Madison e Gramaglia, a Salerno una nuova idea di ospitalità gastronomica
Alla base del progetto una sintesi equilibrata tra tradizione, tecnica e visione contemporanea
Annamaria Parlato 09/06/2026 0
Esistono idee che si limitano a presentare un progetto e altre che ne raccontano già il futuro. Quella andata in scena il 3 giugno al Madison Pizza & Ristò di Salerno appartiene senza dubbio alla seconda categoria. L'appuntamento coordinato dal quotidiano "La Buona Tavola", diretto dal giornalista Renato Rocco, riservato alla stampa e agli addetti ai lavori, non è stato soltanto il debutto ufficiale della collaborazione tra Vincenzo Rea e lo chef stellato Paolo Gramaglia, ma la prima dimostrazione concreta di una filosofia gastronomica destinata a lasciare il segno.
L'ingresso di Gramaglia nel ruolo di Executive Chef ha rappresentato sicuramente una consulenza prestigiosa ma anche una scelta identitaria che ha mirato a ridefinire il profilo gastronomico del Madison, intervenendo sulla cucina, sulla ricerca delle materie prime, sugli abbinamenti e persino sull'universo della pizza, da sempre cuore pulsante del locale. L'accoglienza ha subito dichiarato le intenzioni della serata. Il benvenuto composto da macaron al pepe bianco con cacioricotta del Cilento, uova di salmone e polvere di arancia, crostatina di impepata di cozze, pomodorino di baccalà e frittatina di pasta con salsa di alici ha costruito un percorso di piccoli assaggi capaci di raccontare il mare campano attraverso consistenze e linguaggi differenti. A valorizzare il tutto è stato il Franciacorta Brut Ugo Vezzoli, scelto con intelligenza per la sua capacità di accompagnare senza sovrastare. La bollicina fine e persistente, le note agrumate e la freschezza minerale hanno pulito il palato dopo ogni assaggio, creando una partenza elegante e dinamica.
Il passaggio successivo ha introdotto il dialogo tra la tradizione del Madison e la creatività di Gramaglia. La Pizza Marinami e l'intramontabile Margherita hanno dimostrato come il lavoro sugli impasti e sulle materie prime continui a rappresentare uno dei punti di forza della struttura salernitana. Se la Margherita ha confermato il valore della semplicità eseguita alla perfezione, la Marinami con crema di cozze e alghe ha evidenziato la volontà di esplorare nuove sfumature gustative, mantenendo sempre riconoscibile l'identità mediterranea del prodotto.
A questa si è aggiunto il Padellino Umami Napoletano, uno dei passaggi più identitari della serata. L'impasto con biga, maturato per 18 ore, mostrava una struttura fragrante e ariosa, mentre la farcitura costruiva un linguaggio gastronomico intenso e stratificato: provola affumicata, cime di rapa ripassate, maialino cotto a bassa temperatura, il suo fondo ristretto e chips di cotica croccante. Un equilibrio tra rusticità e tecnica che restituiva una lettura contemporanea della cucina campana più profonda. L'intera proposta di arte bianca è stata accompagnata da Heineken alla spina, scelta apparentemente informale ma funzionale al percorso gastronomico: la sua freschezza e bevibilità hanno pulito il palato, favorendo la successione delle degustazioni senza appesantire la progressione dei sapori.
Il cuore della cena è arrivato con "Pasta a... Mare", autentico manifesto gastronomico di Paolo Gramaglia, un must del President da sempre in carta. Un mischiato di pasta mista trafilata al bronzo, cotta in 7 essenze di crostacei e completata da anemoni marini e frutti di mare. Qui è emersa con chiarezza la cifra dello chef pompeiano: una cucina che costruisce profondità attraverso stratificazioni di gusto, restituendo il mare non come semplice suggestione ma come struttura narrativa del piatto. La tecnica è rimasta sempre al servizio della leggibilità del sapore. L'abbinamento con il Juprino delle Cantine Scairato ha ulteriormente valorizzato il piatto. Le sue note floreali e la marcata vena minerale hanno dialogato con la componente iodica della preparazione, prolungandone l'eleganza gustativa.
Il dessert ha chiuso il percorso con una delle interpretazioni più identitarie della serata. La Pizza fritta "Cassata Oplontis" ha saputo rileggere un simbolo della tradizione dolciaria meridionale attraverso una veste contemporanea, mantenendo però intatta la memoria storica del dolce a cui si ispira. La preparazione prende infatti spunto dalla celebre "Cassata di Oplontis", un affresco del I secolo a.C. rinvenuto negli scavi archeologici dell’antica Oplontis, all’interno della Villa di Poppea Sabina (seconda moglie dell'imperatore Nerone). Nell’immagine, conservata su una parete di un triclinio, è raffigurato un dolce scenografico disposto su un vassoio d’argento, composto da frutta e una base che ricorda una torta, elemento che ha colpito gli studiosi per la sorprendente somiglianza con la moderna cassata mediterranea.
Proprio da quella rappresentazione pittorica nasce la successiva rielaborazione gastronomica: non esistendo una ricetta scritta originale, il dolce è stato ricostruito nel tempo attraverso studi sull’alimentazione romana e riferimenti al "De re coquinaria" di Apicio, con ingredienti tipici dell’epoca come ricotta, miele, frutta secca, datteri, uva passa e farina di mandorle. Più che una continuità filologica, si tratta quindi di una reinterpretazione culturale, che ha trasformato un’immagine archeologica in un simbolo identitario della pasticceria campana contemporanea. A completare l’abbinamento è stato il Moscato Bertè & Cordini Oltrepò Pavese DOCG, aromatico e avvolgente, caratterizzato da sentori di pesca bianca, albicocca, fiori d’arancio e salvia. La sua naturale morbidezza, sostenuta da una piacevole freschezza, ha accompagnato il dessert senza appesantirlo, regalando un finale raffinato e coerente con l’intera esperienza.
Dal punto di vista strettamente critico, ciò che è emerso da questa prima uscita ufficiale è stata soprattutto la chiarezza della visione progettuale. Gramaglia non sembrava intenzionato a trasformare il Madison in una replica del fine dining stellato. Al contrario, il suo contributo è apparso orientato a valorizzare ciò che già esisteva, introducendo rigore tecnico, nuove prospettive gastronomiche e una maggiore profondità narrativa nelle proposte. È stata una scelta intelligente. La forza del progetto non è risieduta infatti nella sovrapposizione di due identità, ma nella loro integrazione: da una parte la solidità imprenditoriale e l’ospitalità costruita negli anni da Vincenzo Rea nelle varie sedi aperte nel salernitano; dall’altra l’esperienza internazionale e la sensibilità gastronomica di Gramaglia.
"La tradizione non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza - ha spiegato lo chef durante la serata - ogni piatto deve custodire una memoria e allo stesso tempo raccontare qualcosa di nuovo". Parole che hanno trovato piena corrispondenza nei piatti presentati. Anche Rea ha sottolineato la portata strategica dell’accordo: "Vogliamo offrire ai nostri ospiti un’esperienza sempre più completa, mantenendo salde le nostre radici ma guardando con decisione al futuro. La collaborazione con Gramaglia nasce proprio da questa visione condivisa".
Al termine della cena, la sensazione è stata quella di aver assistito all’inizio di un percorso concreto, che potrebbe contribuire ad arricchire ulteriormente il panorama gastronomico salernitano, dimostrando come tradizione, pizza, cucina d’autore e ospitalità possano convivere all’interno di un unico racconto. E forse è proprio questa la qualità più evidente emersa durante la serata: la capacità di immaginare il futuro senza dimenticare da dove si proviene.
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Annamaria Parlato 29/08/2023
Feijoa alla ribalta, frutto settembrino conosciuto anche nel salernitano
La feijoa, detta scientificamente Acca Sellowiana, è un albero da frutto originario della zona subtropicale dell'America del Sud. È stata scoperta dal botanico brasiliano João da Silva Feijó, da cui deriva il nome del frutto. Nel 1815, Feijó inviò campioni di questa pianta al botanico tedesco Friedrich Sellow, che lavorava in Brasile. Sellow inviò questi campioni in Europa, dove furono studiati e descritti scientificamente.
Diffusa anche in California, Florida e nell'Italia Meridionale, in Toscana e Liguria, produce dei fiori meravigliosi e coreografici ma anche dei frutti gustosi, un toccasana per la salute. Questa pianta arbustiva può raggiungere diversi metri di altezza e regalare abbondanti fioriture, tra le più belle e scenografiche che si possano vedere negli alberi da frutto.
Nella nostra penisola, per coltivare questo albero e vederlo crescere rigoglioso bisogna assicurarsi che ci siano temperature miti. Si tratta comunque di un arbusto resistente, che concepisce profumatissimi frutti dalla buccia verde brillante, dal sapore esotico e sofisticato a metà tra quello dell’ananas, della banana o della pera e quello della fragola. È importante notare che la percezione del sapore è soggettiva e può variare da persona a persona. Alcune persone potrebbero percepire un'accentuazione maggiore di un certo elemento, mentre altre potrebbero notare qualcosa di diverso.
La feijoa è apprezzata proprio per la sua complessità e la sua diversità di sapori, che la rendono un frutto intrigante per gli amanti della cucina e dei gusti insoliti. Anche se sono meno diffusi rispetto ad altri frutti tropicali, oggi capita di vederli anche nei supermercati più forniti. Hanno delle dimensioni piuttosto piccole, di forma rotonda o leggermente ovale. Questi frutti sono saporiti ma anche ricchi di grandi quantità di vitamina C e sono un vero e proprio concentrato di benessere. Al loro interno, la polpa è simile a quella del kiwi, un po' viscida, ma sono del tutto privi di semi. Solitamente, si mangiano tagliandoli a metà e prelevando la polpa con un cucchiaino da caffè.
La feijoa è un frutto molto versatile e può essere utilizzato in cucina in diverse modi. Il suo sapore unico e aromatico lo rende adatto a molte preparazioni, dalle pietanze dolci a quelle salate. Può essere semplicemente sbucciata e mangiata fresca, tagliandola a metà o a fette e gustarla così com'è, godendo dei suoi sapori distinti; aggiunta a cubetti nelle insalate miste per un tocco di dolcezza e freschezza; è perfetta per donare un sapore unico ai frullati e agli smoothie, mescolata a frutta e latte o yogurt per ottenere una bevanda nutriente e gustosa; è spesso utilizzata per preparare marmellate e confetture, il suo sapore si sposa bene con lo zucchero, creando una deliziosa conserva da spalmare su pane, biscotti o crostate; arricchisce muffin, crostate o dessert, rende particolari le marinature per carni o pesci, insaporisce le salse per dessert; spremuta è una bevanda fresca, profumata e dissetante.
Il motivo di come si sia diffusa in Italia questa cultivar, che ultimamente sta prendendo sempre più piede, è ancora sconosciuto. Testimonianze della sua presenza, sin dalla fine del XIX secolo, nei nostri territori sono ravvisabili nei monasteri, nei giardini e adesso anche in aziende agricole specializzate in frutti esotici. Negli anni, sono state sviluppate diverse varietà di feijoa, ciascuna con leggere variazioni di sapore, dimensione e colore. Inoltre, sono state effettuate sperimentazioni per sviluppare ibridi con altre piante, al fine di migliorarne le caratteristiche colturali e organolettiche.
La storia della feijoa riflette la capacità dell'essere umano di scoprire, coltivare e diffondere nuove specie di piante, portando a una maggiore diversità nella produzione alimentare e nei piaceri culinari in tutto il mondo. Bisognerebbe in ogni caso approfondire le origini e la storia della sua diffusione, ma intanto chi vorrà assaggiare la feijoa ne resterà, senza ombra di dubbio, positivamente colpito, sia per il suo inconfondibile aroma e sia per le sue infinite proprietà benefiche.
Annamaria Parlato 02/02/2025
Cucina giapponese o coreana? Da Kikko Ramen a Salerno le assaggi insieme
La cucina asiatica ha conquistato il cuore e il palato di molti italiani negli ultimi anni, Salerno non fa eccezione. Tra i locali più apprezzati della città spicca Kikko Ramen, un ristorante panasiatico inaugurato a maggio 2024 che fonde sapientemente le tradizioni cinesi, giapponesi, thai e coreane in un mix di sapori autentici e innovativi. La cucina giapponese si distingue per l'attenzione alla qualità degli ingredienti, rappresentando un equilibrio perfetto tra gusto e estetica. D'altra parte, la cucina coreana è conosciuta per i suoi sapori decisi, spesso piccanti, e per l'ampio uso di fermentazioni come il kimchi, una preparazione a base di cavolo fermentato e spezie.
Il ramen è uno dei piatti più rappresentativi della cucina giapponese, ma le sue origini sono strettamente legate alla Cina e a coloro che realizzavano tagliatelle tirate a mano. Introdotto in Giappone all'inizio del XX secolo, dopo la Seconda Guerra Mondiale ebbe larga diffusione in quanto il governo giapponese, investito da una forte crisi alimentare, incoraggiò il consumo di grano fornito dagli Stati Uniti, diventando un piatto a basso costo e accessibile a tutti. Il ramen ha subito numerose evoluzioni, diventando un'icona della cultura nipponica. Si tratta di una zuppa a base di brodo, noodles e vari condimenti, con infinite varianti regionali. Gli ingredienti principali del ramen includono: brodo, che può essere a base di carne (maiale o pollo), pesce o vegetale, spesso insaporito con salsa di soia, miso o sale; noodles preparati con farina di frumento dalla consistenza elastica e sapore delicato; condimenti come il chashu (maiale arrosto), le uova ajitama, il nori (alga), i germogli di bambù, i narutomaki e i cipollotti.
La preparazione del ramen è un'arte che richiede tempo e dedizione. Il brodo viene cotto a lungo per estrarre il massimo sapore dagli ingredienti, mentre i noodles vengono immersi al momento per garantire la giusta consistenza. Ogni elemento viene poi assemblato con cura, creando un piatto che è al tempo stesso comfort food e opera d'arte culinaria. Al palato, il ramen regala una sensazione di calore avvolgente e appagante, con la profondità del brodo che si unisce alla delicatezza dei noodles e alla varietà dei condimenti, per un'esperienza ricca di contrasti armoniosi.
Il kimchi è uno dei pilastri della cucina coreana e rappresenta non solo un alimento, ma anche una parte importante della cultura e della storia del paese. Le sue origini risalgono a oltre duemila anni fa, quando la fermentazione veniva utilizzata come metodo per conservare gli alimenti durante i rigidi inverni, tanto da diventare un'arte culinaria riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell'umanità. È composto da verdure, di cui cavolo napa e ravanelli, spezie come polvere di peperoncino coreano (gochugaru), zenzero, aglio e cipollotti, infine altri elementi che possono includere salsa di pesce o gamberetti fermentati per arricchire il sapore.
Le verdure vengono salate e lasciate riposare per eliminare l'acqua in eccesso. Successivamente, vengono mescolate con una pasta speziata preparata con gochugaru, aglio e vari aromi. Il tutto fermenta per alcuni giorni o settimane, sviluppando il caratteristico sapore pungente e complesso che lo contraddistingue. Al palato, il kimchi esplode con un mix di acidità, piccantezza e un tocco umami, regalando una sensazione di freschezza e intensità che stimola i sensi e lascia un retrogusto persistente.
La fermentazione è una tecnica antica utilizzata per conservare gli alimenti e arricchirne il sapore. Questo processo naturale si basa sull'azione di microrganismi come batteri e lieviti, che trasformano gli zuccheri presenti negli alimenti in acidi, alcol e gas. Nella cucina asiatica, la fermentazione è alla base di molte preparazioni tradizionali, come il miso, il natto e le salse di soia. Questo processo non solo prolunga la conservabilità degli alimenti, ma ne amplifica anche il profilo nutrizionale e organolettico. Gli alimenti fermentati sono spesso ricchi di probiotici, che favoriscono la salute intestinale, e di sapori complessi che arricchiscono i piatti.
Kikko Ramen, situato nel cuore della città, in Via Ten. Col. Calò, e gestito dalla storica famiglia Liu (la prima a portare il sushi a Salerno), si presenta con un design moderno e accogliente, ispirato all'estetica minimalista giapponese, ma con dettagli che richiamano la vivacità coreana. Le pareti, decorate con immagini di pagode e rami di ciliegio, creano un'atmosfera unica, rendendo il locale altamente instagrammabile. Inoltre, un armadio pieno di kimoni è a disposizione dei clienti, che possono indossarli durante il pasto per vivere un'esperienza ancora più autentica e immersiva.
Il menù di Kikko Ramen è un perfetto equilibrio tra le due tradizioni culinarie. Per chi ama i sapori coreani, il menù offre anche i tteokbokki (gnocchi di riso in salsa piccante), il pajeon (frittelle di cipollotti) e il pollo fritto condito con il gochujang (una salsa fermentata salata, dolce e piccante preparata con peperoncino rosso, riso glutinoso, meju ossia fagioli di soia fermentati, malto d'orzo, il tutto in polvere, e sale). Non mancano influenze da altre tradizioni asiatiche come la thailandese e cinese. Ogni piatto del menù di Kikko Ramen sprigiona sensazioni uniche al palato. Al primo assaggio del ramen, che ogni mese viene proposto anche con ingredienti stagionali ma temporanei, il brodo avvolge il palato con la sua complessità, rivelando strati di sapori che si susseguono: dalle note umami del dashi alle sfumature salate della salsa di soia, fino ai toni dolci delle verdure. La temperatura del brodo, mantenuta costante grazie alle ciotole preriscaldate, contribuisce a esaltare ogni sfumatura di gusto. I tteokbokki offrono una combinazione irresistibile di morbidezza e piccantezza avvolgente, mentre il pajeon conquista con la sua croccantezza e i sapori delicati delle verdure.
Ogni piatto è curato nei minimi dettagli, dalla presentazione alla scelta degli ingredienti, spesso importati direttamente dall'Asia. Da provare anche i dessert, come la famosa cheesecake giapponese, il bao dolce, il matchamisù, i mochi gelato e i dorayaki da abbinare allo soju. Il personale è sempre disponibile a guidare i clienti nella scelta dei piatti, spiegando le origini e le caratteristiche di ogni preparazione. Sia che siate appassionati di cucina giapponese o cultura asiatica, Kikko Ramen è il luogo ideale per un viaggio gastronomico senza bisogno di lasciare Salerno. Grazie alla sua attenzione alla qualità e alla sua capacità di coniugare tradizioni culinarie diverse, il ristorante si conferma una tappa obbligata per chi vuole scoprire il meglio della cucina panasiatica. Itadakimasu!
Annamaria Parlato 26/02/2024
Salerno, le pizze da Màdia non si... conservano ma si sfornano per i buongustai
Son passati sette anni da quando il costruttore Salvatore Iannuzzi ha inaugurato Màdia all’Irno Center di Salerno. Sette anni fruttuosi di recensioni positive e riconoscimenti nelle migliori guide di settore (tre spicchi Gambero Rosso), in cui inizialmente pizzeria e cucina camminavano di pari passo con le proposte in carta dello chef Domenico Vicinanza, poi solo con la pizzeria capitanata dal primo giorno dal talentuoso pizzaiolo di origini vesuviane, Francesco Miranda.
La gestione è oggi nelle mani di suo figlio, Fabrizio Iannuzzi, coadiuvato da un assortito team di collaboratori, sia in sala che al forno delle pizze, coordinato da Miranda. Il termine màdia ovviamente richiama il mobile da cucina tradizionale, spesso in legno, utilizzato per conservare alimenti, utensili e altri oggetti. La màdia poteva avere ante e cassetti ed era spesso posizionata nella zona della cucina, utilizzata anticamente dalle nonne per deporvi anche pane, farina o per avere una superficie di lavoro che poteva essere sfruttata come piano aggiuntivo per la preparazione dei cibi.
Quindi anche il significato che ne deriva è identificato della filosofia della pizzeria, che vuole elargire ai propri clienti un prodotto autentico, genuino, rustico e goloso, una pizza che parla molte lingue e dialetti e che ha ìnsiti profumi e ricordi del passato. L’ambiente, sviluppato su due piani, con le sedute interne che in estate vengono proiettate anche verso il dehors esterno, è confortevole, i materiali in legno lo rendono caldo e amichevole; in alto, sul soffitto, campeggia al centro una gigantesca spiga di grano, un importante segno di riconoscimento per indicare ciò a cui si vuole dare maggiore importanza: farina, grani e impasto.
Ovviamente l’impasto parte dal prefermento, tecnicamente chiamato “biga”, che viene posto in apposite celle per almeno 48h. La biga dona digeribilità, gusto e profumi, che ricordano il pane appena sfornato, quello di una volta, lavorato dalle massaie nelle case di campagna. Per altri impasti viene utilizzato il lievito madre, creato dalle bucce di mela annurca biologica che, quotidianamente, si idratano con acqua e farina. Questo tipo di lievito dona all'impasto note acidule, amplifica il profumo del grano e favorisce ulteriormente la digeribilità.
Miranda ha svelato: “Per il menù primaverile ci saranno delle sorprese. Ho ideato una serie di pizze al tegamino con farine e impasto 100% vegetali, usando addirittura l’acqua per idratarlo, recuperata dall’ortaggio stesso come carciofo e asparago. Per farcirle non mancheranno questi vegetali, uniti ad altri ingredienti che ne esalteranno al massimo il sapore. Non sembrerà di mangiare una pizza al carciofo ma il carciofo stesso. Le mie origini sono contadine e lo studio delle verdure nella loro essenza ha sempre preso il sopravvento su di me. E’ dal 2017 che mi sono concentrato sull’idea di introdurre l’orto in pizzeria e proseguirò su questa strada, che mi è sembrata vincente dal primo momento”.
Francesco nella sua màdia ha un impasto speciale per ogni giorno della settimana: dal lunedì alla domenica c’è l’impasto con farina di tipo 1, il giovedì e il venerdì l’integrale e dalla domenica al mercoledì i clienti possono assaggiare la pizza in pala, con impasto a base di semola Senatore Cappelli, farina integrale e farina di tipo 2. La pizza di Francesco ha un cornicione non troppo pronunciato, con buccia leggermente croccante, la base è sottile ma robusta abbastanza da sostenere i condimenti senza perdere la sua consistenza.
Consigliata tra le “pizze d’inverno 2024” è la “Cilento a colori”, sia per la cromìa utile ad allontanare il grigiore invernale sia per il il connubio di sapori sprigionato dagli ingredienti, di cui broccoli saltati con aglio, olio e peperoncino, bufala affumicata, salamino, cacioricotta di capra del Cilento, datterino giallo e olio al peperoncino. In abbinamento è consigliata una birra con gradazione alcoolica più elevata, come l’inglese Spitfire Strong Lager (9 gradi) a bassa fermentazione, nata per volere del birrificio Shepherd Neame, in ricordo dell’ottantesimo anniversario del primo volo dell’iconico cacciabomardiere Spitfire. Una pizza che richiama esattamente il concept di Màdia, valorizzando l’elemento vegetale a 360 gradi.
Da non perdere anche la “Come una sorrentina”, un omaggio al classico piatto di gnocchi dell'omonima Penisola, con impasto soffice alle patate cotto in tegamino a tre lievitazioni, datterino della piana del Sele emulsionato con parmigiano reggiano 24 mesi e fiordilatte bruciato a cannello. Per chiudere in bellezza, un dessert artigianale ci sta tutto e quindi da provare è il “Dolcino tiepido” con farina Senatore Cappelli, albicocca e semi di papavero al profumo di menta, servito su salsa inglese all’albicocca e pellecchiella del Vesuvio. Un dessert piacevole, non stucchevole, che lascia il palato pulito e incanta con la sua rusticità, una carezza avvolgente e raffinata, da intenditori.
In abbinamento è perfetto il rum jamaicano Appleton Estate 8 years old Reserve di color miele, dalla grande luminosità di preziosi riflessi bronzati, naso consistente di spezie e frutta secca con sentori di miele e legno, note di vaniglia e nocciola, scorza d'arancia e melassa. Con un ambiente accogliente, un personale attento e cibo eccezionale, questa pizzeria offre un'esperienza gastronomica che vale la pena provare per assaporare le cose buone come una volta.