175 articoli dell'autore Annamaria Parlato

Annamaria Parlato 21/08/2026 0

Gianni 1956 a Salerno, tradizione e novità in 3 generazioni di gelato

Dal gelato sempre più attento alle nuove esigenze alimentari, alle creme che trasformano i grandi dessert della pasticceria in morbide interpretazioni da gustare al cucchiaio, nelle gelaterie italiane tradizione e sperimentazione procedono ormai insieme. Il gelato non è più soltanto il classico rito dell’estate, ma un prodotto capace di seguire mode, contaminazioni e nuove abitudini di consumo, mantenendo però intatto il suo legame con l’artigianalità.

A Salerno, questa evoluzione porta anche il nome della Gelateria "Gianni 1956", una storia familiare iniziata nel 1956 e arrivata oggi alla terza generazione. Tutto comincia con il nonno Gianni, che quell’anno aprì la sua prima gelateria a Coperchia di Pellezzano. Da quella prima insegna prende forma un percorso che attraversa tre generazioni: prima il fondatore, poi il figlio Matteo Falcone e oggi i nipoti Andrea e Fabio, che hanno raccolto l’eredità di famiglia, portandola dentro una contemporaneità fatta di nuovi gusti, sperimentazione e comunicazione digitale.

Oggi il nome Gianni 1956 è legato ai due punti vendita salernitani, quello storico al Corso e la nuova sede di Pastena, inaugurata nel maggio 2026, dove la filosofia della famiglia si arricchisce di nuove proposte e formule pensate per un pubblico sempre più curioso. Per raccontare Gianni, però, bisogna partire dai gusti che negli anni ne hanno costruito l’identità. C’è innanzitutto il Gianni Classico, considerato dalla famiglia la prima Nocciotella inventata a Salerno, una crema alla nocciola diventata uno dei simboli della gelateria e un vero richiamo alla storia dell’insegna. Poi c’è il Gianni 56, una soffice crema bianca al cioccolato bianco, essenza di pistacchi e mandorle pralinate, dove la dolcezza e la cremosità incontrano le note aromatiche e la parte croccante della frutta secca.

"Ci sono gusti che per noi non sono semplicemente prodotti da vendere, ma fanno parte della nostra storia", racconta Fabio, terza generazione della famiglia. "Il Gianni Classico e il Gianni 56 raccontano quello che siamo stati e quello che continuiamo a essere. Poi ci piace affiancare a questi gusti proposte nuove, perché il gelato deve continuare a sorprendere". Tra le creazioni più riconoscibili c’è il Lucifer, un gusto deciso che unisce cioccolato fondente al 70%, amarene e stracciatella al peperoncino, giocando sui contrasti tra intensità, dolcezza, componente fruttata e una nota piccante finale. C’è poi Amalfi, delicato gelato alla delizia al limone avvolto nell’essenza di arancia, una proposta che guarda alla pasticceria e ai profumi della Costiera, trasformando uno dei dolci più rappresentativi della tradizione campana in una crema fresca e agrumata.

La ricerca prosegue con la Nocciotella Scomposta, rilettura di uno dei gusti simbolo della casa, e con il Franuì, diventato in breve tempo uno dei prodotti più virali e fotografati, capace di dimostrare quanto oggi anche il gelato possa dialogare con i linguaggi social. Accanto alle proposte più contemporanee restano altri gusti che appartengono al repertorio della casa, come la Zuppa del Duca, il Croccante alle Mandorle e il Pastarella di Mandorle, insieme a una proposta di gusti vegan, pensata per rispondere a esigenze alimentari differenti senza rinunciare alla ricerca sul gusto.

"Oggi il cliente è molto più curioso rispetto al passato", continua Fabio. "Vuole assaggiare qualcosa di nuovo, ma allo stesso tempo cerca qualità e riconoscibilità. Per questo cerchiamo di non inseguire semplicemente le mode: prendiamo una tendenza e proviamo a reinterpretarla secondo il nostro modo di fare gelato". È proprio questa capacità di osservare ciò che accade nel mondo del food e trasformarlo secondo una propria identità a caratterizzare il lavoro di Andrea e Fabio. La terza generazione ha infatti affiancato alla manualità e alla conoscenza del prodotto una particolare attenzione alla comunicazione digitale, utilizzando i social come una vera estensione della gelateria: uno strumento per presentare i nuovi gusti, raccontare le sperimentazioni, intercettare tendenze e dialogare con una clientela che spesso scopre un prodotto proprio attraverso un'immagine o un video.

"I social ci hanno permesso di far vedere quello che c’è dietro una coppetta o un cono", spiega Andrea. "Non comunichiamo soltanto il gusto finito, ma cerchiamo di raccontare l’idea, la sperimentazione e il lavoro che c’è dietro. È un modo diverso di far conoscere la nostra storia e di far capire che dietro il marchio Gianni c’è ancora una famiglia". Una comunicazione contemporanea, dunque, che non sostituisce l’artigianalità ma la racconta. Ed è proprio nella nuova sede di Pastena, aperta a maggio 2026 assieme all'imprenditore Maurizio De Paola, con esperienze internazionali nel settore, che questa vocazione alla sperimentazione trova una delle sue espressioni più interessanti. Qui il gelato diventa anche esperienza e personalizzazione, a partire dai gusti del giorno, serviti con panna gratuita e con la possibilità di scegliere il topping tra cioccolato fondente, cioccolato bianco e altri sempre diversi. Una formula semplice e immediata, che permette di costruire ogni volta una combinazione diversa.

Ma Pastena amplia anche il repertorio con proposte che guardano alla pasticceria e al consumo da passeggio: il cannolo siciliano con gelato, dove la cialda croccante incontra la cremosità del gelato; il cono zeppola, che porta nel mondo della gelateria uno dei dolci più amati della tradizione; e il bocconcino, una piccola minibrioche con gelato, pensata proprio per chi vuole concedersi uno sfizio mentre passeggia, senza necessariamente scegliere una porzione importante.

"Pastena ci ha dato la possibilità di sperimentare ancora di più", sottolinea Andrea. "Abbiamo cercato di creare una proposta capace di parlare a pubblici diversi: chi viene per il gusto classico, chi vuole provare la novità, chi cerca qualcosa di piccolo da mangiare passeggiando e chi invece vuole trasformare il gelato in un vero dessert". Non mancano le coppe con frutta fresca e gelato alla frutta, che portano nel menù una dimensione più fresca e leggera, e la Banana Crunch, una rivisitazione contemporanea della banana split, dove la frutta incontra il gelato e una componente croccante, trasformando un grande classico internazionale in una proposta più moderna e scenografica. Il risultato è una gelateria che amplia il proprio linguaggio senza perdere il legame con la propria storia: il gelato può essere cono, coppetta, dessert, merenda, colazione o piccolo peccato di gola da gustare passeggiando. E proprio questo equilibrio sembra essere la cifra della terza generazione.

"Non vogliamo perdere quello che ci è stato insegnato", dice Fabio. "Ma allo stesso tempo sentiamo la responsabilità di continuare a costruire qualcosa di nostro. La nostra sfida è rispettare la storia di Gianni e, contemporaneamente, avere il coraggio di cambiarla un po’ ogni giorno". Settant’anni dopo quella prima apertura a Coperchia, il nome Gianni continua così a parlare di famiglia, artigianalità e territorio, ma anche di capacità di innovare. Il nonno Gianni ha trasmesso il mestiere, Matteo Falcone ha raccolto il testimone e Andrea e Fabio stanno scrivendo il capitolo della terza generazione, dimostrando che la tradizione non è qualcosa di immobile, ma una base solida dalla quale partire per continuare a creare. Perché il gelato può avere settant’anni di storia alle spalle e, allo stesso tempo, avere ancora tutta la curiosità di inventare il gusto di domani.

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Annamaria Parlato 03/08/2026 0

Da Candlelight a Candlenight, a Salerno notte di emozioni con l'alta cucina

​Quella del 30 luglio non è stata semplicemente una cena sul mare. È stata un’esperienza immersiva che ha trasformato il tramonto in una lunga notte di emozioni. Se il format internazionale del Candlelight nasce per creare atmosfere intime e suggestive attraverso la luce delle candele, alla Terrazza – Poniente di Marina d’Arechi Port Village (Salerno) quel concept si è evoluto in qualcosa di ancora più coinvolgente: una vera e propria Candlenight, dove la magia non si è fermata al momento dell’accensione delle candele, ma ha accompagnato gli ospiti fino a tarda sera tra musica dal vivo, cucina d’autore e il fascino del mare.

Negli ultimi anni, il fenomeno Candlelight ha conquistato le principali città del mondo, trasformando concerti ed eventi in esperienze emozionali, capaci di restituire centralità alla bellezza dei dettagli. A Salerno questa filosofia ha trovato una nuova interpretazione grazie all’intuizione di Mirko Notaro, che ha fatto della sua Terrazza – Poniente il primo ristorante sul mare della città a proporre una cena gourmet immersa nella luce di centinaia di candele. Quando il sole ha lasciato spazio alla sera, la terrazza affacciata sulla darsena di Marina d’Arechi si è trasformata in una scenografia dal forte impatto visivo. Le candele hanno illuminato ogni angolo della location, riflettendosi sull’acqua e creando un’atmosfera che ha ricordato i set dei grandi film romantici. La brezza marina, il panorama, la luce soffusa e la musica hanno dato vita a un racconto sensoriale unico, trasformando una cena in un’esperienza da vivere e ricordare.

"Volevamo regalare ai nostri ospiti – ha raccontato Notaro – qualcosa che andasse oltre una semplice cena; oggi chi sceglie un ristorante cerca emozioni, momenti da condividere e ricordi da portare con sé. La luce delle candele ha una forza straordinaria: crea intimità, eleganza e un’atmosfera speciale. Per questo abbiamo voluto trasformare il Candlelight in una vera Candlenight, una notte in cui mare, musica, cucina e accoglienza potessero fondersi in un’unica esperienza". L’allestimento scenografico è stato curato dal Maestro Tiziano Citro, direttore artistico dell’Associazione Rachmaninov, che ha saputo interpretare il fascino della location valorizzandone gli spazi attraverso un gioco di luci, che esaltasse, senza sovrastarla, la bellezza naturale del panorama.

Centinaia di candele hanno accompagnato gli ospiti in un percorso raffinato e romantico, creando un’atmosfera sospesa tra eleganza e suggestione. La colonna sonora della serata è stata affidata a due artisti che hanno scritto una pagina importante della musica italiana. Mariano Onorato, voce e chitarra dei Soleado, insieme al maestro Casimiro Erario alle tastiere, ha ripercorso i grandi successi dell’indimenticato Pino Daniele, regalando al pubblico un tributo intenso e partecipato. Le melodie del cantautore napoletano, capaci di unire blues, anima mediterranea e poesia, hanno accompagnato il passaggio dal tramonto alla notte, rendendo ancora più emozionante la Candlenight.

Protagonista assoluta è stata anche la cucina dello chef resident Gabriele Martinelli, che ha firmato un percorso gastronomico contemporaneo fondato sul rispetto della materia prima, sulla stagionalità e sulla valorizzazione del territorio. Una cucina che nasce dall’esperienza maturata nelle migliori realtà italiane e francesi e che trova equilibrio tra tecnica, memoria e ricerca. Il menù ha raccontato un viaggio tra mare e creatività: dall’insalatina di seppie, mela verde e sedano al raviolo caprese con ricotta, crostacei e limone, fino al trancio di ombrina scottato con carpaccio di pesca e pomodoro, per concludersi con un raffinato tiramisù all’italiana. Una prova particolarmente significativa, considerando il grande successo dell’evento. La serata ha registrato il tutto esaurito, ma, nonostante l’elevato numero di ospiti, la brigata guidata da Martinelli ha lavorato con precisione e grande coordinamento, riuscendo a far arrivare ogni piatto in sala con tempi impeccabili e una cura esecutiva costante. Ogni portata è stata presentata mantenendo intatta la qualità del progetto dello chef: dalla temperatura corretta alla composizione del piatto, fino all’equilibrio dei sapori. Un risultato che ha dimostrato come dietro un’esperienza di alto livello ci sia soprattutto il lavoro di squadra, la capacità organizzativa e la sinergia tra cucina e sala.

A completare il racconto della serata è stata una selezione enologica di grande prestigio, curata attraverso il catalogo di Agenzia Curcio 1980. Gli ospiti hanno iniziato il percorso con l’eleganza dello Champagne Bollinger Special Cuvée, una delle cuvée più rappresentative della maison francese, apprezzata per la sua complessità aromatica, la struttura raffinata e il perfetto equilibrio tra freschezza e carattere. La degustazione è proseguita con Jento Bianco Vivace Puglia IGP, espressione fresca e dinamica del territorio pugliese, capace di raccontare una viticoltura contemporanea attraverso profumi delicati e una piacevole vivacità. In assaggio anche Ebalia 2025 Salento IGP di Tenuta Giustini, etichetta che interpreta con eleganza il patrimonio vitivinicolo salentino, caratterizzata da equilibrio, identità territoriale e grande bevibilità.

La scelta dell’affinamento in cemento rappresenta un elemento distintivo del progetto enologico: una tecnica sempre più apprezzata dai produttori, che consente al vino di evolvere in un ambiente capace di favorire una lenta maturazione, preservando freschezza, finezza aromatica e naturale identità varietale. Il cemento, grazie alla sua capacità di mantenere condizioni termiche più stabili e di accompagnare il vino in una fase di affinamento, senza cedere aromi esterni come avviene con il legno, permette di valorizzare la purezza del frutto e la personalità del territorio. Una scelta che restituisce un sorso elegante, equilibrato e caratterizzato da una piacevole profondità, espressione del legame tra innovazione tecnica e rispetto della materia prima. Ebalia si inserisce così nella filosofia di Tenuta Giustini, realtà salentina impegnata nella valorizzazione delle varietà del territorio attraverso una lettura moderna della tradizione vitivinicola pugliese, un’etichetta capace di raccontare il Mediterraneo attraverso freschezza, armonia e identità.

A chiudere il percorso è stato Arcano Primitivo Salento IGP, vino dalla personalità intensa e avvolgente, espressione autentica del vitigno simbolo della Puglia. Una selezione che ha arricchito ulteriormente l’esperienza della Candlenight, confermando il ruolo del vino come elemento fondamentale di un racconto fatto di cultura, territorio, convivialità e ricerca della qualità. Fondamentale anche il lavoro della sala, coordinata dal direttore Giovanni Cucco, esperto sommelier, che insieme al suo staff ha gestito con professionalità e attenzione sia il servizio della cena gourmet sia l’area lounge dedicata agli aperitivi à la carte.

La serata ha rappresentato pienamente la filosofia di Mirko Notaro, quinta generazione di ristoratori, che con il progetto La Terrazza – Poniente continua a costruire un modello di ospitalità capace di unire gastronomia, paesaggio e cultura. Il nome stesso "Poniente", ispirato al vento d’occidente, racconta una visione aperta alle contaminazioni internazionali, dove la tradizione partenopea dialoga con suggestioni mediterranee e spagnole. La collaborazione con Gabriele Martinelli nasce proprio da questa ricerca: una cucina contemporanea che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici, rispettando le materie prime e valorizzando la stagionalità.

Il contributo del Maestro Tiziano Citro e dell’Associazione Rachmaninov, fondata nel 1998 a Mercato San Severino, ha completato il progetto, trasformando la musica in parte integrante dell’esperienza. Da anni, l’associazione promuove importanti rassegne musicali e appuntamenti culturali, creando occasioni di incontro tra arte e territorio. La serata del 30 luglio ha così raccontato una nuova idea di ristorazione: non solo un luogo dove mangiare, ma uno spazio dove vivere emozioni. Alla Terrazza – Poniente il Candlelight si è trasformato in una Candlenight, una notte di luce, musica, alta cucina e convivialità che ha portato sul mare di Salerno un nuovo modo di interpretare l’ospitalità.

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Annamaria Parlato 07/07/2026 0

"Poniente", la cucina mediterranea dipinge il tramonto a Salerno

Ci sono luoghi nei quali la cucina riesce a dialogare con il paesaggio, fino a diventare parte integrante dell’esperienza. "Poniente Restaurant", all’interno di Marina d’Arechi, a Salerno, è uno di questi. Prima ancora di parlare dei piatti, è stato inevitabile lasciarsi coinvolgere dal contesto. Marina d’Arechi non è semplicemente un porto turistico, ma un progetto che negli anni ha trasformato il rapporto tra Salerno e il mare, diventando un punto di riferimento per la nautica, l’ospitalità e la ristorazione di qualità.

Disegnato dall’architetto portoghese Alvaro Siza Vieira, premio Pritzker, il complesso ha rappresentato una moderna porta d’accesso al territorio salernitano via mare, capace di unire architettura contemporanea, servizi e accoglienza in un ambiente di grande fascino. Affacciato sul Golfo di Salerno, con lo sguardo rivolto verso la Costiera Amalfitana e il Cilento, Marina d’Arechi mostra il suo volto più suggestivo nelle ore del tramonto, quando la luce si riflette sull’acqua e sulle imbarcazioni, creando una scenografia naturale che accompagna la cena. Qui il mare non è una semplice cornice, ma diventa parte del racconto.

Sedersi al "Poniente" significa vivere un’esperienza nella quale panorama, cucina e ospitalità trovano un equilibrio preciso. Il nome stesso del ristorante racchiude questa filosofia. Poniente, termine spagnolo che significa ponente, indica il punto cardinale dove tramonta il sole, ma richiama anche il vento occidentale che attraversa il Mediterraneo. Una scelta legata alla posizione del locale, esposto verso Ovest, dove ogni sera il tramonto diventa protagonista assoluto. Ma il nome racconta anche una passione del patron Mirko Notaro, affascinato dalla cultura spagnola e dal suo modo di vivere la gastronomia. Una cultura nella quale la tavola è soprattutto incontro, convivialità, condivisione e racconto.

L’influenza spagnola non si traduce in una semplice riproduzione di ricette iberiche, ma in un approccio aperto alle contaminazioni mediterranee, alla ricerca e alla sperimentazione. Una filosofia che attraversa l’intero progetto: dalla proposta più informale de "La Terrazza Lounge", con tapas contemporanee, piccoli assaggi e cocktail, fino alla parte gourmet del Poniente. Notaro, quinta generazione di ristoratori, porta in questo progetto una storia familiare profondamente legata all’accoglienza, unita alla volontà di costruire una nuova idea di ristorazione. Dopo esperienze formative e professionali, maturate anche accanto allo chef Giancarlo Morelli, ha scelto di creare un luogo nel quale tradizione e innovazione potessero convivere. La sua visione si è concretizzata in due anime complementari: La Terrazza Lounge, pensata per momenti più rilassati tra drink, tapas ed entrée, e Poniente, il ristorante gourmet affidato alla sensibilità dello chef Gabriele Martinelli.

Durante la serata, lo chef si è rivelato profondamente consapevole del ruolo che ricopre. Martinelli ha costruito una cucina di grande maturità e spessore, nella quale il vegetale non è un semplice accompagnamento, ma diventa il vero linguaggio espressivo del menu. Il suo percorso professionale tra Italia ed estero, arricchito dal confronto con importanti maestri della cucina contemporanea, gli ha permesso di sviluppare una filosofia precisa: rispettare l’ingrediente, valorizzarlo e trasformarlo senza mai cancellarne l’identità. Pomodoro, melanzana, erbe aromatiche, ortaggi, fermentazioni e contaminazioni orientali sono strumenti attraverso i quali raccontare una cucina mediterranea contemporanea. Il vegetale, in questa visione, non è una rinuncia ma una possibilità creativa. È il terreno nel quale tecnica, sensibilità e conoscenza della materia prima trovano la loro massima espressione.

La degustazione è iniziata con una serie di piccoli morsi, che hanno introdotto immediatamente il pensiero gastronomico dello chef. Sono arrivate quattro proposte servite in un unico tempo: la mini tartelletta con tartare di tonno, pesca e pomodorini, dove la freschezza marina ha incontrato la dolcezza della frutta; lo gnocco fritto ripieno al miso di pomodoro, una contaminazione sorprendente tra tradizione e tecnica orientale; la melanzana raccontata attraverso diverse consistenze, con melanzana sott’olio, miso di melanzane, maionese aromatizzata e buccia tostata; infine “Chi cerca trova”, uno scrigno ispirato ai gusci marini che ha custodito una cozza fritta in tempura al nero di seppia, accompagnata da una maionese alle alici.

Tra gli antipasti, uno dei piatti simbolo della cucina di Martinelli: “Il Pomodoro” in tre tempi. Un ingrediente quotidiano, e profondamente identitario, viene trasformato in un percorso di tecnica e memoria. Il pomodoro pelato è stato marinato con glutammato, poi farcito con miso al pomodoro, olio al basilico e completato con una preziosa foglia d’oro. Un piatto che sintetizza perfettamente la filosofia dello chef: partire dalla semplicità per arrivare alla complessità. La ricerca sul pomodoro è proseguita con la bruschetta al pomodoro arrosto, tartare di fragole e semi tostati di sesamo su pane d’orzo, dove dolcezza, acidità e note tostate hanno trovato un equilibrio raffinato.

A seguire, un’insalata composta da cinque varietà di pomodoro (ciliegino, datterini verdi e gialli, piccadilly, fiori e germogli), accompagnata da un ristretto di pomodoro, capace di concentrare ulteriormente il carattere dell’ingrediente. Uno dei momenti più interessanti del percorso è stato lo spaghetto Vicidomini cotto nell’estratto di pomodori all’insalata. La pasta è stata servita con il suo miso di pomodoro, olio al basilico, uova di aringa e carpaccio di pomodoro cuore di bue. Una rilettura contemporanea di uno dei simboli della cucina italiana, nella quale il ricordo dello spaghetto al pomodoro incontra tecniche orientali come quella del miso, creando un piatto intenso e sorprendente.

Il mare è tornato protagonista con il trancio di ombrina cotto in crosta di sale, alghe e agrumi. La cottura ha preservato la delicatezza del pesce, accompagnato da verdure di stagione, salsa di pesce affumicato, zafferano e sconcigli. Una preparazione elegante, nella quale ogni elemento ha mantenuto la propria identità. Anche il servizio dei lievitati ha confermato la cura del progetto. Sono arrivati in tavola grissini torinesi al pomodoro, una pagnotta multicereale con diversi tipi di semi, chiacchiere salate al rosmarino e una ferratella abruzzese salata, accompagnati da un burro alle alghe e zafferano.

Il dessert finale, “Non è colazione”, ha chiuso il percorso con equilibrio: un plumcake d’orzo servito con gelato al mascarpone e mousse al caffè ha richiamato il ricordo della prima colazione, trasformandolo in una conclusione elegante e contemporanea. L’esperienza non si è però conclusa con il dessert. Le coccole finali hanno aggiunto un ultimo momento di dolcezza con i cannelés de Bordeaux e le tartellette con pralinato di mandorle salate e mousse di mandorle all’orzo. Gli abbinamenti sono stati curati dal direttore di sala, Giovanni Cucco, attraverso una carta vini che conta oltre cento referenze e che ha seguito con attenzione il percorso gastronomico.

La degustazione è iniziata con il Valdobbiadene Prosecco Foss Marai, capace di introdurre freschezza e leggerezza; è proseguita con il Fiano Salento IGP “Illuminato” di Giustini, che ha accompagnato con eleganza le preparazioni vegetali; e si è conclusa con il Lacryma Christi del Vesuvio DOC “Munazei Bianco” di Casa Setaro, ottenuto da uve Caprettone in purezza, che ha dialogato con grande personalità con le portate di mare.

Interessante anche il lavoro dedicato ai cocktail e alla proposta analcolica. La drink list de La Terrazza Lounge segue la stessa filosofia della cucina, proponendo signature cocktail, grandi classici e alternative senza alcol costruite con attenzione. Durante la serata sono stati serviti cocktail analcolici al passion fruit e arancia rossa e una seconda proposta con vaniglia e arancia, entrambe capaci di accompagnare il percorso grazie a freschezza ed equilibrio aromatico.

Dall’esperienza al Poniente emerge il valore di un progetto costruito con competenza. Una cucina capace di osare ma contemporaneamente di riequilibrarsi alla perfezione, una proposta gastronomica che guarda al futuro attraverso il vegetale, senza dimenticare la memoria mediterranea. Una sala preparata, un servizio attento, una selezione di vini e cocktail costruita con criterio e un’accoglienza capace di far sentire l’ospite parte di un racconto. Perché dietro ogni progetto importante non può esserci improvvisazione: servono studio, visione e una squadra che condivida gli stessi valori. E quando il sole è tramontato sul Golfo di Salerno, proprio nella direzione indicata dal nome Poniente, è diventato ancora più chiaro il significato di questo luogo: non soltanto un ristorante sul mare, ma un’esperienza nella quale il mare stesso è entrato nel piatto.

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Annamaria Parlato 01/07/2026 0

Oma Sushi Bar, il Giappone incontra il Mediterraneo nella "nuova" Salerno

Salerno cambia pelle. Lo fa ormai da anni, con una trasformazione urbanistica che ha modificato il volto della città, restituendole un rapporto sempre più stretto con il mare. Dove un tempo c'erano aree poco valorizzate, oggi si apre un waterfront moderno, elegante e vissuto. Piazza della Libertà è probabilmente l'emblema di questa rinascita: un luogo che nel giro di pochi anni è diventato il nuovo salotto cittadino, tra passeggiate panoramiche, architetture contemporanee e locali che stanno contribuendo a creare un nuovo polo della ristorazione di qualità. Le aperture che si stanno susseguendo renderanno quest'area sempre più frequentata, non soltanto durante il giorno, ma anche nelle ore serali, trasformandola in una movida raffinata, dove l'esperienza gastronomica prevale sul semplice intrattenimento.

In questo contesto si inserisce Oma Sushi Bar, elegante ristorante affacciato sul mare, situato al primo piano di uno degli edifici panoramici di Piazza della Libertà. Al piano inferiore trova spazio Pescheria, anch'essa gestita dai fratelli Esposito-Guariglia, che rappresenta il punto di partenza di un progetto costruito sulla qualità assoluta della materia prima. Due anime complementari: una dedicata al pescato fresco, l'altra alla sua interpretazione attraverso una cucina contemporanea che unisce Giappone e Mediterraneo. Entrando da Oma, si percepisce immediatamente che nulla è lasciato al caso. Gli ambienti sono raffinati ma mai ostentati, con un design minimalista che lascia spazio alla vista del golfo. Il mare diventa parte integrante dell'esperienza, quasi un ingrediente invisibile che accompagna ogni piatto.

Ma è soprattutto in cucina che il progetto rivela la propria identità. A guidare la brigata c'è Gianluca Ventre, chef con diversi anni di esperienza nella ristorazione fusion giapponese, maturata tra Italia e Medio Oriente. Un percorso professionale che gli ha permesso di confrontarsi con culture gastronomiche differenti, affinando una tecnica rigorosa e una visione moderna della cucina orientale. Al suo fianco opera il sous chef Riccardo Cannizzaro, mentre completano la squadra Corrado Spadavecchia, la sakè sommelier Silvana Carrara e il bartender Antonio Carta, figure che contribuiscono a costruire un'esperienza gastronomica completa, dove ogni elemento dialoga con l'altro.

La filosofia dello chef è chiara: il sushi rappresenta soltanto una parte del racconto. La cucina di Oma esplora infatti numerose tecniche, con una particolare attenzione alla cottura alla brace, elemento distintivo del locale. Il fuoco non è utilizzato semplicemente per cuocere, ma per esaltare consistenze, sviluppare aromi e valorizzare una materia prima che rimane sempre protagonista. La brace è realizzata con carbonella di legno di bambù, combustibile particolarmente apprezzato nella cucina orientale per la sua elevata capacità calorica, la lunga durata e la combustione estremamente pulita. Quest’ultimo consente di raggiungere temperature elevate senza rilasciare aromi invadenti, preservando l'integrità delle materie prime ed esaltandone le caratteristiche naturali.

"Ogni ingrediente - spiega Ventre - deve mantenere la propria identità. La cucina fusion non significa confusione, ma equilibrio tra culture gastronomiche diverse. Il nostro obiettivo è rispettare il prodotto e raccontarlo attraverso tecniche contemporanee, senza mai snaturarlo". Il viaggio gastronomico ha preso il via con la tradizione più autentica del Giappone. E’ iniziato da una delicata zuppa di miso con tofu, alghe e cipollotto verde, accompagnata dagli edamame, i classici fagiolini di soia al vapore rifiniti con sale Maldon. Ad accompagnare queste prime portate è stato uno Hakushika Sparkling Sakè, fresco, delicatamente fruttato, uno spiccato sentore di vaniglia e crema pasticcera capace di preparare il palato senza sovrastarlo.

Qui è entrata in scena una figura ancora poco conosciuta in Italia ma fondamentale in un ristorante di questo livello: Silvana Carrara, sakè sommelier premiata dal Gambero Rosso nel 2024 come “miglior servizio di sala”. Diventare esperti di sakè richiede anni di studio. Non basta conoscere le etichette: occorre comprendere varietà di riso, tecniche di lucidatura, fermentazioni, lieviti, temperature di servizio, profili aromatici e soprattutto gli abbinamenti gastronomici. Se il vino racconta il territorio, il sakè racconta la precisione della tecnica giapponese, saperlo servire significa accompagnare ogni piatto con un equilibrio quasi millimetrico. La Carrara guida gli ospiti in questo percorso con competenza e discrezione, dimostrando come il sakè possa dialogare perfettamente anche con ingredienti mediterranei.

Il percorso è proseguito con una raffinata selezione di sushi. Gli hosomaki hanno alternato il filetto di tonno alla capasanta, mentre gli uramaki hanno sorpreso per equilibrio e pulizia dei sapori: uno ha racchiuso un gambero in tempura e avocado sotto una copertura di tartare di tonno; l'altro ha visto il salmone avvolto da avocado e impreziosito dalle sfere di ikura. Hanno completato la degustazione il sashimi di salmone, la ventresca di tonno e la spigola, tagli eseguiti con estrema precisione che hanno esaltato la qualità del pescato. L'abbinamento ha rotto volutamente gli schemi. Antonio Carta ha proposto un Gin Tonic estremamente essenziale, costruito con Ginetsu Double Yuzu, Mediterranean Tonic Water Fever-Tree e una semplice scorza di limone. Nessuna decorazione superflua, nessun artificio estetico. "Un cocktail - dice - non deve rubare la scena al piatto, ma accompagnarlo. La vera difficoltà è togliere, non aggiungere. Ogni ingrediente deve avere una funzione precisa". Una filosofia minimalista che si ritrova in ogni sua creazione.

E’ seguita una fragrante tempura di gamberi con mayo al lime e un'insalata di crescione con avocado e salsa al wasabi, che ha preparato il palato alle portate più strutturate. È qui che è emerso il lato più originale della cucina di Oma. Il medaglione di filetto di Black Angus è stato cotto alla brace e servito con una salsa di soia leggermente piccante. La carne ha mantenuto tutta la sua succulenza, mentre la brace ha aggiunto note affumicate, eleganti e mai invasive. Accanto è arrivato il Black Cod, anch'esso cotto alla brace dopo una lunga marinatura nel miso. La tecnica giapponese ha incontrato il mediterraneo, regalando un pesce morbido, intenso e incredibilmente aromatico. Il contorno è stato affidato ai peperoncini verdi di fiume fritti, completati da una salsa di soia dolce, che ha richiamato sapori familiari del Sud Italia reinterpretati con sensibilità orientale.

Ad accompagnare queste portate è arrivato il cocktail simbolo della casa. Costiera è un long drink che ha raccontato il territorio campano. Antonio Carta ha utilizzato l'Amaro Panorama delle Distillerie Russo di Mercato San Severino, limoncello, soda al basilico e chicchi di melograno. Il risultato è stato un sorso fresco, aromatico, dove la macchia mediterranea ha incontrato la mixology contemporanea. Un cocktail che ha pulito il palato senza coprire la complessità della cucina. Il finale ha mantenuto lo stesso livello scenografico.

La frutta è stata presentata come un piccolo quadro contemporaneo, con dragon fruit, frutta esotica e di stagione accuratamente disposta nel piatto. Accanto i mochi gelato nelle versioni mango-passion fruit, cocco e lampone. Ha chiuso il percorso un raffinato dessert al mango, costruito su tre consistenze: una mousse delicata, un cuore di composta di mango, cioccolato bianco e un crumble alle mandorle che ha aggiunto la necessaria componente croccante.

Dietro tutto questo c'è stata una visione imprenditoriale precisa. Tra i soci, Guido Guariglia è stato uno dei principali promotori di questo progetto, immaginando Oma come qualcosa di molto diverso dal classico locale destinato esclusivamente ai cocktail o alla movida. L'obiettivo è stato costruire un luogo dove il bere bene venisse messo al servizio della cucina, dove ogni dettaglio contribuisse a creare un'esperienza gastronomica completa e dove il panorama sul mare diventasse soltanto la cornice di un racconto molto più ampio. Un ambiente elegante, capace di accogliere chi avesse cercato qualità, ricerca e ospitalità, lontano dall'idea di un semplice bar in cui fare confusione.

Oma Sushi Bar rappresenta così una delle aperture più significative della nuova Salerno. Non soltanto perché porta in città una proposta fusion di altissimo livello, ma perché interpreta perfettamente la vocazione di Piazza della Libertà: diventare il luogo dove architettura, mare, cultura del cibo e convivialità trovano finalmente un punto d'incontro. Una destinazione che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici mediterranee, dimostrando come anche il sushi possa parlare, con accento giapponese, la lingua del mare di Salerno.

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Annamaria Parlato 09/06/2026 0

Madison e Gramaglia, a Salerno una nuova idea di ospitalità gastronomica

Esistono idee che si limitano a presentare un progetto e altre che ne raccontano già il futuro. Quella andata in scena il 3 giugno al Madison Pizza & Ristò di Salerno appartiene senza dubbio alla seconda categoria. L'appuntamento coordinato dal quotidiano "La Buona Tavola", diretto dal giornalista Renato Rocco, riservato alla stampa e agli addetti ai lavori, non è stato soltanto il debutto ufficiale della collaborazione tra Vincenzo Rea e lo chef stellato Paolo Gramaglia, ma la prima dimostrazione concreta di una filosofia gastronomica destinata a lasciare il segno.

L'ingresso di Gramaglia nel ruolo di Executive Chef ha rappresentato sicuramente una consulenza prestigiosa ma anche una scelta identitaria che ha mirato a ridefinire il profilo gastronomico del Madison, intervenendo sulla cucina, sulla ricerca delle materie prime, sugli abbinamenti e persino sull'universo della pizza, da sempre cuore pulsante del locale. L'accoglienza ha subito dichiarato le intenzioni della serata. Il benvenuto composto da macaron al pepe bianco con cacioricotta del Cilento, uova di salmone e polvere di arancia, crostatina di impepata di cozze, pomodorino di baccalà e frittatina di pasta con salsa di alici ha costruito un percorso di piccoli assaggi capaci di raccontare il mare campano attraverso consistenze e linguaggi differenti. A valorizzare il tutto è stato il Franciacorta Brut Ugo Vezzoli, scelto con intelligenza per la sua capacità di accompagnare senza sovrastare. La bollicina fine e persistente, le note agrumate e la freschezza minerale hanno pulito il palato dopo ogni assaggio, creando una partenza elegante e dinamica.

Il passaggio successivo ha introdotto il dialogo tra la tradizione del Madison e la creatività di Gramaglia. La Pizza Marinami e l'intramontabile Margherita hanno dimostrato come il lavoro sugli impasti e sulle materie prime continui a rappresentare uno dei punti di forza della struttura salernitana. Se la Margherita ha confermato il valore della semplicità eseguita alla perfezione, la Marinami con crema di cozze e alghe ha evidenziato la volontà di esplorare nuove sfumature gustative, mantenendo sempre riconoscibile l'identità mediterranea del prodotto. 

A questa si è aggiunto il Padellino Umami Napoletano, uno dei passaggi più identitari della serata. L'impasto con biga, maturato per 18 ore, mostrava una struttura fragrante e ariosa, mentre la farcitura costruiva un linguaggio gastronomico intenso e stratificato: provola affumicata, cime di rapa ripassate, maialino cotto a bassa temperatura, il suo fondo ristretto e chips di cotica croccante. Un equilibrio tra rusticità e tecnica che restituiva una lettura contemporanea della cucina campana più profonda. L'intera proposta di arte bianca è stata accompagnata da Heineken alla spina, scelta apparentemente informale ma funzionale al percorso gastronomico: la sua freschezza e bevibilità hanno pulito il palato, favorendo la successione delle degustazioni senza appesantire la progressione dei sapori.

Il cuore della cena è arrivato con "Pasta a... Mare", autentico manifesto gastronomico di Paolo Gramaglia, un must del President da sempre in carta. Un mischiato di pasta mista trafilata al bronzo, cotta in 7 essenze di crostacei e completata da anemoni marini e frutti di mare. Qui è emersa con chiarezza la cifra dello chef pompeiano: una cucina che costruisce profondità attraverso stratificazioni di gusto, restituendo il mare non come semplice suggestione ma come struttura narrativa del piatto. La tecnica è rimasta sempre al servizio della leggibilità del sapore. L'abbinamento con il Juprino delle Cantine Scairato ha ulteriormente valorizzato il piatto. Le sue note floreali e la marcata vena minerale hanno dialogato con la componente iodica della preparazione, prolungandone l'eleganza gustativa.

Il dessert ha chiuso il percorso con una delle interpretazioni più identitarie della serata. La Pizza fritta "Cassata Oplontis" ha saputo rileggere un simbolo della tradizione dolciaria meridionale attraverso una veste contemporanea, mantenendo però intatta la memoria storica del dolce a cui si ispira. La preparazione prende infatti spunto dalla celebre "Cassata di Oplontis", un affresco del I secolo a.C. rinvenuto negli scavi archeologici dell’antica Oplontis, all’interno della Villa di Poppea Sabina (seconda moglie dell'imperatore Nerone). Nell’immagine, conservata su una parete di un triclinio, è raffigurato un dolce scenografico disposto su un vassoio d’argento, composto da frutta e una base che ricorda una torta, elemento che ha colpito gli studiosi per la sorprendente somiglianza con la moderna cassata mediterranea.

Proprio da quella rappresentazione pittorica nasce la successiva rielaborazione gastronomica: non esistendo una ricetta scritta originale, il dolce è stato ricostruito nel tempo attraverso studi sull’alimentazione romana e riferimenti al "De re coquinaria" di Apicio, con ingredienti tipici dell’epoca come ricotta, miele, frutta secca, datteri, uva passa e farina di mandorle. Più che una continuità filologica, si tratta quindi di una reinterpretazione culturale, che ha trasformato un’immagine archeologica in un simbolo identitario della pasticceria campana contemporanea. A completare l’abbinamento è stato il Moscato Bertè & Cordini Oltrepò Pavese DOCG, aromatico e avvolgente, caratterizzato da sentori di pesca bianca, albicocca, fiori d’arancio e salvia. La sua naturale morbidezza, sostenuta da una piacevole freschezza, ha accompagnato il dessert senza appesantirlo, regalando un finale raffinato e coerente con l’intera esperienza.

Dal punto di vista strettamente critico, ciò che è emerso da questa prima uscita ufficiale è stata soprattutto la chiarezza della visione progettuale. Gramaglia non sembrava intenzionato a trasformare il Madison in una replica del fine dining stellato. Al contrario, il suo contributo è apparso orientato a valorizzare ciò che già esisteva, introducendo rigore tecnico, nuove prospettive gastronomiche e una maggiore profondità narrativa nelle proposte. È stata una scelta intelligente. La forza del progetto non è risieduta infatti nella sovrapposizione di due identità, ma nella loro integrazione: da una parte la solidità imprenditoriale e l’ospitalità costruita negli anni da Vincenzo Rea nelle varie sedi aperte nel salernitano; dall’altra l’esperienza internazionale e la sensibilità gastronomica di Gramaglia.

"La tradizione non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza - ha spiegato lo chef durante la serata - ogni piatto deve custodire una memoria e allo stesso tempo raccontare qualcosa di nuovo". Parole che hanno trovato piena corrispondenza nei piatti presentati. Anche Rea ha sottolineato la portata strategica dell’accordo: "Vogliamo offrire ai nostri ospiti un’esperienza sempre più completa, mantenendo salde le nostre radici ma guardando con decisione al futuro. La collaborazione con Gramaglia nasce proprio da questa visione condivisa".

Al termine della cena, la sensazione è stata quella di aver assistito all’inizio di un percorso concreto, che potrebbe contribuire ad arricchire ulteriormente il panorama gastronomico salernitano, dimostrando come tradizione, pizza, cucina d’autore e ospitalità possano convivere all’interno di un unico racconto. E forse è proprio questa la qualità più evidente emersa durante la serata: la capacità di immaginare il futuro senza dimenticare da dove si proviene.

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Annamaria Parlato 01/06/2026 0

San Severino, il gusto incontra i desideri al ristorante "Casa del Nonno 13"

"Le notti non finiscono all'alba nella via, le porto a casa insieme a me, ne faccio melodia". Così cantava Max Pezzali nella sua "Come Mai" quando esistevano i mitici 883. Certe sere restano sospese nell'aria, come il profumo del basilico appena colto o il ricordo di un vino che continua a raccontarsi anche dopo l'ultimo sorso. La cena del 28 maggio al ristorante "Casa del Nonno 13", a Mercato San Severino, è stata una di quelle rare occasioni in cui il tempo è sembrato rallentare per lasciare spazio ai sensi.

Nella suggestiva corte della dimora, illuminata dalla luce morbida della sera e avvolta dal silenzio elegante del giardino, è andato in scena un percorso gastronomico costruito come una narrazione, un dialogo continuo tra cucina, vino e territorio. Un evento esclusivo che ha visto protagonisti lo chef Gioacchino Attianese, la cantina Rocca del Principe di Lapio (AV) e alcuni dei più autorevoli interpreti dell'eccellenza gastronomica campana, inaugurando proprio la stagione estiva e l’apertura degli spazi esterni nei giardini del ristorante sanseverinese.

L'atmosfera era quella delle grandi occasioni: una tavola apparecchiata con raffinata semplicità, il cielo che lentamente si accendeva di stelle, sotto l’aura di una luna magnetica, e un pubblico raccolto, pronto a lasciarsi guidare in un viaggio fatto di profumi, consistenze e suggestioni. Ad aprire la serata è stato un aperitivo che ha trasformato il giardino di "Casa del Nonno 13" in un elegante salotto del gusto. Le creazioni di Daniele Gourmet, insignito del prestigioso riconoscimento di "Pizza dell'Anno" dal Gambero Rosso per la sua "Anna Daniele" nel ruoto, hanno offerto un percorso sorprendente tra tecnica, ricerca e materia prima. La pizza a 4 Mani con lo chef Attianese, una Nerano estiva al pdellino con fiori di zucca, provolone del monaco e zucchine in varie consistenze, ha inaugurato l'esperienza con una sintesi perfetta tra creatività e identità territoriale.

A seguire, i finger d’autore della casa, il Katsu Sando alla parmigiana ha stupito per il gioco di consistenze, dove la croccantezza esterna lasciava spazio a un cuore morbido e avvolgente. Il bon bon di provolone e peperoni ha riportato alla memoria i sapori della tradizione contadina campana, concentrando in un solo boccone dolcezza, sapidità e carattere. Le pizzelle di fiori di zucca con pepe e lime hanno regalato freschezza e profumi mediterranei, mentre i tacos con manzo, tonno e friggitelli hanno rappresentato il punto d'incontro tra mondi gastronomici diversi, in un equilibrio sorprendente. Ad accompagnare questo primo capitolo il Fiano di Avellino DOCG "Versante d'Ercole" 2023 di Rocca del Principe. Nel calice si aprivano note di fiori bianchi, agrumi e pietra focaia, capaci di amplificare ogni sfumatura dei piatti e di preparare il palato alle emozioni successive.

A coordinare ogni mossa e passaggio ci ha pensato la giornalista Rosa Iandiorio, con la sua impareggiabile professionalità. Uno degli aspetti più affascinanti della cena è stato il dialogo diretto con il produttore Ercole Zarrella, che ha accompagnato gli ospiti alla scoperta dell'universo Rocca del Principe. Ogni vino è diventato una storia, ogni annata una fotografia climatica e culturale del territorio di Lapio, una delle culle più prestigiose del Fiano di Avellino DOCG. La degustazione ha così assunto il valore di una vera esperienza sensoriale e culturale, permettendo agli ospiti di comprendere come il tempo possa modellare e trasformare un grande vino senza tradirne l'identità.

Quando gli ospiti hanno preso posto a tavola, la narrazione gastronomica è entrata nel suo momento più intenso. Presente tra i commensali anche il patron della struttura l'imprenditore Francesco Palumbo. Lo chef Attianese ha proposto un mezzo pacchero con basilico, pinoli e bottarga di tonno, un piatto costruito sull'equilibrio, una scomposizione estiva del pesto alla genovese. La dolcezza della pasta incontrava l'aromaticità del basilico, mentre la bottarga regalava profondità marina e una persistente sapidità che trovava nel Fiano di Avellino "Tognano Riserva" 2020 un compagno ideale. Il vino, complesso e stratificato, esprimeva note evolute di miele, erbe aromatiche, frutta secca e idrocarburi eleganti, accompagnando il piatto con autorevolezza e raffinatezza.

Poi il secondo: maiale, fagiolini, menta e ciliegie. Un incontro apparentemente insolito, che si è rivelato armonioso e sorprendente. La succulenza della carne e croccantezza della crosta dialogavano con la freschezza vegetale dei fagiolini e della menta, mentre la ciliegia sotto spirito aggiungeva una nota fruttata, quasi speziata e delicatamente acidula, capace di rendere il boccone dinamico e persistente. Nel calice il "Versante d'Ercole" 2018 mostrava tutta la capacità evolutiva del Fiano di Avellino: profondo, minerale, complesso, con una lunghezza gustativa che sembrava non voler terminare mai.

Come ogni grande racconto gastronomico, anche questo aveva bisogno di un finale memorabile. A firmarlo è stato Gian Paolo Capaldo di "The Rag" con il suo team di giovani professionisti, considerato tra i migliori gelatieri italiani dalle più autorevoli guide di settore. "Come vuoi tu, il gelato a modo tuo" è stato un invito alla personalizzazione e al piacere individuale. Un soffice panbrioche tostato nel burro ad accompagnare il gusto crema-vaniglia, quasi un burro d’alpeggio mantecato al momento tanta è stata la sofficità, guarnito poi con frutti di bosco e mandorle pralinate.

Un momento ludico e raffinato allo stesso tempo, in cui ogni ospite ha potuto costruire il proprio finale ideale, lasciandosi guidare dalla qualità delle materie prime e dall'estro di un maestro del freddo. Insomma un intreccio di sapori, profumi, racconti e incontri che ha trasformato una cena in un'esperienza capace di coinvolgere tutti i sensi. E mentre la notte avanzava sulla corte di "Casa del Nonno 13", tra il tintinnio dei calici e le ultime conversazioni sotto il cielo stellato, rimaneva una certezza: il vero lusso non è l'eccesso, ma la capacità di creare emozioni autentiche da ricordare nel tempo.

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Annamaria Parlato 31/05/2026 0

Salerno, al Verdi "Il barbiere di Siviglia" tra leggerezza e perfezione rossiniana

Con il Barbiere di Siviglia, il Teatro Verdi di Salerno ha salutato il pubblico prima della pausa estiva, affidando all'opera più celebre di Gioachino Rossini il compito di chiudere la metà stagione nel segno del sorriso e della grande tradizione melodrammatica italiana. Un capolavoro che continua a parlare al presente, conservando intatta la sua freschezza teatrale e musicale. Opera buffa per eccellenza, "Il barbiere di Siviglia" possiede infatti una straordinaria capacità di apparire sempre nuova. La scrittura rossiniana, apparentemente semplice e immediata, nasconde una sofisticata costruzione musicale, nella quale ogni personaggio è delineato con assoluta precisione psicologica e musicale.

Nessuna figura è secondaria, nessun intervento è casuale: tutto concorre a costruire quell'ingranaggio perfetto che ha reso immortale il capolavoro tratto dalla commedia di Beaumarchais. Sul podio il maestro Daniel Oren, protagonista di una direzione energica e brillante, capace di valorizzare tanto la leggerezza quanto la complessità della partitura. L'Orchestra del Verdi ha seguito con precisione le continue variazioni ritmiche, restituendo al pubblico tutta la vitalità di una musica che sembra non conoscere il trascorrere del tempo. Oren ha privilegiato la fluidità narrativa, evitando qualsiasi enfasi superflua e lasciando emergere la naturale teatralità della scrittura rossiniana.

Particolarmente interessante la collaborazione, per la prima volta su questo titolo, tra Oren e il regista Riccardo Canessa. La lettura scenica proposta da Canessa sceglie di rendere omaggio al compositore attraverso l'evocazione della Napoli spagnola del suo tempo, collocando la vicenda in un contesto visivo ricco di suggestioni mediterranee. Una scelta che si rivela efficace perché non sovrasta mai la musica, ma la accompagna con discrezione, restituendo colore e atmosfera senza tradire lo spirito dell'opera. Le scene e i costumi di Alfredo Troisi contribuiscono a creare un ambiente vivace e credibile, nel quale i personaggi si muovono con naturalezza. La regia evita ogni forzatura contemporanea e punta invece sulla forza del racconto, sugli equivoci, sui travestimenti e sulla comicità delle situazioni, elementi che costituiscono il cuore stesso del teatro rossiniano.

A emergere con particolare evidenza è il Figaro di Maxim Lisiin, autentico motore dell'azione. Il celebre factotum sivigliano domina la scena con energia e disinvoltura, incarnando quella figura di mediatore universale che tutto vede, tutto sa e tutto organizza. La sua presenza imprime ritmo alla narrazione e trova nel celeberrimo "Largo al factotum" uno dei momenti più applauditi della serata. Accanto a lui si distingue il Conte d'Almaviva di Yaroslav Abaimov, elegante nella linea di canto e convincente nella caratterizzazione del giovane innamorato, disposto a ogni stratagemma pur di conquistare Rosina. Proprio Rosina, interpretata da Francesca Di Sauro, si rivela una protagonista vivace e intelligente, lontana dall'immagine della fanciulla passiva. La sua è una donna capace di guidare gli eventi con determinazione e arguzia, qualità che Rossini sottolinea attraverso una scrittura vocale ricca di sfumature.

Di grande efficacia scenica il Don Bartolo di Misha Kiria, figura sospesa tra autorità e ridicolo, continuamente vittima dei propri timori e delle proprie ossessioni. Al suo fianco il Don Basilio di Francesco Milanese offre una presenza solida e autorevole, trovando nella celebre aria della calunnia uno dei momenti più significativi dell'opera. Completano efficacemente il cast Miriam Artiaco nel ruolo di Berta, Costantino Finucci in quello di Fiorello e Antonio De Rosa nei panni dell'Ufficiale. Fondamentale, come sempre nelle opere rossiniane, il contributo del Coro, preparato da Francesco Aliberti, chiamato a sostenere alcuni dei momenti più complessi della partitura. La compattezza delle sezioni corali e l'attenzione agli equilibri sonori hanno contribuito alla riuscita complessiva dello spettacolo.

Ma il vero protagonista della serata resta Rossini. La sua musica procede come un meccanismo perfetto, nel quale il disordine apparente degli eventi trova continuamente una propria armonia. I grandi concertati, le accelerazioni improvvise, i celebri crescendo e i finali d'assieme rivelano ancora oggi una modernità sorprendente. Ogni personaggio possiede una voce propria, un carattere riconoscibile, una precisa funzione drammaturgica all'interno di una costruzione che non conosce cedimenti. Gli applausi finali hanno salutato calorosamente artisti e maestranze, premiando una produzione che ha saputo coniugare fedeltà alla tradizione e vivacità teatrale. Un modo ideale per chiudere la stagione prima dell'estate, affidandosi a un'opera che continua, dopo oltre due secoli, a insegnare come la leggerezza possa essere una delle forme più alte dell'intelligenza. E mentre il sipario del Verdi calava sulle ultime note del finale, restava la sensazione di aver assistito non soltanto a una rappresentazione di successo, ma all'ennesima dimostrazione della vitalità di un capolavoro che continua a rinnovarsi ad ogni incontro con il pubblico.

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Annamaria Parlato 19/05/2026 0

Salerno, "Da Sasà" è la trattoria del popolo e dei salernitani

Nel cuore della tradizione gastronomica italiana, esistono termini che indicano luoghi dove mangiare e raccontano anche un modo di stare insieme, di condividere il tempo e perfino la memoria familiare. “Osteria” e “trattoria” vengono spesso usate come sinonimi, ma in realtà custodiscono anime differenti, nate da storie popolari diverse e da un diverso rapporto con il cibo e con l’ospitalità. L’osteria, storicamente, era il regno del vino e della convivialità spontanea. Nasce come luogo semplice, frequentato da viandanti, pescatori, lavoratori e mercanti. Il cibo aveva un ruolo secondario: qualche preparazione veloce, piatti essenziali, conserve, prodotti poveri pensati soprattutto per accompagnare il vino della casa. L’atmosfera era viva, spesso rumorosa, fatta di discussioni, carte da gioco e racconti popolari.

La trattoria ha invece sviluppato un’identità più domestica e familiare. È il luogo del pranzo della domenica, delle ricette tramandate, delle porzioni generose e della cucina che prova ancora a somigliare a quella di casa. Qui il cliente non cerca soltanto un servizio: vuole ritrovare familiarità, calore, memoria. È forse per questo che oggi, in un’epoca dominata dalla ristorazione veloce e standardizzata, spettacolarizzata, sempre più italiani stanno tornando a scegliere la trattoria per i pranzi in famiglia. La trattoria rappresenta una forma di resistenza culturale. È il posto dove il tempo rallenta, dove si condividono antipasti al centro tavola, dove il sugo continua a sobbollire lentamente in cucina e il pesce conserva ancora il profumo autentico del mare. Non c’è bisogno di spettacolarizzare il cibo: basta cucinarlo bene, rispettando il territorio e le persone.

"Da Sasà" questa filosofia continua a vivere ogni giorno. Fondata da Salvatore Luongo negli anni Settanta, per tutti semplicemente Sasà, la trattoria di Via degli Orti alle spalle del Monte dei Paschi, è diventata negli anni uno dei punti di riferimento gastronomici più autentici di Salerno, soprattutto per chi vive e lavora nella zona del vecchio tribunale. Professionisti, avvocati, impiegati, lavoratori e famiglie trovano qui una cucina sincera, senza costruzioni artificiali, profondamente legata alla tradizione marinara salernitana. Oggi, a raccogliere l’eredità del fondatore sono i figli Donato e Michele. Donato riceve gli ospiti in sala con quella cordialità diretta tipica delle vere trattorie del Sud, mentre Michele guida la cucina mantenendo intatta la filosofia del padre: rispetto del pescato, preparazioni tradizionali e attenzione assoluta alla qualità della materia prima. Entrambi gestiscono il locale con la stessa dedizione e lo stesso amore che hanno reso la trattoria di Sasà un luogo identitario per intere generazioni di salernitani. Una vera trattoria del popolo, amata dai residenti prima ancora che dai turisti.

La cucina recupera molte preparazioni storiche del centro storico salernitano, soprattutto quelle legate all’utilizzo dell’aceto come elemento di conservazione e di equilibrio gastronomico. Le zucchine alla scapece rappresentano uno dei simboli più antichi della cucina popolare campana: fritte e poi lasciate riposare con aceto e menta, sprigionano un gusto fresco, aromatico e leggermente pungente che racconta tutta la sapienza contadina del territorio. Ancora più antica è la tradizione del carpione, tecnica marinara che prevedeva la marinatura del pesce fritto con aceto, aglio ed erbe aromatiche. Una preparazione nata dalla necessità di conservare il pescato, ma diventata col tempo una vera espressione identitaria della cucina mediterranea.

L’esperienza gastronomica da Sasà parte da un antipasto della casa che sembra raccontare, assaggio dopo assaggio, tutta la storia della cucina di mare salernitana. Non è semplicemente un antipasto, ma una sequenza di preparazioni che alternano memoria popolare e piccoli tocchi contemporanei. I crocchè di tonno si presentano dorati e fragranti, con ripieno morbido e saporito. Il salmone affumicato con ricotta lavora invece sulla delicatezza e sull’equilibrio tra componente lattica e nota affumicata. Le alici marinate riportano immediatamente ai sapori antichi del porto di Salerno: l’aceto accompagna il pesce senza coprirne la freschezza marina. Tra i bocconi più riusciti emerge il gambero fritto in pasta kataifi con maionese, croccante all’esterno e succoso al cuore. Lo spiedino di polpo con patate convince per morbidezza e intensità, mentre l’alice ripiena di provola esprime pienamente l’anima popolare della cucina campana, fatta di contrasti decisi e sapori netti. La cozza gratinata con salsina al prezzemolo profuma di mare e pane tostato. La bruschetta con pomodorini, burrata e acciughe sintetizza perfettamente il Mediterraneo in un solo morso.

E poi arriva il rigatone fritto ripieno di baccalà: croccante fuori, cremoso dentro, intensamente sapido e irresistibilmente goloso. Gli spaghetti con vongole, lupini e cozze macchiati con pomodorino rappresentano la cucina marinara nella sua forma più autentica. La pasta trattiene un fondo sapido e iodato, dove i molluschi rilasciano tutta la loro essenza, mentre il pomodorino aggiunge dolcezza e freschezza senza alterare l’equilibrio del piatto. I maltagliati di produzione propria, che si alternano alle lagane a seconda della disponibilità, con ceci e totani raccontano invece la cucina povera del porto, quella nata dall’incontro tra legumi e pescato quotidiano. È un piatto rustico, profondo, quasi domestico, capace di evocare immediatamente le vecchie cucine del centro storico. Più elegante il risotto con calamari, gamberi, cozze e asparagi, dove la cremosità del riso accompagna la dolcezza dei crostacei e la nota vegetale degli asparagi.

La grigliata di pesce - spada, calamari, triglie e mazzancolle - esalta la semplicità della brace e la qualità della materia prima. La frittura di gamberi e calamari arriva asciutta, leggera e croccante, chiudendo il percorso salato con precisione e pulizia. Anche i dessert mantengono uno spirito conviviale e generoso. Il brownie al cioccolato servito caldo con gelato crea un contrasto avvolgente tra temperatura e consistenze. La panna cotta della casa, con “panna di affioramento” servita con la fragolata, punta invece sulla delicatezza e sulla freschezza del frutto proveniente dalla Piana del Sele. Il babà con crema e amarene della Pasticceria Tedesco aggiunge infine tutta la ricchezza della tradizione dolciaria campana, con un equilibrio perfetto tra bagna, crema e la nota intensa dell’amarena.

Ad accompagnare il pranzo, il Tavel “Beaurevoir” Michel Chapoutier 2021 rosé si è rivelato un abbinamento particolarmente riuscito. Questo rosato della Valle del Rodano meridionale, ottenuto prevalentemente da Grenache e affinato in acciaio, esprime un profilo elegante e gastronomico, capace di sostenere con equilibrio l’intero percorso di mare. Al naso emergono profumi fragranti di ciliegia, melograno e piccoli frutti rossi, con una piacevole componente floreale e mediterranea. In bocca colpisce per la sua freschezza armoniosa: morbido, rotondo e minerale, accompagna con naturalezza sia le marinature e le preparazioni con l’aceto, sia le fritture e i piatti più strutturati della cucina di Sasà, senza mai sovrastarne i sapori.

E forse è proprio qui che si comprende davvero la differenza tra una semplice attività di ristorazione e una vera trattoria italiana: nei volti familiari che accolgono gli ospiti, nei piatti che raccontano il territorio senza artifici, nella capacità di far sentire chiunque parte della tavola. Da Sasà non si va soltanto per mangiare pesce. Si va per ritrovare Salerno, la sua memoria popolare e il senso più autentico della convivialità mediterranea.

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Annamaria Parlato 10/05/2026 0

"È un pasticcio saporito": la ricetta perfetta di Rossini al Verdi di Salerno

C’è una battuta ne Il signor Bruschino che sembra racchiudere l’intera filosofia rossiniana: "È un pasticcio saporito". Non è soltanto un passaggio brillante della farsa giocosa andata in scena venerdì 8 maggio al Teatro Verdi di Salerno, ma una vera dichiarazione poetica. Perché il giovane Gioachino Rossini, appena ventunenne quando compose quest’opera nel 1813 per il Teatro San Moisè di Venezia, aveva già intuito che il teatro musicale potesse funzionare come una grande cucina alchemica: ingredienti diversi, equivoci, ritmo, leggerezza, sorpresa, sapientemente amalgamati fino a creare un meccanismo perfetto.

E Rossini, del resto, fu gastronomo autentico prima ancora che gourmet celebrato. La sua esistenza è disseminata di ricette leggendarie, tournedos dedicati al suo nome, maccheroni sublimati, foie gras, tartufi, champagne e convivialità elevate ad arte. La cucina, per lui, era sicuramente semplice piacere sensoriale, ma anche costruzione drammaturgica: equilibrio fra sapidità e dolcezza, fra tempi lunghi e accelerazioni improvvise. Esattamente ciò che avviene ne "Il signor Bruschino", autentico soufflé teatrale dove ogni personaggio entra in scena come un ingrediente destinato a modificare la temperatura dell’intreccio.

Il nuovo allestimento del Teatro Verdi coglie con intelligenza questa natura "culinaria" della partitura, restituendo una macchina scenica agile, brillante e perfettamente calibrata. La regia di Raffaele Di Florio evita ogni pesantezza farsesca e punta invece su un’eleganza mobile, fatta di tempi serrati, gestualità precise e un raffinato gioco di dinamiche teatrali. La comicità non viene mai caricata: emerge spontaneamente dal ritmo interno della musica, rispettando quella leggerezza illuministica che rende Rossini così modernamente crudele e ironico. Le scene e i costumi di Alfredo Troisi accompagnano questa visione con gusto cromatico e fluidità narrativa, senza trasformare la farsa in caricatura. L’impianto visivo resta sempre funzionale alla rapidità drammaturgica, qualità indispensabile in un’opera che vive soprattutto di movimento e precisione.

Sul piano musicale, la direzione di Jordi Bernàcer si distingue per brillantezza e controllo architettonico. Bernàcer comprende che "Il signor Bruschino" non è soltanto una "piccola" opera giovanile, ma un laboratorio rossiniano straordinario, nel quale sono già presenti molte intuizioni del futuro autore del Barbiere di Siviglia. L’orchestra valorizza con chiarezza le trasparenze timbriche e gli slanci ritmici della partitura, evitando sonorità eccessivamente corpose. Ne emerge un Rossini luminoso, quasi cameristico, ma già capace di invenzioni dirompenti. E proprio l’ouverture rimane uno dei momenti storicamente più rivoluzionari dell’opera: il celebre battito degli archetti sui leggii, gesto percussivo inaudito per l’epoca, conserva ancora oggi una freschezza sorprendente. È il segnale di un compositore disposto a giocare con il teatro e con il pubblico, rompendo continuamente le convenzioni. Ottima la prova dell'Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno, chiamata a sostenere una scrittura piena di trappole ritmiche, crescendo improvvisi e dialoghi serratissimi fra buca e palcoscenico. L’ensemble risponde con compattezza e vivacità, mantenendo sempre limpida la linea rossiniana.

Nel cast spicca Carlo Lepore nel ruolo di Gaudenzio, interprete di grande esperienza rossiniana, capace di cesellare fraseggio e tempi comici con naturalezza scenica. Maria Sardarian offre una Sofia vocalmente luminosa, elegante nelle agilità e convincente nella costruzione del personaggio. Di rilievo anche Fabio Capitanucci come Bruschino padre, autorevole e musicalmente saldo, mentre Giulia Lepore tratteggia una Marianna vivace e ben inserita nel tessuto dell’ensemble. Ciò che rende ancora oggi speciale "Il signor Bruschino" è la sua modernità strutturale. La trama, derivata dalla commedia francese "Le fils par hasard, ou Ruse et folie" di Alissan de Chazet e Maurice Ourry e adattata da Giuseppe Maria Foppa, è costruita su identità scambiate, debiti, menzogne e manipolazioni sentimentali. Ma sotto la leggerezza farsesca si intravede già il gusto rossiniano per il caos organizzato, per il vortice sociale in cui nessuno controlla davvero gli eventi.

Ed è qui che ritorna quella frase: "È un pasticcio saporito". Perché Rossini trasforma il disordine in piacere estetico. Ogni equivoco si amalgama all’altro come in una ricetta perfetta; ogni crescendo aggiunge spezie emotive; ogni ensemble diventa una portata sempre più ricca. Alla fine il pubblico non assiste soltanto a una commedia musicale, ma viene invitato a un banchetto teatrale dove ironia, virtuosismo e intelligenza si fondono in un unico sapore. La replica di domenica 10 maggio al Verdi offrirà dunque un’ulteriore occasione per riscoprire un Rossini giovane ma già pienamente consapevole del proprio genio: un compositore capace di trasformare una "farsa giocosa" in un sofisticato laboratorio di teatro musicale moderno.

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Annamaria Parlato 28/04/2026 0

Dai fruttini anni '80 alla frutta realistica, il trend cresce nel salernitano

Negli ultimi mesi la cosiddetta “frutta realistica” ha invaso vetrine e social: piccoli capolavori di pasticceria che imitano alla perfezione frutta fresca o secca e non solo, ma che al taglio rivelano strutture complesse e sorprendenti. Un trend che affonda le radici nell’alta pasticceria francese contemporanea, dove il concetto di trompe-l’oeil – letteralmente “inganno dell’occhio” – è diventato negli ultimi due decenni una vera e propria cifra stilistica. In questo contesto, maestri come Cédric Grolet hanno rivoluzionato il modo di concepire il dessert: non più solo equilibrio di gusto, ma anche illusione visiva, precisione estetica e racconto.

L’idea è quella di replicare la natura con una fedeltà sorprendente – buccia, imperfezioni, sfumature – mentre all’interno si sviluppano strutture articolate fatte di inserti, gelée, ganache montate, biscuit e croccanti. Questa evoluzione è stata resa possibile anche grazie all’innovazione tecnica: burro di cacao misto a cioccolato bianco colorato spruzzato, glassature sottilissime, aerografi e una conoscenza sempre più approfondita delle texture. Tuttavia, accanto a questa corrente più tecnologica, si sta affermando una contro-tendenza artigianale che recupera il valore della manualità pura, senza stampi e senza scorciatoie.

Quando questo linguaggio arriva in Italia trova un terreno già fertile. La Campania, in particolare, ha fatto da apripista: già tra gli anni ’80 e ’90, soprattutto nel salernitano, erano di moda i “fruttini”, ossia frutta vera svuotata e riempita con gelato al gusto del frutto stesso. Una tradizione che oggi si evolve, passando dal gelato alla pasticceria moderna. Ne parliamo con la pastry chef Giusy Isabello, che ha scelto di interpretare la frutta realistica in modo profondamente artigianale.

Giusy, da dove nasce questo trend della frutta realistica e perché sta avendo così tanto successo?

La frutta realistica nasce proprio da questa evoluzione dell’alta pasticceria, soprattutto francese. Oggi però in Italia ha trovato una sua identità, anche grazie alla nostra tradizione. Nella Valle dell’Irno, ad esempio, già negli anni ’80 e ’90 c’erano i fruttini gelato. Una decina di anni fa anche a Caserta alcuni colleghi la stavano proponendo, ma forse non veniva molto apprezzata. Il successo attuale sta nell’effetto sorpresa: l’occhio vede un frutto, ma il palato scopre un dolce complesso. I social sicuramente ahnno amplificato il trend.

Il tuo percorso personale da dove è partito?

Da alcuni gusti ben precisi nella mia pasticceria-cornetteria L'Oasi a Maiori che gestisco con il mio compagno Mario Mandaro, in Costiera Amalfitana: arachide, nocciola, pistacchio e limone. Volevo creare qualcosa di riconoscibile ma anche tecnico, lavorando sugli equilibri e sulle consistenze. Ogni frutto è pensato come un piccolo progetto.

Ci descrivi nel dettaglio uno dei tuoi pezzi, ad esempio il limone?

Il limone, che è identificativo del territorio, ha una copertura croccante al cioccolato bianco e burro di cacao. All’interno racchiude una ganache montata al limone, una composta di limone e vaniglia e un pan di Spagna bagnato al limoncello. Qui entra in gioco un aspetto fondamentale: l’equilibrio. Quando lavori con vero succo di agrumi, una mousse non stucchevole e coperture nobili, la sinergia tra l’acidità interna, la parte grassa della crema e il “crack” del guscio esterno crea un’esperienza completa. Non è solo estetica: ogni elemento ha una funzione precisa. L’acidità pulisce il palato, la componente grassa dà rotondità e la copertura aggiunge texture e contrasto. È pasticceria a tutti gli effetti, non semplice scultura.

E invece per gusti come nocciola o arachide?

In quei casi lavoro molto con il pralinato. La nocciola, ad esempio, ha una ganache montata alla nocciola che racchiude un cuore di madeleine alla nocciola e pralinato di nocciole, il tutto ricoperto da una copertura gianduia. Anche qui cerco sempre equilibrio tra dolcezza, struttura e persistenza aromatica.

Un tuo tratto distintivo è la lavorazione manuale. Quanto conta oggi?

Conta tantissimo. Tengo a precisare che tutta la frutta realistica che realizziamo è senza l’ausilio di stampi in silicone. Ogni pezzo è costruito e lavorato a mano, come una piccola scultura. È questo che permette di distinguersi davvero, insieme all’utilizzo di materie prime di qualità e all’assenza totale di basi pronte. Inoltre, la vendiamo con un prezzo calmierato proprio per dare la possibilità a tutti di provarla.

Come può il cliente riconoscere un prodotto autentico ed evitare “truffe”?

Bisogna osservare bene. Se i prodotti sono tutti identici, spesso sono fatti con stampi industriali. Poi c’è il gusto: se è piatto o troppo dolce, probabilmente ci sono basi pronte. Il consiglio è affidarsi a chi racconta il proprio lavoro, a chi spiega cosa c’è dentro il dolce. La trasparenza oggi è fondamentale. Dietro un buon prodotto c’è sempre tecnica, tempo e ricerca, non scorciatoie. La qualità si riconosce sempre, anche al primo assaggio.

In un panorama sempre più affollato, la frutta realistica diventa così non solo una moda, ma un vero banco di prova per distinguere artigianalità e imitazione. E, come dimostra il lavoro di Giusy Isabello, il valore sta nelle mani, nella tecnica e nella capacità di trasformare un dolce in un’esperienza che sorprende prima lo sguardo e poi il gusto. Ma resta una domanda aperta: cosa accadrebbe se questo trend, alimentato e amplificato dai social, dovesse spegnersi così come è nato?

Se l’attenzione virale si spostasse altrove, queste piccole sculture dolci rischierebbero di diventare un esercizio sterile, svuotato del suo senso originario. La risposta, probabilmente, sta proprio nella sostanza. Se dietro l’estetica c’è una costruzione solida – equilibrio dei sapori, qualità delle materie prime, tecnica e identità – allora la frutta realistica continuerà a vivere, anche lontano dai riflettori. Diventerà semplicemente buona pasticceria, destinata a restare. In caso contrario, resterà un’immagine perfetta, ma effimera: bella da fotografare, meno da ricordare.

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