A metà luglio la "Festa della Pizza" torna a Salerno

L'evento è in programma dal 12 al 16 in piazzale Salerno Capitale

Redazione Irno24 29/05/2023 0

In occasione del 25° "compleanno", la Festa della Pizza, per tanti anni itinerante, torna a Salerno. L'evento, organizzato dall'associazione Alimenta, presieduta da Maurizio Falcone ed Alfonso Aufiero, si terrà dal 12 al 16 luglio 2023 in piazzale Salerno Capitale, a pochi metri dal Grand Hotel.

Sapori e tradizioni della Campania, accompagnati da musica e spettacolo. La presentazione sarà affidata a Pippo Pelo e Adriana Petro, direttamente da Radio Kiss Kiss. Sul sito ufficiale tutti gli aggiornamenti.

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Annamaria Parlato 07/06/2025

Salerno, "Le Parùle" di Pignalosa: dove la pizza germoglia dalla terra

Un seme, un gesto, una promessa. È cominciata così, tra il profumo di legna e il richiamo lento del mare, la serata esperienziale lo scorso 3 giugno 2025, alle Parùle di Giuseppe Pignalosa, nel cuore del Marina d’Arechi Village di Salerno. Qui, dove gli yacht scintillano al tramonto e le vele incrociano l’orizzonte, la pizza non è solo cibo: è narrazione, terra, agricoltura poetica. Una tavola imbandita con il meglio del territorio salernitano e campano – dal Cilento al Vallo di Diano, dall’alta Valle del Sele alla Costiera – ha accolto gli ospiti in un dialogo vibrante tra sapori e storie.

Ogni partecipante ha ricevuto in dono un barattolo con un seme di pomodoro già messo a dimora: simbolo forte di cura e responsabilità, ma anche di appartenenza. "Quel seme è una promessa. Un modo per dire tu ne fai parte e ancora per sottolineare che il buono vuole pazienza" ha spiegato Pignalosa, che ha scelto di raccontare la sua pizza come un orto da custodire, un terreno vivo in cui ogni ingrediente ha radici, storia, visione.

Alla degustazione, protagonisti assoluti i produttori: Pietro D’Elia de I Segreti di Diano, da Teggiano, ha portato il suo peperone Sciuscillone, croccante e intenso, coltivato con pazienza per oltre 300 giorni. "La nostra - afferma - è un’agricoltura che unisce il sapere dei nostri nonni alla tecnologia di oggi. Infatti stiamo lavorando a un sistema fuori suolo con tecnologia idroponica e recupero dell’evaporazione ” ha spiegato. Ogni volta che i nostri prodotti entrano in una cucina come quella di Pignalosa si chiude un cerchio: il lavoro dei campi diventa cultura, impatto reale, consapevolezza". Poi ha aggiunto con passione: “Non siamo un’alternativa romantica all’industria. Siamo il futuro. E vogliamo che si sappia che coltivare, oggi, può essere un gesto imprenditoriale serio, innovativo, ma ancora pieno di anima”.

Anna Prizio e Claudio Iuorio di Casa Iuorio, da Palomonte, hanno offerto conserve, vellutate, carciofini e ortaggi coltivati in pieno campo, secondo una filiera etica e tracciabile, che custodisce antichi ecotipi come il broccolo 'spiert' e la scarola cento foglie. "Portare tutto questo dentro una pizza – ha detto Anna – significa dare valore alla terra, alle persone e alla memoria". Claudio aggiunge: "Quando vedo le nostre scarole, i nostri pomodori vernini diventare protagonisti su una pizza d’autore capisco che la filiera è completa. È come chiudere un cerchio". A completare il racconto agricolo, la rucola della Ortomad, IGP della Piana del Sele, icona di quella Dieta Mediterranea che qui diventa gesto culinario e atto culturale.

In menù, una sinfonia di gusto e identità: la Pizza Margherita, che parla di essenzialità e perfezione; la Napoletana con le alici di Cetara firmate Armatore, i capperi, le olive Don Carlo, l’origano e una pennellata di pomodoro quasi accennata; la sorprendente Pizza Sciusciello con carciofini bianchi, vellutata di papaccella, stracciatella di bufala, riduzione di rucola e chips di peperone crusco; poi i fritti iconici – crocchè classico, frittatina di pasta e montanarine al pomodoro, basilico e fiordilatte – omaggi alla tradizione partenopea, rivisitati con tecnica e sensibilità, fanno danzare le papille in un equilibrio perfetto tra acidità, grassezza e fragranza.

Le pizze, servite in uno stile che richiama la tradizione partenopea più autentica, si presentano con un cornicione basso e soffice, ben cotto, senza l’effetto "canotto". Una forma più contenuta rispetto alla classica "ruota di carro", ma con lo stesso spirito popolare e conviviale. L’impasto è leggero, fragrante, con una scioglievolezza che accompagna senza mai sovrastare i topping agricoli e selezionati. Accanto alle pizze, le illustrazioni dal vivo di Valentina Scannapieco, narratrice visiva, che ha disegnato in tempo reale la "Storia della pizza campana": un viaggio grafico ed emotivo tra impasti, mani, volti e ingredienti della memoria. Il pubblico ha seguito le sue linee come un racconto muto ma vivido, capace di aggiungere bellezza al profumo del forno e alle voci degli agricoltori.

Il progetto di Pignalosa non si ferma a Salerno: a Ercolano, la nuova sede di Le Parùle sarà immersa in un giardino mediterraneo che guiderà i visitatori tra piante aromatiche, ortaggi e narrazioni vegetali. Un modo per avvicinare la pizza alla sua origine più profonda: la terra. L’impasto è alveolato, profuma di pane e mare, e ogni morso è un viaggio nei campi che crescono in prossimità del Sele, tra i monti del Vallo di Diano, lungo la costa salernitana che accoglie i venti e storie marinare.

Le Parùle, in dialetto, sono le piccole terre coltivate che si affacciano sul Vesuvio, ma qui, sul porto turistico di Salerno, diventano un manifesto di cucina identitaria e contemporanea. Intorno, le barche ondeggiano leggere, il mare sussurra sotto i piedi e la città si riflette nell’acciaio degli yacht. Pranzare o cenare da Parùle è un atto di intima connessione tra la terra, il forno e il mare, dove la pizza diventa linguaggio vivo del territorio. Il 3 giugno è nata un’alleanza, l’inizio di un percorso più ampio per una nuova consapevolezza intorno a due beni immateriali UNESCO: Dieta Mediterranea e arte del pizzaiolo napoletano. Un successo che ha lasciato il segno, e che promette di crescere – proprio come quel seme consegnato agli ospiti – nel segno di una terra che sa ancora raccontare, nutrire e ispirare.

 

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Annamaria Parlato 31/10/2021

Morticelli al cioccolato e croccante alle nocciole: variazioni sul torrone ad Ognissanti

Ossa dei morti, morticelli al cioccolato e croccante alle nocciole. Nel ponte d’Ognissanti tra Salerno e la Valle dell’Irno il torrone è una specialità d’altri tempi che ha una ritualità scaramantica e apotropaica A Salerno, ma anche nei comuni della Valle dell’Irno, nei giorni dedicati alla commemorazione dei defunti si mangiano i torroni, che nel loro colore avorio ricorderebbero le “ossa dei morti”.

Il torrone che viene preparato dalle pasticcerie campane e salernitane può essere anche a base di cioccolato e nocciole o ripieno di canditi e frutta secca, quasi a voler ricordare una coloratissima cassata. Questi torroni morbidi vengono riproposti poi a San Martino, l’11 novembre, quando secondo un’antica usanza i fidanzati regalavano alle proprie amate dei vassoi con torroncini come premio per la loro fedeltà, per fare in modo di non esser traditi. Infatti San Martino è anche il protettore dei "cornuti".

Probabilmente questa usanza ha origine dal fatto che, in questo giorno, nel mondo agricolo si svolgesse una importante fiera di animali con le corna, come mucche, tori, buoi e capre. Da qui la fantasia popolare ha visto negli animali con le corna il simbolo dei mariti ed ha scelto questo santo come "patrono dei cornuti". Il termine “torrone” sembra derivi dal latino torreo (abbrustolire), con riferimento alla tostatura delle nocciole e delle mandorle. Per i suoi ingredienti si possono identificare in questo dolce, regalato per il solstizio d'inverno, alcuni valori simbolici: dolcezza nel miele, forza della vita attraverso le mandorle, rinascita nell’albume d’uovo.

Già nell'antica Roma si mescolavano assieme questi ingredienti, come dimostrerebbero alcuni scritti dello storico Tito Livio. Un'ipotesi successiva collegherebbe la ricetta agli arabi che l'avrebbero diffusa nel Sud Italia e nel Mediterraneo quale cibo corroborante, come indicherebbe il “turun” riportato nel De medicinis et cibis semplicibus, trattato dell'XI secolo. Di certo la parola torrone compare per la prima volta nei testi italiani di cucina del XVI secolo, come ad esempio nell'opera del Messisbugo.

Inizialmente preparato dagli speziali, successivamente divenne opera di pasticceri e formai. Ancora ad inizio '900 la barretta era preparata dai fornai al termine della lavorazione del pane. Oggi le diverse varianti regionali della ricetta possono essere a base di pasta più o meno morbida, arricchita con frutta secca, fichi, erbe, spezie, scorze di agrumi o cioccolato. Il torrone detto Morticiello o Murticiello è morbido al cioccolato dall’aspetto molto goloso. L’esterno è un involucro in cioccolato fondente glassato, dalla forma classica del torrone, a parallelepipedo, o arrotondata, a mezzaluna. La forma esterna ricorda quella di una bara o cassa da morto.

Da qui il nome Torrone dei Morti o Murticiello, un po’ lugubre, ma buonissimo. L’interno, invece, è morbido, con un ripieno di pasta di cacao, gianduia, caffè, cioccolato bianco o vaniglia, pasta di mandorle o di pistacchio, cassata e anche fragole o tiramisù. Il ripieno è cremoso, niente a che vedere con il torrone tradizionale, e alla pasta morbida possono essere aggiunte nocciole, mandorle o altra frutta secca, a guscio o disidratata. La versione più tradizionale è quella con la pasta di cioccolato e le nocciole. Comunque, le pasticcerie campane ne preparano tante versioni, per tutti i gusti.

Se le pasticcerie appunto offrono torroni morbidi a fette in tutti i gusti, ma anche classici, nella Valle dell’Irno invece resiste la tradizione più legata al croccante, come ‘a croccant’ e nucell’ con nocciole tonde di Giffoni IGP. Il croccante viene consumato in tutte le zone d’Italia e, in alcune regioni, le modalità di preparazione presentano piccole varianti. Si ritiene che questa calorica delizia nasca nel XIII secolo nel Meridione, anche se uno scritto spagnolo del 1475 parla del croccante, che, comunque in entrambi i casi, deriva da un antico dolce di tradizione araba.

Certo è che nel Medio Evo europeo il croccante era già conosciuto e ben radicato nella tradizione, tanto da farne il dolce adatto a matrimoni e battesimi e da essere acquistato nelle fiere cittadine. Il croccante è così ben radicato nella tradizione culinaria italiana che Pellegrino Artusi alla fine del XIX secolo, lo inserì fra le ricette del suo famoso libro "La Scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene".

Ma come è possibile riconoscere un croccante di qualità da uno più scadente? Tanto per cominciare un buon croccante non deve essere troppo duro e sgretolarsi fra le mani, questo perché un croccante di qualità non deve avere al suo interno troppo zucchero (che altrimenti lo renderebbe troppo duro e difficile da mangiare). Un’altra nota che contraddistingue questo dolce è il suo profumo che deve essere delicato. Un buon croccante rimane friabile e gustoso nel tempo e mantiene il suo gusto intatto anche da freddo.

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Annamaria Parlato 02/01/2024

San Severino, intrecci di storia e gastronomia a "Casa del Nonno 13"

Casa del Nonno 13 è un'autentica gemma culinaria in un palazzo d'epoca. Offre non solo una prelibata esperienza gastronomica, ma anche un tuffo nell'arte e nella cultura del Settecento, trasformando ogni visita in un'occasione indimenticabile. Un luogo dove la storia si sposa con la cucina, creando un connubio di eleganza, gusto e fascino.

Nel cuore di un imponente palazzo settecentesco dall’architettura maestosa, nella frazione S. Eustachio di Mercato San Severino, appartenuto alla Famiglia Angrisani che lo abitò per diverse generazioni, le decorazioni d'epoca e l'atmosfera sontuosa fanno di questo ristorante una destinazione culinaria senza paragoni. L’Avv. Antonio Angrisani ha ereditato da suo nonno la proprietà, valorizzata grazie all’abilità dello chef e architetto Raffaele Vitale, che riuscì a portare la stella Michelin proprio a Mercato San Severino, lasciando poi il ristorante nel 2015.

Dopo varie vicissitudini e chef che si sono alternati, oggi la gestione è dell’imprenditore Francesco Palumbo, proprietario anche del Crub a Cava dei Tirreni, che ha portato a Casa del Nonno 13 lo chef Attianese, allievo di maestri dai nomi altisonanti come Glowing, Lavarra, Di Costanzo, Aprea, executive un po' di tempo fa del rinomato Casa Rispoli, sempre nella città metelliana. Gli ambienti per il fine dining con cucina e cantina hanno subìto un recente restyling sotto la direzione dello Studio Di Sessa Architetti, tant’è che l’Arch. Francesco di Sessa, responsabile dei lavori ha spiegato:

“Il progetto di rinnovamento del ristorante casa del Nonno 13 muove dalla consapevolezza dell’eredità, materiale e immateriale, di un luogo unico, fortemente caratterizzato nei suoi spazi e nei suoi materiali, in una indissolubile relazione con il territorio. L’intervento ambisce alla conservazione delle atmosfere intime e familiari che hanno accompagnato la ‘stellata’ storia del ristorante, ma proietta, attraverso calibrati innesti e modificazioni, gli ambienti verso una dimensione più contemporanea della ristorazione”.

Nulla è stato trascurato, ogni dettaglio portato ai massimi livelli vuole offrire un’esperienza appagante e coinvolgente. Antico e moderno si fondono e dialogano, esprimendosi in un linguaggio apparentemente semplice ma intrinsecamente complesso. Dunque, varcata la soglia, i commensali saranno viziati dal fuoco scoppiettante dei camini, dai profumi dell’Agrumeto che d’estate diventa giardino incantato, da dipinti e antiche stampe, dagli intricati cunicoli che lasciano intravedere ora il vetusto pozzo ora la cantina ad arsenale, custode di circa novecento etichette.

In sala, Alessandro Pecoraro è un attento food&beverage manager, è un tutt’uno con Attianese, c’è sintonia tra i due e ogni cosa procede secondo la giusta direzione. Il suo mood cordiale e appassionato trasmette la stessa dedizione e affetto che si ritrovano nei piatti, l’entusiasmo che mette nel raccontare storie dietro le ricette e nel consigliare un vino è un valore aggiunto che arricchisce ulteriormente il pasto. Il menù è una lettera d'amore ai prodotti locali e alle ricette tramandate di generazione in generazione, mantenendo la medesima filosofia di Raffaele Vitale. Le portate sono un inno alla freschezza e alla semplicità, con ingredienti provenienti direttamente dai produttori della zona.

Nella terrina di maiale arrosto, cremoso di papaccelle e giardiniera del Nonno, così come nei tortelli ripieni di maiale, in brodo di pollo e verdure della minestra maritata o nella faraona dal petto arrosto e coscia glassata, pop-corn di miglio, radicchio tardivo e castagne, vi è l’esaltazione della ricchezza agricola della Valle dell’Irno e dell’Agro-Nocerino-Sarnese. Ogni singola preparazione è una dichiarazione di benevolenza per la tradizione, assemblata con maestria e rispetto per la materia prima.

Lo chef è prodigo di attenzioni per i commensali, a partire dal ricco benvenuto che comprende vari divertissement salati, sino a terminare con lo coccole dolci che arricchiscono il dessert come gli struffoli, il panettone con impasto al cacao e confettura di albicocca pellecchiella del Vesuvio o le caldarroste nel padellino di rame. Tra i dolci, consigliato è l’Agrumeto a base di semifreddo al mandarino, coulis alle arance, kumquat e agrumi autunnali della tenuta Casa del Nonno 13.

La carta dei vini mette in risalto le gemme vinicole nazionali e internazionali, offrendo una selezione che sposa perfettamente i piatti del menù. In carta anche due proposte, o meglio due percorsi creati da Attianese, “Inverno” e “Mano Libera”, con sette portate a cui abbinare sei vini e un fine pasto, optando per la formula “Oltre”. Continuando con questa lena, la stella perduta potrà essere presto riconquistata.

Casa del Nonno 13 regala una fuga autentica e appagante, invitando i commensali a immergersi nei sapori, nell’essenza e nelle tradizioni che caratterizzano questo particolare territorio della vasta provincia di Salerno. Un luogo in cui l'affezione per la terra si traduce in un banchetto che nutre non solo il corpo ma anche la mente.

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