A Curteri il pollo è "scucchiato"
Un piatto campagnolo che attira tantissimi buongustai
Annamaria Parlato 27/12/2019 0
Pelle croccante sino a scoppiare, carni succulente nel classico ruoto basso e un mix di spezie ed erbe mediterranee dalle dosi tenute segrete completano la ricetta con l’immancabile contorno di patate cotte nel forno a legna. Signore e Signori, questo in sintesi il "pollo scucchiato", un piatto campagnolo e caratteristico di Mercato San Severino, inventato negli anni Novanta dal cuoco Michele Verdastro nel suo locale ("La Terrazza") ubicato nella frazione di Curteri.
"Il segreto per cucinare un buon pollo scucchiato è il calore del forno", afferma lo chef. Le alte temperature del forno, infatti, operano sui pori della carne del pollo, che si restringono ottenendo due effetti benefici per la portata: la pelle diventa croccante, conferendo un ottimo sapore; la carne del pollo scucchiato, grazie all’effetto protettivo della pelle, cuoce conservando la sua naturale idratazione senza seccarsi, come spesso accade nel girarrosto. Quindi è nella cottura che si riassume il segreto della bontà del pollo scucchiato.
Nel salernitano oggi è questa la maniera più gettonata e amata dalla gente per assaporare il pollo, un "must" che viene copiato e riproposto un po' ovunque in molteplici varianti. La tradizione contadina e campagnola è strettamente collegata a questo piatto di carne. Quando nelle case si cuocevano pani e pizze nei forni a legna, i contadini erano soliti preparare anche alcuni capponi suddivisi in piccoli pezzi e disposti in tegami, conditi con abbondante strutto, erbe ed aromi vari.
Le elevate temperature del forno durante la cottura dei capponi determinavano lo scoppiettìo delle tenere carni e proprio da ciò è nata la denominazione di questo piatto semplice, ma sempre apprezzato. Alle consuete preparazioni "diavola", "cacciatora" e limone se ne aggiunge una quarta, che caratterizza il territorio e la cucina, stuzzica il palato e crea dipendenza: quella con porcini e provola filante. Da mangiare rigorosamente con le mani, pulendo bene le ossicina e leccandosi le dita: evviva il pollo!
foto tratta da restaurantlaterrazza.it
Potrebbero interessarti anche...
Redazione Irno24 08/04/2024
"Salerno Cocktail Week" dal 14 al 21 aprile, un segnale di brio alla Movida
"Salerno Cocktail Week" è un evento dislocato in tutto il capoluogo, che vede come oggetto la diffusione del bere consapevole, la crescita della Bar Industry lcoale e una reale interconnessione tra i principali brand sul mercato e le loro attività ricorrenti.
Fra gli obiettivi della kermesse: divulgare quanto più possibile la cultura del bere miscelato di qualità, attraverso la relazione tra bartender locali e non; dare un segnale di brio alla movida, che negli ultimi anni ha cercato fuori ciò che non ha ritrovato più nella propria città.
L'evento si terrà da domenica 14 a domenica 21 aprile. Tenuto conto delle festività, degli eventi di settore nazionali e internazionali, dell’inizio della stagione turistica, l’organizzazione ha individuato nella terza settimana di aprile il momento migliore per inserire la SCW nella programmazione cittadina.
Annamaria Parlato 28/04/2026
Dai fruttini anni '80 alla frutta realistica, il trend cresce nel salernitano
Negli ultimi mesi la cosiddetta “frutta realistica” ha invaso vetrine e social: piccoli capolavori di pasticceria che imitano alla perfezione frutta fresca o secca e non solo, ma che al taglio rivelano strutture complesse e sorprendenti. Un trend che affonda le radici nell’alta pasticceria francese contemporanea, dove il concetto di trompe-l’oeil – letteralmente “inganno dell’occhio” – è diventato negli ultimi due decenni una vera e propria cifra stilistica. In questo contesto, maestri come Cédric Grolet hanno rivoluzionato il modo di concepire il dessert: non più solo equilibrio di gusto, ma anche illusione visiva, precisione estetica e racconto.
L’idea è quella di replicare la natura con una fedeltà sorprendente – buccia, imperfezioni, sfumature – mentre all’interno si sviluppano strutture articolate fatte di inserti, gelée, ganache montate, biscuit e croccanti. Questa evoluzione è stata resa possibile anche grazie all’innovazione tecnica: burro di cacao misto a cioccolato bianco colorato spruzzato, glassature sottilissime, aerografi e una conoscenza sempre più approfondita delle texture. Tuttavia, accanto a questa corrente più tecnologica, si sta affermando una contro-tendenza artigianale che recupera il valore della manualità pura, senza stampi e senza scorciatoie.
Quando questo linguaggio arriva in Italia trova un terreno già fertile. La Campania, in particolare, ha fatto da apripista: già tra gli anni ’80 e ’90, soprattutto nel salernitano, erano di moda i “fruttini”, ossia frutta vera svuotata e riempita con gelato al gusto del frutto stesso. Una tradizione che oggi si evolve, passando dal gelato alla pasticceria moderna. Ne parliamo con la pastry chef Giusy Isabello, che ha scelto di interpretare la frutta realistica in modo profondamente artigianale.
Giusy, da dove nasce questo trend della frutta realistica e perché sta avendo così tanto successo?
La frutta realistica nasce proprio da questa evoluzione dell’alta pasticceria, soprattutto francese. Oggi però in Italia ha trovato una sua identità, anche grazie alla nostra tradizione. Nella Valle dell’Irno, ad esempio, già negli anni ’80 e ’90 c’erano i fruttini gelato. Una decina di anni fa anche a Caserta alcuni colleghi la stavano proponendo, ma forse non veniva molto apprezzata. Il successo attuale sta nell’effetto sorpresa: l’occhio vede un frutto, ma il palato scopre un dolce complesso. I social sicuramente ahnno amplificato il trend.
Il tuo percorso personale da dove è partito?
Da alcuni gusti ben precisi nella mia pasticceria-cornetteria L'Oasi a Maiori che gestisco con il mio compagno Mario Mandaro, in Costiera Amalfitana: arachide, nocciola, pistacchio e limone. Volevo creare qualcosa di riconoscibile ma anche tecnico, lavorando sugli equilibri e sulle consistenze. Ogni frutto è pensato come un piccolo progetto.
Ci descrivi nel dettaglio uno dei tuoi pezzi, ad esempio il limone?
Il limone, che è identificativo del territorio, ha una copertura croccante al cioccolato bianco e burro di cacao. All’interno racchiude una ganache montata al limone, una composta di limone e vaniglia e un pan di Spagna bagnato al limoncello. Qui entra in gioco un aspetto fondamentale: l’equilibrio. Quando lavori con vero succo di agrumi, una mousse non stucchevole e coperture nobili, la sinergia tra l’acidità interna, la parte grassa della crema e il “crack” del guscio esterno crea un’esperienza completa. Non è solo estetica: ogni elemento ha una funzione precisa. L’acidità pulisce il palato, la componente grassa dà rotondità e la copertura aggiunge texture e contrasto. È pasticceria a tutti gli effetti, non semplice scultura.
E invece per gusti come nocciola o arachide?
In quei casi lavoro molto con il pralinato. La nocciola, ad esempio, ha una ganache montata alla nocciola che racchiude un cuore di madeleine alla nocciola e pralinato di nocciole, il tutto ricoperto da una copertura gianduia. Anche qui cerco sempre equilibrio tra dolcezza, struttura e persistenza aromatica.
Un tuo tratto distintivo è la lavorazione manuale. Quanto conta oggi?
Conta tantissimo. Tengo a precisare che tutta la frutta realistica che realizziamo è senza l’ausilio di stampi in silicone. Ogni pezzo è costruito e lavorato a mano, come una piccola scultura. È questo che permette di distinguersi davvero, insieme all’utilizzo di materie prime di qualità e all’assenza totale di basi pronte. Inoltre, la vendiamo con un prezzo calmierato proprio per dare la possibilità a tutti di provarla.
Come può il cliente riconoscere un prodotto autentico ed evitare “truffe”?
Bisogna osservare bene. Se i prodotti sono tutti identici, spesso sono fatti con stampi industriali. Poi c’è il gusto: se è piatto o troppo dolce, probabilmente ci sono basi pronte. Il consiglio è affidarsi a chi racconta il proprio lavoro, a chi spiega cosa c’è dentro il dolce. La trasparenza oggi è fondamentale. Dietro un buon prodotto c’è sempre tecnica, tempo e ricerca, non scorciatoie. La qualità si riconosce sempre, anche al primo assaggio.
In un panorama sempre più affollato, la frutta realistica diventa così non solo una moda, ma un vero banco di prova per distinguere artigianalità e imitazione. E, come dimostra il lavoro di Giusy Isabello, il valore sta nelle mani, nella tecnica e nella capacità di trasformare un dolce in un’esperienza che sorprende prima lo sguardo e poi il gusto. Ma resta una domanda aperta: cosa accadrebbe se questo trend, alimentato e amplificato dai social, dovesse spegnersi così come è nato?
Se l’attenzione virale si spostasse altrove, queste piccole sculture dolci rischierebbero di diventare un esercizio sterile, svuotato del suo senso originario. La risposta, probabilmente, sta proprio nella sostanza. Se dietro l’estetica c’è una costruzione solida – equilibrio dei sapori, qualità delle materie prime, tecnica e identità – allora la frutta realistica continuerà a vivere, anche lontano dai riflettori. Diventerà semplicemente buona pasticceria, destinata a restare. In caso contrario, resterà un’immagine perfetta, ma effimera: bella da fotografare, meno da ricordare.
Annamaria Parlato 28/04/2025
Dalla passerella ai fornelli: Paola Torrente e il suo "Nanou Lounge" a Salerno
La bellezza non ha taglie, oggi non ha più confini neppure il gusto. Paola Torrente, modella curvy tra le più amate del panorama italiano, seconda classificata a Miss Italia 2016 e simbolo dell’accettazione del corpo e della diversità, ha deciso di portare la sua visione inclusiva anche nel mondo della ristorazione. Insieme al compagno Chester Babillon, chef di origini transalpine, ha inaugurato a Salerno "Nanou Lounge", il primo ristorante italo-francese della città che unisce la raffinatezza delle cucine di due Paesi e introduce anche una grande novità per il territorio: un angolo narguilè Shisha, per momenti di relax e socialità ispirati al Mediterraneo più ampio.
1) Paola, da Miss Italia alla ristorazione: come nasce l’idea di aprire Nanou Lounge?
"È stato tutto molto naturale. È una cosa che nasce da me e dal mio compagno Chester. Lui è chef, io sono appassionata di ristorazione, ci siamo resi conto che a Salerno mancava un posto che unisse due culture culinarie come quella italiana e quella francese. Inoltre, volevamo creare qualcosa di davvero inclusivo, anche nel modo di vivere il cibo e il tempo. Il nostro angolo narguilè, ad esempio, è un dettaglio che abbiamo voluto fortemente: è un momento di condivisione, di lentezza, qualcosa che stimola l’incontro tra persone diverse".
2) Com’è lavorare fianco a fianco con Chester? Quale ruolo ti sei ritagliata nel locale?
"Lavorare insieme è bellissimo, anche se ovviamente comporta una grande organizzazione. Chester è il cuore pulsante della cucina, io mi occupo di tutto il resto: dall'accoglienza alla comunicazione, alla gestione dei dettagli. Ognuno ha il suo ruolo, ma ci confrontiamo continuamente, perché condividiamo la stessa visione".
3) Cosa vi ha ispirati a fondere le due tradizioni culinarie? C’è un piatto simbolo che racconta questa unione?
"Salerno è sicuramente una città legata alla tradizione, ma l’ho sempre vista anche come una città molto aperta, con una forte cultura e predisposta al cambiamento. Abbiamo voluto fondere le due tradizioni per portare un po’ di freschezza, innovazione e gioventù in cucina. Un piatto che ci rappresenta molto è il Magret d’Anatra: tenera anatra scottata, servita con verza vivace, carote arrosto e una salsa infusa al prezzemolo. È una vera celebrazione della cucina fusion, molto ancorata al territorio".
4) Quanto conta oggi il concetto di inclusività anche nel mondo della ristorazione? Come lo esprimete da Nanou Lounge?
"Sicuramente da noi l’inclusività è all’ordine del giorno, già nel concept del locale stesso: una cucina italo-francese e non solo italiana. Anche nella scelta del personale, nei piatti e nell’accoglienza, cerchiamo di essere quanto più aperti possibile. Il menù stesso è pensato per accompagnare il cliente in ogni momento della giornata, dall’aperitivo alla cena, fino al dopo-cena con l’American Bar".
5) C’è un piatto che senti particolarmente tuo, che ti rappresenta?
"Più che un singolo piatto, sento mio il concetto di inclusività del menù: tutti i piatti sono stati scelti con cura e rappresentano il nostro modo di intendere la ristorazione come esperienza aperta, fluida, senza barriere".
6) Come ha reagito Salerno alla novità del narguilè Shisha?
"È stata accolta molto bene, soprattutto perché siamo gli unici ad averla. Ci viene a trovare chi ha già provato la Shisha altrove, ma anche tanti curiosi, soprattutto turisti e stranieri che ritrovano qui un po’ delle loro abitudini. È un’esperienza nuova per Salerno, siamo felici che stia funzionando".
7) Guardando al futuro: Nanou Lounge è solo l’inizio?
"Speriamo davvero di poter portare questo nostro concept innovativo anche altrove. L’entusiasmo c’è, le idee pure. Per ora ci concentriamo su Salerno, poi chissà..."
Con Nanou Lounge, Paola Torrente porta a Salerno un’idea nuova di ristorazione: inclusiva, aperta al mondo, pensata per tutti i sensi, un luogo in cui la bellezza si celebra a tavola, ogni giorno. Un messaggio potente accompagna il progetto: anche chi ha forme morbide, curve, corpi fuori dagli stereotipi può e deve sentirsi pienamente accolto, rispettato e libero di godere dei piaceri del cibo, avendo rispetto in ogni caso per la propria salute.
Perché la cucina non deve essere una gabbia di rinunce, ma uno spazio di libertà, gusto e affermazione. Anche un piatto con qualche caloria in più può raccontare una storia d’amore per se stessi e per la propria identità. E in questo, Paola ha trovato la ricetta perfetta.