"È un pasticcio saporito": la ricetta perfetta di Rossini al Verdi di Salerno
La storica farsa "Il signor Burschino" torna in scena con ritmo scintillante ed eleganza visiva
Annamaria Parlato 10/05/2026 0
C’è una battuta ne Il signor Bruschino che sembra racchiudere l’intera filosofia rossiniana: "È un pasticcio saporito". Non è soltanto un passaggio brillante della farsa giocosa andata in scena venerdì 8 maggio al Teatro Verdi di Salerno, ma una vera dichiarazione poetica. Perché il giovane Gioachino Rossini, appena ventunenne quando compose quest’opera nel 1813 per il Teatro San Moisè di Venezia, aveva già intuito che il teatro musicale potesse funzionare come una grande cucina alchemica: ingredienti diversi, equivoci, ritmo, leggerezza, sorpresa, sapientemente amalgamati fino a creare un meccanismo perfetto.
E Rossini, del resto, fu gastronomo autentico prima ancora che gourmet celebrato. La sua esistenza è disseminata di ricette leggendarie, tournedos dedicati al suo nome, maccheroni sublimati, foie gras, tartufi, champagne e convivialità elevate ad arte. La cucina, per lui, era sicuramente semplice piacere sensoriale, ma anche costruzione drammaturgica: equilibrio fra sapidità e dolcezza, fra tempi lunghi e accelerazioni improvvise. Esattamente ciò che avviene ne "Il signor Bruschino", autentico soufflé teatrale dove ogni personaggio entra in scena come un ingrediente destinato a modificare la temperatura dell’intreccio.
Il nuovo allestimento del Teatro Verdi coglie con intelligenza questa natura "culinaria" della partitura, restituendo una macchina scenica agile, brillante e perfettamente calibrata. La regia di Raffaele Di Florio evita ogni pesantezza farsesca e punta invece su un’eleganza mobile, fatta di tempi serrati, gestualità precise e un raffinato gioco di dinamiche teatrali. La comicità non viene mai caricata: emerge spontaneamente dal ritmo interno della musica, rispettando quella leggerezza illuministica che rende Rossini così modernamente crudele e ironico. Le scene e i costumi di Alfredo Troisi accompagnano questa visione con gusto cromatico e fluidità narrativa, senza trasformare la farsa in caricatura. L’impianto visivo resta sempre funzionale alla rapidità drammaturgica, qualità indispensabile in un’opera che vive soprattutto di movimento e precisione.
Sul piano musicale, la direzione di Jordi Bernàcer si distingue per brillantezza e controllo architettonico. Bernàcer comprende che "Il signor Bruschino" non è soltanto una "piccola" opera giovanile, ma un laboratorio rossiniano straordinario, nel quale sono già presenti molte intuizioni del futuro autore del Barbiere di Siviglia. L’orchestra valorizza con chiarezza le trasparenze timbriche e gli slanci ritmici della partitura, evitando sonorità eccessivamente corpose. Ne emerge un Rossini luminoso, quasi cameristico, ma già capace di invenzioni dirompenti. E proprio l’ouverture rimane uno dei momenti storicamente più rivoluzionari dell’opera: il celebre battito degli archetti sui leggii, gesto percussivo inaudito per l’epoca, conserva ancora oggi una freschezza sorprendente. È il segnale di un compositore disposto a giocare con il teatro e con il pubblico, rompendo continuamente le convenzioni. Ottima la prova dell'Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno, chiamata a sostenere una scrittura piena di trappole ritmiche, crescendo improvvisi e dialoghi serratissimi fra buca e palcoscenico. L’ensemble risponde con compattezza e vivacità, mantenendo sempre limpida la linea rossiniana.
Nel cast spicca Carlo Lepore nel ruolo di Gaudenzio, interprete di grande esperienza rossiniana, capace di cesellare fraseggio e tempi comici con naturalezza scenica. Maria Sardarian offre una Sofia vocalmente luminosa, elegante nelle agilità e convincente nella costruzione del personaggio. Di rilievo anche Fabio Capitanucci come Bruschino padre, autorevole e musicalmente saldo, mentre Giulia Lepore tratteggia una Marianna vivace e ben inserita nel tessuto dell’ensemble. Ciò che rende ancora oggi speciale "Il signor Bruschino" è la sua modernità strutturale. La trama, derivata dalla commedia francese "Le fils par hasard, ou Ruse et folie" di Alissan de Chazet e Maurice Ourry e adattata da Giuseppe Maria Foppa, è costruita su identità scambiate, debiti, menzogne e manipolazioni sentimentali. Ma sotto la leggerezza farsesca si intravede già il gusto rossiniano per il caos organizzato, per il vortice sociale in cui nessuno controlla davvero gli eventi.
Ed è qui che ritorna quella frase: "È un pasticcio saporito". Perché Rossini trasforma il disordine in piacere estetico. Ogni equivoco si amalgama all’altro come in una ricetta perfetta; ogni crescendo aggiunge spezie emotive; ogni ensemble diventa una portata sempre più ricca. Alla fine il pubblico non assiste soltanto a una commedia musicale, ma viene invitato a un banchetto teatrale dove ironia, virtuosismo e intelligenza si fondono in un unico sapore. La replica di domenica 10 maggio al Verdi offrirà dunque un’ulteriore occasione per riscoprire un Rossini giovane ma già pienamente consapevole del proprio genio: un compositore capace di trasformare una "farsa giocosa" in un sofisticato laboratorio di teatro musicale moderno.
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Domani, venerdì 3 febbraio, alle ore 17:30, presso la Pinacoteca provinciale di Salerno, la cerimonia di consegna del dipinto del Maestro Carmine De Angelis, donato dal figlio Ciro. Intervengono Franco Alfieri, Presidente della Provincia; Francesco Morra, Consigliere provinciale delegato alla cultura; Sergio Perongini, docente dell’Università di Salerno; Gioita Caiazzo, dirigente del Settore Reti e Sistemi museali.
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“Per oltre un ventennio – aggiunge Morra – a partire dagli anni sessanta fino alla sua morte, il negozio di Carmine De Angelis, dopo la chiusura, diventa un vivace cenacolo artistico cittadino, il ritrovo di giovani artisti, di scrittori, di giornalisti, di studenti, di critici, di tutto un mondo legato dalla comune passione per l’arte. Questa donazione rafforza ulteriormente il legame solido fra la città di Salerno e la Pinacoteca”.
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