fortunatamente lo sappiamo fare - per tamponare i vari buchi. Inoltre, l'amministrazione comunale non ci aiuta: siamo un po' isolati, il cantiere di fronte è fermo, urge manutenzione delle piante sul lungomare, serve qualche servizio di trasporto in più per far fronte alla presenza dei turisti. Con tanti sacrifici, però, andiamo avanti. E ci divertiamo anche sotto stress”.

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Annamaria Parlato 26/03/2024

Verde, bianco o violetto, l'asparago è il re delle verdure primaverili

L’asparago appartiene al genere di piante della famiglia delle Gigliacee, con specie sia commestibili che ornamentali. La specie commestibile è l’Asparagus officinalis, di cui sono utilizzati i turioni, ossia i giovani getti primaverili che derivano da tozzi rizomi; questi turioni, dal gradevole sapore dolciastro, se lasciati al loro naturale sviluppo, danno luogo a fusti eretti, rigidi, verdi, che raggiungono l’altezza di circa un metro.

L’asparago è stato coltivato, sin dall’antichità, nelle regioni temperate; esso è originario della Mesopotamia e da qui si diffuse dapprima in Grecia e nella Penisola Balcanica in generale, in Ucraina e quindi in altre regioni adatte all’asparagicoltura. Mentre non sembra che gli antichi Greci coltivassero gli asparagi, i Romani già dal 200 a.C. avevano dei manuali in cui minuziosamente se ne espone la coltivazione.

L'asparago fu citato da Teofrasto, Catone, Plinio e Apicio; in particolare, gli ultimi due ne descrissero accuratamente non solo il metodo di coltivazione, ma anche quello di preparazione. Agli imperatori romani gli asparagi piacevano così tanto, che, ad esempio, sembra che abbiano fatto costruire delle navi apposite per andarli a raccogliere, navi che avevano come denominazione proprio quella dell'asparago ("asparagus").

Considerati indispensabili per aumentare la potenza sessuale, viaggeranno nelle scorte dei viveri delle Legioni Romane, che ne diffusero la coltivazione in Spagna e poi da lì in Germania, Olanda e Polonia, per arrivare da ultimi in Francia, dove il Re Sole fece erigere un obelisco in onore del giardiniere che riuscì a produrne freschi per tutto l’anno. E sarà sempre un altro grande francese, Napoleone III, ad averne bisogno prima degli incontri amorosi da sostenere con donne avvenenti, tanto da arrivare a rimandarli o a rinunciarci se non si fossero reperiti grossi.

Dal XV secolo è iniziata la coltivazione in Francia, per poi, nel XVI secolo, giungere all'apice della popolarità anche in Inghilterra; solo successivamente, l'asparago fu introdotto in Nord America. Si riproduce in coltura, per mezzo delle cosiddette “zampe di asparagio”, ossia parti di rizomi ricchi di gemme; più di rado si propaga per semi. Gli asparagi sono ricchi di vitamine dei gruppi B, C ed A e di asparagina, sostanza ad azione diuretica.

Alla voce “erbaggi e legumi”, Pellegrino Artusi dice che questo erbaggio (l’Artusi parla di “sparagi”), prezioso non solo per le sue qualità diuretiche e digestive, ma anche per l’alto prezzo a cui si vende, lessato che sia si può preparare in diverse maniere, ma la più semplice è quella comune di condirli con olio finissimo e aceto o agro di limone. Era il 1891 quando Artusi consigliava nella sua prima edizione del celeberrimo “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” questo modo di cuocere e mangiare gli “sparagi”, una ricetta ancor oggi da considerarsi il modo base per gustare questi ortaggi.

Il gusto dell'asparago evoca il sapore del carciofo; vi sono diverse varietà: l'asparago bianco, che germogliando interamente sotto terra (e quindi in assenza di luce) ha un sapore delicato; l’asparago violetto, dal sapore molto fruttato ma un tantino amarognolo, che è in realtà un asparago bianco che fuoriesce leggermente e che, vedendo la luce, riesce ad attuare la fotosintesi, acquistando un colore lilla abbastanza uniforme; l'asparago verde, che germoglia alla luce del sole, ha però un sapore marcato e il suo germoglio possiede un gusto dolciastro. È il solo asparago che non ha bisogno di essere pelato, in cucina si utilizzano germogli verdi o bianchi.

Per la preparazione, occorre tagliare le estremità legnose dell'asparago e togliere eventualmente la pelle bianca fino a 4 cm sotto il germoglio, o in più nel caso di asparagi vecchi o particolarmente grandi. I cuochi più esigenti prima della cottura li immergono in acqua e ghiaccio. Talvolta la pelle viene aggiunta all'acqua di cottura e rimossa solo alla fine poiché ciò, secondo alcuni, ne preserverebbe il gusto. Gli asparagi selvatici hanno un aspetto simile agli asparagi coltivati, ma tendono ad essere più sottili e meno uniformi nella forma. Le punte degli asparagi selvatici sono generalmente più piccole e appuntite rispetto a quelle degli asparagi coltivati. Possono variare di colore a seconda della varietà e della stagione, ma spesso presentano una tonalità verde scuro o verde brillante.

Alcune varietà possono avere sfumature di viola o rosso, come quelle tipiche del salernitano, e sono note per il loro sapore intenso e aromatico, spesso descritto come più robusto e terroso rispetto agli asparagi coltivati. Hanno un sapore leggermente amaro e una consistenza più croccante e fibrosa e possono essere lessati, grigliati, saltati in padella, arrostiti o consumati crudi in insalate. Il loro sapore intenso e aromatico li rende ideali per aggiungere un tocco di originalità e freschezza ai piatti o alle ricette tipiche del periodo pasquale, come torte rustiche o frittate da gustare durante il pic-nic del Lunedì in Albis.

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