"Sorelle in Chic" è il food blog di successo nato nella Valle dell'Irno
Il cibo per le stilose Landi è condivisione, cura per l’anima, forma d’arte viscerale
Annamaria Parlato 30/05/2021 0
Due vulcani di idee, due valide professioniste nella vita, due caratteri diversi ma uniti nel profondo: sono Barbara e Francesca Landi, alias “Sorelle in Chic”, le food blogger più seguite a Salerno e nella Valle dell’Irno. Giornalista Barbara e penalista Francesca, quando non vestono la giacca della presentatrice o la toga dell’avvocato indossano grembiuli colorati e toque blanche, pronte a cimentarsi in ardue ricette che richiamano sapori e costumi lontani ma che sono anche ancorate al territorio in cui sono nate.
Appassionate di arte, design, creazioni originali realizzate a mano e pasticceria, sono seguitissime sui social tanto da poter vantare ben 6000 follower su Instagram. I trucchi del mestiere li hanno infatti rubati alla mamma ma sopratutto alla nonna che aveva un forno per il pane. Se a una delle due sorelle si chiedesse un suggerimento al volo, per un piatto gustoso ancorato alla Valle dell’Irno, in coro risponderebbero: “Stanchi della solita pizza? E allora perché non provare un panuozzo con rape e patate o alla pizzaiola con melanzane a funghetto? Potete usare i panetti del fornaio e allungarli per dare la forma del saltimbocca o comprarli se non amate fare l'impasto.
Ma quello che è un must del nostro territorio è il mallone, ossia rape e patate. Si tratta delle foglie esterne dei broccoli che vengono prima bollite e poi passate in padella a fuoco basso con olio EVO paesano, tanta cipolla ramata e patate lesse. Diventano morbide e buonissime da mangiare anche con la pizza di granone, secondo la tradizione contadina”.
Grandi intenditrici di musica, sono capaci di abbinare un piatto ad un canzone. All’interno della rubrica “Cibi e Suoni”, nata in collaborazione con Antonio Vitale, compagno di vita di Francesca, agli album di Lucio Dalla, uno dei loro cantanti preferiti, è saltata fuori l’associazione con la bolognese, piatto emiliano per eccellenza. Ma non finisce qui perché la cucina delle Sorelle in Chic guarda al sociale ed è perfino eco-sostenibile, a metro zero, in quanto molti degli ingredienti utilizzati nei loro piatti provengono dai giardini che circondano il territorio in cui abitano, tra Fisciano e Baronissi.
Barbara è amante della tradizione e della cucina cosiddetta di “sostanza” mentre Francesca predilige sperimentare ed aprirsi alle più moderne tendenze. Calzoncelli alle castagne, tartufini al cioccolato, tiramisù alle fragole, pasta all’uovo tirata a mano, la torta di mele annurche, gnocchi di barbabietole al pesto di rucola, risotto alla curcuma con seppie, mango, cozze e pesche, hummus tradizionale con piselli, cipolline e semi di chia: qualsiasi sia il procedimento o la difficoltà di ogni ricetta, loro mettono sempre il cuore in ciò che fanno ed il risultato è di assoluta bellezza e raffinatezza, un vero e proprio capolavoro d’arte culinaria. Per cercare di scoprire qualche dettaglio ulteriore è saltata fuori un’intervista, e dulcis in fundo Francesca ha voluto dedicare ai lettori di Irno24 anche la ricetta delle sue stratosferiche crostatine di ciliegie di cui è molto orgogliosa.
“C’è stata un po' di settimane fa la raccolta delle ciliegie nel nostro orto - ha sottolineato Francesca - Il profumo della terra, le mani solcate dal tempo intente a cogliere con delicatezza. Gli occhi che brillano. Perché la natura va accarezzata, va rispettata. Ha i suoi tempi, che nessuno potrà accelerare. La raccolta è un processo antico. Si parla di automazione, di industria 4.0, ma solo le mani dell'uomo possono, con amore, strappare i frutti dall'albero, nel verso giusto, per preservare la raccolta del prossimo anno. Nessuna macchina potrà sfidare l'uomo, la sua forza, la sua creatività, la sua tensione. È un'immagine che emoziona: tutte queste figure, che salgono in alto, sulle strettissime scale a pioli, fino ai rami più alti, che sembrano sfidare il sole! A noi bambine ci vestivano con abiti a tema ciliegina e noi le ciliegie le mangiavamo direttamente dagli alberi. Ricordi meravigliosi che custodiamo nel nostro cuore e che portiamo avanti con fierezza e vigore”.
Francesca, leggi e ricette: come si sposano?
Il nostro food blog, come ben sai, strizza l’occhio alla sostenibilità ambientale. Sono una giurista specializzata in diritto ambientale e spesso nei corsi di formazione in cui vengo coinvolta come docente parlo ai miei ragazzi di cucina etica, di turismo sostenibile, di quanto sia importante la sfera collegata al BIO. Quindi due settori apparentemente diversi ma profondamente connessi, in quanto anche il cibo ha bisogno di regolamentazioni, di leggi, di progettazioni ed io studiandoli sotto diversi punti di vista, associo in questo modo le mie due più grandi passioni.
Barbara, quando è iniziata la vostra passione per la cucina?
In realtà da sempre, perché c’era il forno di nostra nonna che adesso gestiscono i nostri cugini in cui si panifica ancora artigianalmente. La cucina è nel nostro DNA, si tramanda da generazioni e sarà sempre così. Osservando gesti e movenze noi abbiamo spontaneamente ripetuto ogni particolare, ogni segreto custodito da nostra madre. La cucina è il refugium non “peccatorum” ma “malis”, è il porto accogliente in cui ritemprarsi quando si ha un problema. La cucina non ci abbandona mai è condivisione del nostro benessere fisico e mentale, del body positive, è cura per l’anima.
Francesca, perché il vostro food blog si chiama Sorelle in Chic?
Perchè racchiude l’anima di due sorelle innanzitutto e poi l'aspetto “glamour” che ci ha sempre contraddistinte da quando eravamo universitarie perché per mantenerci ci occupavamo di allestimenti per feste private. Eravamo sempre alla ricerca delle contaminazioni con tutti i sensi che ci circondano, non solo il gusto. Siamo sempre state attratte dalle Arti in generale, da tutto ciò che attrae la vista: come si dice anche l’occhio vuole la sua parte e tutto questo è chic.
Barbara, la cucina è solo una passione per voi o potrebbe diventare anche una seconda professione?
Per alcuni anni lo è stata già e non escludiamo che possa diventarlo anche in futuro.
Barbara chiedo ancora a te, cosa ne pensi della diatriba sul "fare comunicazione" che spesso sorge tra food blogger e giornalisti enogastronomici?
Penso che possano nascere delle collaborazioni e attingere ognuno dai saperi dell’altro. I giornalisti possono supportare i food blogger con la loro esperienza e conoscenza del settore ma con meno snobismo, viceversa i secondi trasmettono ai primi la passione della cucina e delle sperimentazioni ai fornelli, anche nella più assoluta semplicità e spontaneità che poi alla fine piace tanto ai follower che seguono online le ricette.
Francesca, che tipologia di ricette si trovano su Sorelle in Chic?
Tradizionali campane e salernitane ma anche innovative e tendenzialmente stagionali. Inoltre introdurremo delle novità legate all’orto. Ultimamente ad esempio abbiamo utilizzato tanto gli asparagi che raccogliamo durante i nostri percorsi di trekking in montagna.
Francesca, visto che sei sempre così ricercata quando sei ai fornelli, in quale piatto ti rispecchi maggiormente?
Amo in generale i piatti autentici ma i dolci che mi appartengono di più sono il panettone alle mele di mia madre, la pastiera di grano, i roccocò e le melanzane al cioccolato tipiche della Costiera Amalfitana che realizziamo spesso anche a casa mia.
Francesca, la ricetta che hai voluto suggerire ai lettori di Irno24 ha un collegamento al territorio in questione?
Si, le crostatine alla confettura di ciliegie bio dell’Irno, raccolte sui nostri alberi, realizzata secondo la ricetta di nostro padre. Queste crostate sono legate ai ricordi d’infanzia nel panificio di nonna, quando in occasione della Festa della ciliegia ad Orignano, tutte le signore del paese venivano a cuocerle lì ed era questo un motivo di immensa gioia per me, ricordi che non si possono cancellare.
Quale bevanda abbineresti a questo piatto?
Sicuramente un liquore alla ciliegie fatto in casa da bere freddo o un Martini ghiacciato con ciliegia glacè.
Sorelle in Chic, avete progetti futuri riguardanti il Food?
A noi piacerebbe che il nostro food blog diventasse un giorno un portale di riferimento per quanto riguarda il settore enogastronomico, gli eventi, le ultime tendenze, la cultura. Un luogo che seppur virtuale metta a proprio agio il lettore, in cui creare una community del food o meglio una famiglia allargata in cui ritrovarsi scambiando idee e opinioni anche con i critici e gli esperti di settore.
Barbara, quale chef secondo te rappresenta la cultura enogastronomica italiana nel mondo e perché?
Antonino Cannavacciuolo, Gennaro Esposito e Rocco De Santis, che tra l’altro è un caro amico di mia sorella, un genio della cucina e un figlio dell’Irno che è andato fuori per affermarsi e diventare ambasciatore della cultura gastronomica italiana nel mondo.
Crostatine di confettura di cilegie
Ingredienti: 300 gr. Farina 00, 100 gr. zucchero, 70 gr. burro freddo, 2 uova, mezza bustina di lievito per dolci, confettura bio di ciliegie, ciliegie
Mettere su una spianatoia la farina, lo zucchero, il burro e le uova. In ultimo la mezza bustina di lievito. Sbattere prima con la forchetta e poi impastare con le mani. Mettere a riposare in frigo avvolgendo la pasta nella carta pellicola per mezz'ora. Imburrare i ruoti per crostatine e stendere l'impasto con il mattarello. Inserire la confettura e in superficie le ciliegie denocciolate. Decorare con strisce o fiori di pasta frolla. Cuocere per 25 minuti a 180 gradi in forno già caldo.
Le altre ricette di Sorelle in Chic le trovate: su FB “Sorelle in Chic Food Blog & Style” su IG @sorelle-in-chic
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Annamaria Parlato 01/07/2026
Oma Sushi Bar, il Giappone incontra il Mediterraneo nella "nuova" Salerno
Salerno cambia pelle. Lo fa ormai da anni, con una trasformazione urbanistica che ha modificato il volto della città, restituendole un rapporto sempre più stretto con il mare. Dove un tempo c'erano aree poco valorizzate, oggi si apre un waterfront moderno, elegante e vissuto. Piazza della Libertà è probabilmente l'emblema di questa rinascita: un luogo che nel giro di pochi anni è diventato il nuovo salotto cittadino, tra passeggiate panoramiche, architetture contemporanee e locali che stanno contribuendo a creare un nuovo polo della ristorazione di qualità. Le aperture che si stanno susseguendo renderanno quest'area sempre più frequentata, non soltanto durante il giorno, ma anche nelle ore serali, trasformandola in una movida raffinata, dove l'esperienza gastronomica prevale sul semplice intrattenimento.
In questo contesto si inserisce Oma Sushi Bar, elegante ristorante affacciato sul mare, situato al primo piano di uno degli edifici panoramici di Piazza della Libertà. Al piano inferiore trova spazio Pescheria, anch'essa gestita dai fratelli Esposito-Guariglia, che rappresenta il punto di partenza di un progetto costruito sulla qualità assoluta della materia prima. Due anime complementari: una dedicata al pescato fresco, l'altra alla sua interpretazione attraverso una cucina contemporanea che unisce Giappone e Mediterraneo. Entrando da Oma, si percepisce immediatamente che nulla è lasciato al caso. Gli ambienti sono raffinati ma mai ostentati, con un design minimalista che lascia spazio alla vista del golfo. Il mare diventa parte integrante dell'esperienza, quasi un ingrediente invisibile che accompagna ogni piatto.
Ma è soprattutto in cucina che il progetto rivela la propria identità. A guidare la brigata c'è Gianluca Ventre, chef con diversi anni di esperienza nella ristorazione fusion giapponese, maturata tra Italia e Medio Oriente. Un percorso professionale che gli ha permesso di confrontarsi con culture gastronomiche differenti, affinando una tecnica rigorosa e una visione moderna della cucina orientale. Al suo fianco opera il sous chef Riccardo Cannizzaro, mentre completano la squadra Corrado Spadavecchia, la sakè sommelier Silvana Carrara e il bartender Antonio Carta, figure che contribuiscono a costruire un'esperienza gastronomica completa, dove ogni elemento dialoga con l'altro.
La filosofia dello chef è chiara: il sushi rappresenta soltanto una parte del racconto. La cucina di Oma esplora infatti numerose tecniche, con una particolare attenzione alla cottura alla brace, elemento distintivo del locale. Il fuoco non è utilizzato semplicemente per cuocere, ma per esaltare consistenze, sviluppare aromi e valorizzare una materia prima che rimane sempre protagonista. La brace è realizzata con carbonella di legno di bambù, combustibile particolarmente apprezzato nella cucina orientale per la sua elevata capacità calorica, la lunga durata e la combustione estremamente pulita. Quest’ultimo consente di raggiungere temperature elevate senza rilasciare aromi invadenti, preservando l'integrità delle materie prime ed esaltandone le caratteristiche naturali.
"Ogni ingrediente - spiega Ventre - deve mantenere la propria identità. La cucina fusion non significa confusione, ma equilibrio tra culture gastronomiche diverse. Il nostro obiettivo è rispettare il prodotto e raccontarlo attraverso tecniche contemporanee, senza mai snaturarlo". Il viaggio gastronomico ha preso il via con la tradizione più autentica del Giappone. E’ iniziato da una delicata zuppa di miso con tofu, alghe e cipollotto verde, accompagnata dagli edamame, i classici fagiolini di soia al vapore rifiniti con sale Maldon. Ad accompagnare queste prime portate è stato uno Hakushika Sparkling Sakè, fresco, delicatamente fruttato, uno spiccato sentore di vaniglia e crema pasticcera capace di preparare il palato senza sovrastarlo.
Qui è entrata in scena una figura ancora poco conosciuta in Italia ma fondamentale in un ristorante di questo livello: Silvana Carrara, sakè sommelier premiata dal Gambero Rosso nel 2024 come “miglior servizio di sala”. Diventare esperti di sakè richiede anni di studio. Non basta conoscere le etichette: occorre comprendere varietà di riso, tecniche di lucidatura, fermentazioni, lieviti, temperature di servizio, profili aromatici e soprattutto gli abbinamenti gastronomici. Se il vino racconta il territorio, il sakè racconta la precisione della tecnica giapponese, saperlo servire significa accompagnare ogni piatto con un equilibrio quasi millimetrico. La Carrara guida gli ospiti in questo percorso con competenza e discrezione, dimostrando come il sakè possa dialogare perfettamente anche con ingredienti mediterranei.
Il percorso è proseguito con una raffinata selezione di sushi. Gli hosomaki hanno alternato il filetto di tonno alla capasanta, mentre gli uramaki hanno sorpreso per equilibrio e pulizia dei sapori: uno ha racchiuso un gambero in tempura e avocado sotto una copertura di tartare di tonno; l'altro ha visto il salmone avvolto da avocado e impreziosito dalle sfere di ikura. Hanno completato la degustazione il sashimi di salmone, la ventresca di tonno e la spigola, tagli eseguiti con estrema precisione che hanno esaltato la qualità del pescato. L'abbinamento ha rotto volutamente gli schemi. Antonio Carta ha proposto un Gin Tonic estremamente essenziale, costruito con Ginetsu Double Yuzu, Mediterranean Tonic Water Fever-Tree e una semplice scorza di limone. Nessuna decorazione superflua, nessun artificio estetico. "Un cocktail - dice - non deve rubare la scena al piatto, ma accompagnarlo. La vera difficoltà è togliere, non aggiungere. Ogni ingrediente deve avere una funzione precisa". Una filosofia minimalista che si ritrova in ogni sua creazione.
E’ seguita una fragrante tempura di gamberi con mayo al lime e un'insalata di crescione con avocado e salsa al wasabi, che ha preparato il palato alle portate più strutturate. È qui che è emerso il lato più originale della cucina di Oma. Il medaglione di filetto di Black Angus è stato cotto alla brace e servito con una salsa di soia leggermente piccante. La carne ha mantenuto tutta la sua succulenza, mentre la brace ha aggiunto note affumicate, eleganti e mai invasive. Accanto è arrivato il Black Cod, anch'esso cotto alla brace dopo una lunga marinatura nel miso. La tecnica giapponese ha incontrato il mediterraneo, regalando un pesce morbido, intenso e incredibilmente aromatico. Il contorno è stato affidato ai peperoncini verdi di fiume fritti, completati da una salsa di soia dolce, che ha richiamato sapori familiari del Sud Italia reinterpretati con sensibilità orientale.
Ad accompagnare queste portate è arrivato il cocktail simbolo della casa. Costiera è un long drink che ha raccontato il territorio campano. Antonio Carta ha utilizzato l'Amaro Panorama delle Distillerie Russo di Mercato San Severino, limoncello, soda al basilico e chicchi di melograno. Il risultato è stato un sorso fresco, aromatico, dove la macchia mediterranea ha incontrato la mixology contemporanea. Un cocktail che ha pulito il palato senza coprire la complessità della cucina. Il finale ha mantenuto lo stesso livello scenografico.
La frutta è stata presentata come un piccolo quadro contemporaneo, con dragon fruit, frutta esotica e di stagione accuratamente disposta nel piatto. Accanto i mochi gelato nelle versioni mango-passion fruit, cocco e lampone. Ha chiuso il percorso un raffinato dessert al mango, costruito su tre consistenze: una mousse delicata, un cuore di composta di mango, cioccolato bianco e un crumble alle mandorle che ha aggiunto la necessaria componente croccante.
Dietro tutto questo c'è stata una visione imprenditoriale precisa. Tra i soci, Guido Guariglia è stato uno dei principali promotori di questo progetto, immaginando Oma come qualcosa di molto diverso dal classico locale destinato esclusivamente ai cocktail o alla movida. L'obiettivo è stato costruire un luogo dove il bere bene venisse messo al servizio della cucina, dove ogni dettaglio contribuisse a creare un'esperienza gastronomica completa e dove il panorama sul mare diventasse soltanto la cornice di un racconto molto più ampio. Un ambiente elegante, capace di accogliere chi avesse cercato qualità, ricerca e ospitalità, lontano dall'idea di un semplice bar in cui fare confusione.
Oma Sushi Bar rappresenta così una delle aperture più significative della nuova Salerno. Non soltanto perché porta in città una proposta fusion di altissimo livello, ma perché interpreta perfettamente la vocazione di Piazza della Libertà: diventare il luogo dove architettura, mare, cultura del cibo e convivialità trovano finalmente un punto d'incontro. Una destinazione che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici mediterranee, dimostrando come anche il sushi possa parlare, con accento giapponese, la lingua del mare di Salerno.
Annamaria Parlato 25/01/2020
Una noce di rape, patate e pane: il Mallone
Il Mallone è un piatto povero dell’entroterra campano di origine contadina, che si può trovare e consumare dall’inizio della vendemmia sino a Marzo. Un piatto che nasceva in tempi di estrema povertà e carestia e che oggi è diventato una ricercatezza per gli amanti della buona tavola, tant’è che - durante le sagre o le manifestazioni gastronomiche - sono nati perfino dei laboratori sulla realizzazione di questa ricetta.
Essenzialmente la sua diffusione si deve ai grandi conflitti mondiali: a quei tempi, dare sapore a delle verdure misere e di scarto era cosa assai difficile. Fortunato colui che poteva insaporirle con grasso di maiale o addirittura buon olio d’oliva! Sicuramente il mallone nasceva “sciatizzo”, un aggettivo che può avere più significati: potrebbe derivare dal latino asciare (trovare), nel senso di verdure trovate nei campi, oppure sempre dal latino satis, inteso come saziante, appagante.
Le erbe potevano essere anche quaranta ma talvolta meno (circa una ventina) o erano gli scarti di quello che restava in casa. Chi conosceva le erbe spontanee di stagione da reperire tra le vigne o in montagna era di sicuro avvantaggiato. Fondamentali sono la cicoria selvatica, il cardoncello, il caccialepre, il finocchietto selvatico, la bieta, la scarolella, il rosolaccio, la borragine, la melissa, il sambuco, lo spinacio, l’ortica, il tarassaco, la rucola, gli agretti, il crescione, la malva, la bardana, il cardo mariano, la calendula, l’eufrasia, il farfaraccio, la piantaggine, l’acetosella, il cerfoglio, il cardillo, il luppolo selvatico.
Una volta raccolte, si lessano, si strizzano sino a diventare dei malli di noce (da qui il termine mallone) e si rosolano in padella con olio o sugna, aglio, peperoncino, patate lesse schiacciate e pane duro. Durante la vendemmia il mallone era la merenda dei contadini, che lo innaffiavano con il fragolino, un vino dolciastro ottenuto dall’uva fragola.
Il mallone sciatizzo è tipico di Baronissi, Calvanico, Montoro, Solofra, dove si serve assieme alla pizza fritta di granturco o “migliazzo” (una pizza di mais, cicoli, sugna e uva passa, cotta sulla brace dei camini) mentre a Siano e Bracigliano il mallone viene realizzato con le cime di rapa (rapa brassica) o “friarielli”, che si piantano in Agosto e si raccolgono a partire dall’autunno, cui si aggiungono cicoli di maiale se disponibili e il tipico pane mascuotto, prodotto d'eccellenza di questi due comuni conosciuti anche per la bontà delle loro ciliegie. In Cilento questa preparazione è nota come “foglie e patate”.
Proprio all’Osteria "La Pignata" di Bracigliano, presente sul territorio dal 2003 e menzionata dalla guida edita da Slow Food “Osterie d'Italia 2020”, i due noti osti Mafalda Amabile e Gerardo Figliolia realizzano il mallone secondo tradizione e nel rispetto delle materie prime: freschissime, selezionate e territoriali. Una tappa all'osteria "La Pignata" è d’obbligo per chi voglia saperne di più su questa pietanza, vivere una degustazione d’altri tempi e scambiare due chiacchiere con Gerardo, persona esperta, simpatica e accogliente, grande conoscitore dei piatti antichi braciglianesi. La ricetta del "suo" mallone, decisamente più contemporanea, è contenuta nel libro “Note di Cucina Salernitana-Storie e Ricette” del giornalista Alfonso Sarno.
Ecco gli ingredienti (per 4 persone) e il procedimento:
- 500 g di foglie di rape e broccoli
- 600-700 g di patate lesse
- 1 mascuotto frantumato
- olio extravergine di oliva
- peperoncino
- sale
Lessare le foglie delle verdure e passarle in acqua fredda per bloccare la cottura e mantenere intatto il colore; strizzarle bene e sminuzzarle. Nel frattempo, lessare anche le patate, sbucciarle, salarle e schiacciarle. In una padella far rosolare l’aglio nell’olio con il peperoncino e, una volta imbiondito, toglierlo aggiungendo le verdure, le patate e il pane frantumato fino a formare una crosticina dorata. Servire caldo, abbinandolo ad un vino rosso e robusto tipicamente campano.
Redazione Irno24 30/04/2025
La rivoluzione semplice di Pignalosa, a Salerno la pizzeria "Le Parùle"
In attesa della rinnovata sede a Ercolano, Giuseppe Pignalosa raddoppia Le Parùle e il 1° Maggio apre a Salerno, al Porto Marina d’Arechi, una location privilegiata con il mare e le barche a fare da sfondo. Il maestro dell’impasto ha fatto della tradizione vesuviana un terreno fertile per far prosperare la sua idea radicale di pizza, come giardino mediterraneo: un paesaggio commestibile coltivato con passione.
Il nome Parùle – che in dialetto napoletano indica gli orti coltivati con pazienza e saper fare – è una dichiarazione d’intenti: qui ogni pizza nasce come un atto agricolo, popolare, condiviso. La stagionalità è il principio guida, l’impasto il cuore di una visione che ha fatto scuola e continua a insegnare. Le verdure sono la voce di uno stile di vita, non una decorazione, e provengono da un sistema reale, da un patto con i piccoli produttori, per amore della genuinità.
Nel 2019, l’apertura di Le Parùle a Ercolano viene premiata come miglior nuova apertura dell’anno agli Awards di Roma e conquista il 36° posto nella guida 50 Top Pizza; nel 2020, Gina Pizza raggiunge il 5° posto nella stessa guida; nel 2021, arrivano i Tre Spicchi del Gambero Rosso. A Venezia, durante il Festival del Cinema, Pignalosa riceve l’International Starlight Cinema Award per il suo impegno nell’educare alla buona tavola e nella promozione della biodiversità.
“Molti pizzaioli oggi puntano sul topping creativo o sul 'wow visivo'. Nella mia pizzeria, la pizza si spoglia per tornare nuda e potente - dice Pignalosa - Ho costruito un’identità forte sulla semplicità, con un impasto che si racconta da solo: lavorato con criterio scientifico e amore artigianale”.